Il Cinema di Corallo*, Vol.2, “La Sirenetta voleva Sesso e X-factor”

sirenetta piercingLa prima volta che ho visto “La Sirenetta” avrò avuto dieci anni, forse undici. E non al cinema ma a casa, in soggiorno. Sì, per forza in soggiorno, è là che c’era il videoregistratore.
Poi l’avrò rivisto altre mille volte perché mia sorella, la Stellina, era davvero piccola e continuava a ficcar dentro la videocassetta mentre io me ne stavo seduto al tavolo da pranzo, a far finta di studiare. Mia sorella comandava, non c’era un cazzo da fare, e che volessi o meno dovevo vedere la Sirenetta, punto. E’ per questo che, formalmente, posso dire d’aver avuto una relazione con l’adolescente dai capelli rossi e il reggiseno a conchiglia. Per forza ci sono rimasto condizionato.
– Di che cazzo stai parlando?! – fa Corallo* spuntando dalla mia stessa ombra.
– Lo sai benissimo – dico io.
– Devi demolire anche “La Sirenetta”? Non t’è bastato “Titanic”? [ vedi: Il Cinema di Corallo*, Vol.1 ]. A me quella ragazzina è sempre piaciuta, lasciala stare.
– E’ normale che ti sia piaciuta, Corallo. Per un sacco di motivi. Te li dico?
– Sentiamo.
– La Sirenettta è bellina, vive in fondo al mare e ha tanta voglia d’avventura. Anzi sta proprio smaniando, a dirla tutta. E’ piena di sesso, ma è inconsapevole.
– Già, aveva un’aria furba la ragazzina.
Pure io ero un ragazzino. E anche se avevo già dato dei baci con la lingua e toccato qua e là certe mie coetanee, non mi era del tutto chiara l’intera faccenda del sesso. C’era ancora un mondo da scoprire. Così come nella fiaba di Andersen, dove la sirenetta ha quindici anni, il padre è il Re del Mare, e c’è la questione di uscire in superficie a vedere il mondo.
– Certo, anche nel film va così…
– Sì, Corallo, ma ci sono un sacco di differenze con l’originale, perché la Disney è diabolica.
– La Disney?
– Sì.
– E perché cazzo sarebbe diabolica?
Prima di spiegarlo, c’è da dire che al di là del lato corallino ero turbato dalla Sirenetta.
Insomma mi piaceva parecchio, forse più di Lamù (che era più erotica), e forse proprio perché Ariel era mezza nuda ma innocente, umida ma senza mai capire il perché, curiosa ma impedita.
Nel film della Disney la protagonista era come noialtri in preda ad ormoni e pulsioni che spingevano ogni giorno.
– Già, il sesso, la chiave di tutto.
– Sì, Corallo, proprio il sesso.
– Beh?
– Fai conto che se mia madre entrava in soggiorno, mentre quella cassetta continuava a girare nel videoregistratore, mi sentivo una vergogna addosso, come se mi avesse sgamato a fare chissà che…
– Sfigato.
– Eppure era da parecchio che mi facevo le pippe coi giornaletti e fumavo le canne in strada, senza rimorsi, ma mentre passava quel cartone animato mi sentivo allo scoperto…
– Essì.
– Come se mia madre potesse leggermi nella mente.
– Le madri lo fanno.
– Come se potesse capire che provavo una reale attrazione per quella ragazzina dai capelli rossi, capisci? Ariel era là a guardare verso l’alto, oltre la superficie, per capire cosa cazzo stesse succedendo là fuori…
– E per il sesso.
– Esatto, il lato diabolico della Disney.
– Perché Andersen non la faceva pensare al sesso?
– Nella fiaba originale il Re del Mare dà il permesso alla figlia di dare uno sguardo oltre la superficie, perché così dice la tradizione delle sirene, e lei lo fa. Così scopre che gli esseri umani hanno le gambe e un’anima eterna, mentre lei dovrà morire e tramutarsi in spuma di mare. Per questo motivo fa un patto con la Strega: rinunciare alla voce per avere i piedi.
– Beh?
– Invece nel film il padre proibisce ad Ariel di andare in superficie, e rende tutto più eccitante, punto primo. E punto secondo, è pieno di riferimenti sessuali. Dalla forma fallica del granchio che le sta sempre attorno, alla canzone che dice “Under the sea, darling it’s better, down where it’s wetter, take it from me” (In fondo al mare, tesoro è meglio, sotto è più bagnato, prendilo da me), fino alle immagini nella caverna della Strega del Mare.
– La strega è un puttanone.
– Già, è una femmina corrotta, piena di curve, ammicca di continuo. E’ lurida rispetto alla ragazzina. E nel film c’è tutta una motivazione per cui Ursula, così si chiama la strega, vuole corromperla per conquistare il Regno del Mare. Cosa che manca nella fiaba, dove la strega è semplicemente una strega e fa il suo mestiere. Nella versione Disney invece ha il ruolo d’antagonista che cova rancore. In pratica è una terrorista.
– Tipico, no?
– Senza contare che il film è del 1989, anno della caduta del muro di Berlino. Da quel momento in poi l’U.R.S.S inizia a smantellarsi.
– E allora?
– Ursula è un riferimento all’U.r.s.s.
– Mah.
– Comunque, sia nel film che nella fiaba la sirena rinuncia alla propria voce per avere le cosce. Ormai il patto è fatto, e lei si ritrova su una spiaggia, tutta nuda.
– Già.
– E deve conquistare l’amore del solito Principe, altrimenti muore. Come a dire che una ragazzina sta al mondo solo per trovare un fidanzato. Ma è muta, e il tizio non è tanto sveglio.
– E’ proprio un coglione.
– Sì.
– Beh, poi?
– Qui c’è la differenza abissale tra la favola e il film. Nella versione di Andersen la Sirenetta non riesce a fare innamorare il principe e quello va a cercarsi un’altra ragazza nel paese a fianco, stop. Allora le sorelle di lei si fanno tagliare i capelli, li portano alla Strega del Mare e in cambio si fanno dare un pugnale. Se la Sirenetta sgozza il principe e col suo sangue ci si bagna i piedi può tornare in fondo al mare, altrimenti muore.
– E lei?
– Rinuncia ad accoltellare il tizio, che comunque non l’ama, e si trasforma in spuma di mare. Ti rendi conto?
– Cazzo, non me lo ricordavo.
– La versione disneyana va totalmente in un altro modo. Quei bastardi eliminano l’azione più importante della protagonista femminile. E mentre nella fiaba originale lei è un’eroina, nel film ricade tutto sulla Strega del Mare che tenta di sposare il Principe usando la voce della Sirenetta.
– Beh, mica scema.
– E il Principe, che non ha mai fatto niente in vita sua, sale sul relitto di una nave e riesce a farla fuori penetrandola con la punta di legno che sta davanti alle barca…
– Il bompresso.
– Quel coso, sì.
– E’ un altro riferimento sessuale?
– Lo è tutto in questa analisi.
– Vuoi dire che la protagonista è una donna ma a risolvere tutta la faccenda è il bellimbusto che penetra?
– Esatto.
– Beh, ma chi se ne fotte, no? La Sirenetta della Disney ci piace proprio perché è bellina, vuole uscire dai confini di casa del padre, ha voglia di sesso e ha ispirato un bel po’ di fantasie erotiche. Porca puttana eva cazzo, anche tu sei stato fidanzato per anni con una dai capelli rossi, gli occhioni maliziosi e del segno dei pesci, no?
– E’ vero.
– E allora storia chiusa, anche se la Disney manda a puttane il senso delle fiabe, ok.
– Non ho detto che la Sirenetta è sbagliata, ho detto che la versione cinematografica manda a farsi fottere il messaggio migliore. Checcazzo, passa solamente il concetto che Ariel vuole aprire le cosce – e siamo tutti d’accordo -, si innamora di un coglione – va bene pure questo -, e rinuncia alla voce per l’apparenza…
– Come quelle che partecipano ai talent show?
– Tolgono loro una dote per farle sembrare bamboline mute, no?
– Anche a quelle che cantano?
– Anche a quelle che cantano, sì. Non le sta ascoltando nessuno. Le stanno solo guardando, vogliono sapere quanti followers hanno su instagram, se si sono scopate uno dei giurati, quanti tatuaggi hanno addosso. Roba di gossip. Non c’entra niente il talento, solo competizione e chiacchiere.
– Già.
– E allora ‘fanculo, per me la versione della Sirenetta che non accoltella il principe è la migliore. E’ la più nobile tra le donne.
– In effetti, però muore. Vaglielo a dire a quelle che sperano in una felicità a buon mercato! A quelle che partecipano alle merdate televisive e magari ce la fanno a vincere qualcosa! Almeno loro godono…
– Ma c’è sotto la storia del “Dai, è tutto un circo, fai ‘sto gioco e poi torni ad essere seria! Guarda quella, guarda quell’altra, loro ce l’hanno fatta”. Non è deprimente?
– Non mi riguarda. Alla fine ognuno è libero di sprecare la vita come gli pare. E sentirsi re o regina per una notte, perché no?
– Certo, Corallo, capisco il tuo punto di vista. Solamente che provo a vederla anche in un altro modo. Ma a te, in fondo, non importa niente, no?
– So solamente che vorrei farmele tutte. Sirenette e non sirenette. Cazzo ce ne frega?!
– Corallo, e poi?
– E poi non lo so. Ma a ‘sto giro niente episodio corallino?!
– Sì, in effetti, potrei parlare di quella volta della festa in piscina.
– Ah, sì, per restare in tema acquatico.
– Quand’è stato?
– Anni fa.
– Lavoravo da poco per il Programma Tv con i tizi in giacca e cravatta. Un mio amico mi telefona e mi dice di accompagnarlo nella villa di certa gente. Arriviamo nel pomeriggio, fuori città. Una bella casa in campagna, sul retro il giardino con la piscina. Faceva caldo, forse era giugno. Sto là e dopo un po’ mi presentano la fidanzata di uno di quelli che avevano organizzato la festa…
– Sì, la ragazza con la faccetta da furba.
– Già, continuava a girarmi attorno. Si buttava addosso con la scusa di fare gli scherzi in acqua.
– Mmmm…
– Poi s’è fatta sera. Mi ricordo che era pieno di gente in giro, alcool dappertutto. Ad un certo punto me ne stavo sdraiato a bordo piscina con una bottiglia di vodka. Un po’ ne bevevo e un po’ ne sputavo addosso alle tipe in bikini che mi passavano di fianco.
– Eri una fottuta rockstar!
– Erano i tempi in cui scrivevo le avventure di Nelson Corallo* ma non avevo ancora capito che stavo diventando proprio come te.
– Diciamo che agivo nell’ombra.
– Fatto sta che la tipa continua a buttarsi addosso, mezza nuda e sempre bagnata. A un certo punto mi accorgo di essere troppo sbronzo, esco dalla piscina. E quella mi raggiunge sul prato. Solo che c’è sempre il tipo a controllarla a poca distanza. Così non riesco proprio a farmela, anche se è sempre là a portata di mano.
– E poi?!
– Mi vergogno a dirlo.
– Dai, cazzo!
– Ero ubriaco ed esasperato. Le ho dato un morso sul culo, le ho lasciato il segno, c’è stata mezza rissa e mi sono ritrovato a vomitare in una siepe. Il mio amico mi ha portato via di peso prima che mi sbattessero fuori loro.
– Che bellezza, no?!
– Già…
– T’hanno mai più invitato ad una di quelle feste?
– Mai più.
– E la tipa?
– Mai rivista. So soltanto che dopo un po’ ha tradito il fidanzato e l’ha mollato. Lui c’è rimasto sotto, un bel po’ sotto.
– Beh, c’era da aspettarselo.
– Sarà…
– Avere questo ricordo corallino, stai sicuro, ne valeva la pena. Sono i momenti d’ebbrezza che valgono sempre la pena. Eri vivo, Cristo di Dio! Eri vivo e spaccavi!
– Se lo dici tu, Corallo*.
– Beh? Preferiresti essere la versione Disney di te stesso?! Vorresti il buonismo ipocrita?!
– Non credo proprio.
– E allora?
– Magari la versione realistica di me stesso. Intanto ho appena scritto un altro pezzo sul Cinema di Corallo*. Settimana prossima ne scrivo ancora.
– Che film?
– “La vita di Adele”.
– E perché?
– Perché è la versione realistica di un Amore. Dopo l’infantilismo di “Titanic” e l’adolescenza de “La Sirenetta”, manca il capitolo su una donna adulta.
– C’è sesso?!
– Assai.
– E allora mi sta bene, baby.

Il Cinema di Corallo*, vol.1 “Rose di Titanic è solamente una stronza borghese”

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– E’ tornata la primavera, no? – mi fa l’altro giorno Corallo.
– Così pare… – rispondo io guardando gli alberi in fiore fuori dalla finestra.
– Ho voglia di femmine – insiste Corallo.
– Come sempre.
– Più di sempre – dice lui.
– Le femmine sono belle – ammetto io.
– Già.
Nonostante la “Morte di Corallo*”, il mio lato oscuro di tanto in tanto torna a farsi sentire. Soprattutto quando rifletto sull’universo femminile. Cioè spesso e volentieri.
– Arriverà quella giusta – dico io per tenerlo buono.
– Ma tu non fai niente! – s’incazza lui – Stai sempre là a leggere, scrivere, montare video. Non esci quasi mai la sera, che cazzo di vita è?!
– La vita dell’intellettuale del cazzo.
– Bello schifo. Andiamo a spaccare. C’è la luna piena.
– Non adesso, Corallo.
– E quando?!
– Boh, quando capita. Non ho fretta. Ho imparato ad aspettare.
– Non ti riconosco più.
– Ho voglia di sesso anch’io, che ti credi?!
– Menomale, credevo fossi morto da quel punto di vista.
– No, per nente.
– E allora usciamo, partiamo per un’avventura, cazzo-ne-so, andiamo in un posto di mare…
– Corallo e il mare, certo. Non ti ricordi cos’è successo un mese fa?
– Non ho memoria. Io vivo solo nel presente. Cazzo è successo un mese fa?
– Te lo dico io. Sono uscito assieme a un amico per andare in un bar del centro, era il compleanno di un suo collega. Ricordi?
– Niet.
– Arriviamo in zona Porta Romana. Gente sul marciapiede col drink in mano. Altra gente dentro il locale, luci soffuse, musica. Faceva ancora freddo. Fumo una sigaretta, mi guardo attorno, faccio gli auguri al collega del mio amico. Poi prendo un vodka tonic. In effetti c’è qualche ragazza interessante attorno, ma faccio il bravo. Il problema è che hanno iniziato a offrirmi shot di vodka, uno dietro l’altro. E a un certo punto t’ho sentito…
– Chi, io?!
– Già, proprio tu, Corallo. C’è stato un momento che ho sentito la tua presenza farsi strada assieme all’alcool. E mentre me ne rendevo conto stavo già parlando con una tipa appoggiata al bancone, accanto a me. Alta, coi capelli legati a coda, sguardo da birichina. Non ricordo cosa le ho detto, so soltanto che dopo un po’ ho iniziato a provarci, così. E quella faceva la gattina…
– Ora inizio a rivedere la scena, già.
– Ci ho provato di brutto solo per il gusto di farlo. E fino a cinque minuti prima ero serio, giuro. La cosa bella è che la tipa mi dice di avere il ragazzo. “E dov’è?” le chiedo io. “Forse è proprio dietro di te”, fa lei.
– Cazzo sì, mi ricordo!
– Mi guardo alle spalle, nessuno fissa lo sguardo né su di me né sulla gattina in quel momento. Allora mi avvicino un po’ di più, allungo una mano lentamente, e inizio a toccarle il culo.
– E lei?
– Niente, continua a bere il drink succhiando la cannuccia, e ridacchia senza guardarmi in faccia. Si diverte, gioca, ci sta.
– E poi?
– E’ arrivato il ragazzo.
– Porco cazzo, è arrivato sì, ho fatto giusto in tempo a togliere la mano dal culo della tipa. Ricordo di avergli fatto i complimenti al tizio, gli ho detto qualcosa tipo “Ci ho provato ma lei mi ha detto che è occupata con te, scusa zio!”, e quello se l’è bevuta. Ah, ah, ah.
– Ridi, eh?
– Certo, mica è colpa mia se lei era una gattina e lui un coglione.
– Già.
– Godeva a farsi corteggiare e toccare di nascosto.
– E poi mi ha dato un pizzicotto sul sedere, mentre ero girato a parlare col mio amico.
– Le donne sono terribili, no?
– Alle volte, sì.
– Allora partiamo per un’avventura al mare?
– Corallo, sei troppo condizionato dai film di Hollywood. Anche se non li hai visti le persone ne hanno comunque parlato in ufficio, a cena, a casa di amici, in metro, sui social network. E quelle storie ti sono entrate dentro, ammettilo.
– Sei tu quello che passa il tempo a guardare film. Io vorrei vivere “come in un film”. E’ diverso.
– Appunto, è diverso.
– Non capisco…
– Perché tu non capisci un cazzo, Corallo. Saresti pronto a salire sul Titanic pur di vivere un’avventura, no?
– Già, e portarmi a letto quell’attrice, quella pienotta…
– Kate Winslet?
– Lei.
– Vedi, stai già parlando di un film. “Titanic” del 1997, uno tra i più costosi della cinematografia mondiale. Io l’ho visto quando avevo diciassette anni. Mi ricordo ancora i sospiri delle ragazze in sala, appena inquadravano Leonardo Di Caprio quelle mugolavano. Giuro, sospiri e mugolii. Probabilmente erano anche bagnate. E tu, Corallo, l’hai visto assieme a me quel film.
– Certo.
– E poi l’hai sistemato da qualche parte nella tua ombra corallina. T’ha segnato il destino, te ne rendi conto? Vorresti partire sul “Titanic” come fa Leonardo Di Caprio nel film.
– Cazzo c’entro io con Leonardo Di Caprio?
– Niente, perché tu sei solo un’idea, Nelson Corallo*, nulla di più.
– Sono anche il tuo istinto, fratello.
– Sei una parte del mio istinto. E noi non siamo la stessa cosa. Io sono reale, tu no.
– Ma che c’entra Di Caprio?
– Prima di parlare del biondino devo dire un paio di cose su quella stronza di Rose, la borghese sofficiosa.
– Kate Winslet?
– Lei, che nel film si chiama Rose, sì. La benestante che sale sul “Titanic” col fidanzato ricco e bastardo, Bill Zane, e si porta appresso un milione di valige, quadri preziosi e un gioiellone azzurro che alla fine butta in acqua, ‘sta stronza. Rose è la borghese che vuole fare la ribelle, anticapitalista e zozza a letto. E forse un po’ lo è.
– Infatti appena vede il biondino si bagna, è il caso di dirlo?
– Si bagna, sia prima che dopo. Comunque Rose sale sul Titanic, vede Leonardo Di Caprio – che è uno che non ha niente, i biglietti per la nave li ha vinti a carte e solo per caso si trova a viaggiare assieme alla tipa ricca – e s’innamora. Ma lei sta in prima classe e lui in terza.
– Però scatta la seduzione tra i due, no?
– Certo, colpo di fulmine, lei magicamente si sente pronta a mandare a puttane la sua ricca famiglia e anche il fidanzato che le ha appena regalato un gioiellone azzurro che vale un capitale.
– Già, il brillocco.
– Insomma, il proletario e la borghese si incontrano sul “Titanic”. Lui una notte la salva perché lei – poverina – voleva buttarsi in mare, troppo disperata, troppo ricca, troppo sotto pressione…
– E poi iniziano a frequentarsi durante la traversata.
– Giusto. Ti ricordi la scena dove fanno sesso la prima volta? Dopo una cena elegante, lui ha dovuto rubare uno smoking per presentarsi al tavolo coi familiari di lei, e a un certo punto scappano in terza classe. Scendono nel cuore della nave, bevono, ridono, ballano coi poveri. Cazzo, nel film la gente in terza classe è tutta allegra! Coi gilet marroni e le camice bianche, immigrati italiani, irlandesi, e chissà chi altri, sembrano la felicità fatta persona. Probabilmente nella realtà là sotto c’era solo odore di sudore, vomito e colera.
– Già.
– Vabbè, la borghese e il proletario si divertono un mondo ma sono costretti a scappare perché i servi del fidanzato cercano di fermare Rose prima che si faccia portare a letto dal poveraccio…
– Esatto, ma finiscono lo stesso a scopare in una macchina che sta parcheggiata nella stiva del Titanic.
– Capisci? In una macchina. Dettaglio di non poco conto perché rimanda a tutte quelle scene di film americani dove gli adolescenti perdono la verginità sui sedili posteriori delle automobili dei genitori.
– Cazzo, è vero.
– Fatto sta che il Titanic prende un iceberg e tutto si complica. L’ “inaffondabile” inizia a colare a picco. La nave si spezza in due, quelli poveri muoiono, quelli ricchi vanno sulle scialuppe. Il capitalismo alle volte crolla su se stesso ma la borghesia trova sempre un posto dove mettere il culo, e arrivare comunque in America.
– Bastardi.
– Anche Rose, no? S’è divertita a fare la pazzerella su e giù ma poi si sistema su una specie di zattera di legno mentre Di Caprio le tiene una mano e tira le cuoia nell’acqua gelata.
– Cazzo, sì.
– Ma non solo. Quella stronza, alla fine del film, si ritrova il diamantone azzurro in saccoccia.
– Ripetimi la storia del diamante, scusa.
– Allora, c’è ‘sto cazzo di gioiello con una pietra azzurra. Il film parla di un gruppo di ricercatori che lo stanno cercando nella carcassa del Titanic e una vecchia gli sta raccontando tutta la storia. Praticamente è Rose, centenaria, che parla di quel viaggio finito male, dice di quanto amore abbia provato, bla bla bla, e confessa che prima dell’iceberg si era fatta ritrarre nuda proprio con quel diamante addosso.
– Giusto.
– C’è la scena in cui Leo si siede di fronte a lei, perché lei ama l’arte – ‘sta stronza – e con un carboncino la disegna su una pergamena. Lui è l’unico che la vede nuda per la prima volta. Lei è nuda, se stessa, naturale, vera. E ha addosso un gioiello, che poi è il simbolo dell’amore…
– Come il simbolo dell’amore?
– Te lo sto spiegando, cazzo. Tutta la questione del film gira attorno a ‘sto brillocco. Lo stesso che stanno cercando anni dopo i sommozzatori, lo stesso che si ritrova tra le mani Rose dopo che Leo è morto, e lo stesso che lei getta in mare alla fine di tutto. Proprio lei che ha vissuto una vita fatta di viaggi, macchine, cavalli, e ha potuto viverla grazie al sacrificio del pischello di terza classe, che fa? Dona il diamantone ai bambini poveri? Istituisce un fondo per le vittime dei morti in mare? Lo rivende per dare i soldi agli immigrati?
– No, lo butta nel mare, ‘sta stronza!
– Esatto, “Titanic”, transatlantico costoso, film costoso, storia d’amore costosa. Leo perde la vita mentre la borghese campa senza far del bene a nessuno. Quel cazzo di diamante è il simbolo di un amore mai vissuto, tenuto in cassaforte e gettato sul fondo del mare quando si è troppo vecchi e stanchi. Mi ricorda anche la storia triste di Teresa [ vedi “La Morte di Corallo*”, cap. 6, paragrafo 16 ]. E tutti si sono bevuti ‘sta storia come l’apoteosi del romanticismo, ma secondo me è la metafora dell’utilitarismo.
– Ma come cazzo ti viene in mente?
– Parte dell’analisi del film viene da Slavoj Žižek, filosofo e psicanalista sloveno. Quando stavo a Barcellona ho visto il documentario “The Pervert’s Guide to Ideology”, di Sophie Fiennes, che parla di ‘sta roba. Invece la teoria del sesso sul sedile posteriore delle macchine e del diamante come simbolo dell’“amore” è mia.
– Cazzo, che storia.
– Eddai, Corallo, almeno una volta nella vita si incontra la figlia di papà che vuole giocare a fare “la cattiva ragazza” a tue spese ma poi ti molla per mettersi assieme a quelli della sua stessa razza, cioè i ricchi. L’unica cosa che può consolare è che quando lei sarà una vecchia centenaria ripenserà proprio a te, che le hai dato tanta passione, e non al marito che in fondo era un pezzo di ghiaccio che la faceva solo stare tranquilla.
– Che tristezza.
– Non devi essere triste. Sono loro che, in fondo, fanno una brutta fine. Ne abbiamo conosciute diverse così, lo sai. Stanno là ad aspettare che le porti in salvo, come se fosse loro dovuto tutto. Ti guardano e vogliono passione, tenerezza, comprensione, fiducia, forza, fedeltà, ma non fanno nulla, nulla, nulla di nulla. Si sentono al sicuro solamente nel loro ambiente circoscritto di gente fasulla, iper protette, disperate per cazzate immani, mentre altre donne si fanno il culo dalla mattina alla sera. E ce ne fosse mai una che tende la mano e dice “Credo in te”. No, prima si godono la passione, poi tracciano una linea e chiudono il cuore in una cassetta di sicurezza. Fino alla morte.
– La passione è importante.
– La passione non basta, Corallo, l’abbiamo già detta ‘sta cosa.
– E allora?
– Passione e amore. Amore e passione. E l’amore si costruisce in due, in maniera paritaria. Ma con quelle ragazze che sono “innamorate del proprio cappello” [cit. “Titanic”, Francesco De Gregori] non c’è niente da fare. Con i borghesi, in generale, non si può mai parlare né d’amore, né d’amicizia, né d’altro. Proprio non ci arrivano quelli là.
– Ecco, lasciamo perdere.
– Lascia perdere tu, Corallo. Probabilmente moriresti congelato nel mare per salvare il culo a una stronza. No?
– Non sono nemmeno così coglione.
– Certo, ma in passato hai fatto correre a me questo rischio. Se ripenso alle mie passioni, allo squilibrio tra me e loro, a quelle ragazze sempre inchiodate ad una posizione di difesa, senza credere che io potessi cambiare e maturare. Incastrate in quella visione hollywoodiana di sacrificio inutile pur di conservare un luogo sicuro, una relazione sicura, una vita mediocre.
– Le persone orribili vanno comunque avanti. E spesso sono proprio quelle che non credono all’amore, no? Tengono la cosa più preziosa che hanno chiusa in un cassetto oppure in fondo al mare.
– Esatto, e diventano come quelle a cui noi tocchiamo il culo, la notte, di nascosto dai loro fidanzati.
– Già.
– E ora un paio di parole sul buon Leo Di Caprio. Il biondino detiene un record in fatto di film con donne che lo lasciano e lui muore. Oltre “Titanic”, in “Romeo + Giulietta” muore perché quella figlia di Capuleti non lo avverte del veleno, in “The Departed” la psicologa se lo scopa ma preferisce stare assieme al corrotto Matt Demon, capitano di polizia, che poi spara a Leo, in “Inception” il biondino quasi impazzisce appresso a una moglie che vorrebbe vivere in un mondo alternativo e perfetto – ecco che ritorna il sogno borghese -, in “Blood Diamonds” sempre Leo crepa per salvare delle persone che poi si ritrovano in mano dei diamanti, nel “Grande Gatsby” muore per colpa di una stronza ricca e borghese che manco gli fa una telefonata e se ne va col marito ricco e bastardo, in “The Wolf of Wall Street” ha una moglie troia che lo molla e gli porta via tutto…
– Checcacchio.
– Nell’immaginario collettivo Leo Di Caprio ha assunto il ruolo del martire. E anche un po’ del cazzone romantico ad ogni costo. La popolazione mondiale se l’è bevuta fino a ieri ‘sta cosa. Ecco perché non aveva mai vinto un Oscar, almeno fino a “The Revenant”.
– Perché?
– Perché anche là soffre moltissimo, okkei, è comunque la storia di uno che viene fatto a pezzi da un orso e deve tornare a casa a piedi, nella neve, ma nel film non ha né una fidanzata né una moglie e soprattutto, alla fine, resiste. Capisci? Resiste e lascia perdere il rancore, l’eroismo esasperato, le storie d’amore di merda…
– Finalmente.
– Secondo me è per questo che gli hanno dato l’Oscar. Perché per una volta Leo ha detto “Sapete cosa? Voglio provarci anch’io a far la parte di quello che campa invece di sacrificarmi per voi stronzi”.
– Non ci avevo mai pensato.
– Tu, Corallo, non pensi mai a un cazzo. Tu fai danni e basta. Lo sai.
– Già.
– Almeno nella testa della gente sta cambiando qualcosa. E potrei azzardarmi a dire che la rivoluzione è vicina, Corallo.
– Leo vive e lotta assieme a noi?

– Forse sì, Corallo, forse sì.

La Morte di Corallo*, Paradiso, cap. 11

 

 

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1.

 

Milano, luglio 2015.

Giorni di caldo bollente. Già al mattino il sole picchiava forte sull’asfalto, rimbalzando, accecando. Indossavo gli occhiali da sole che avevo rubato alla Liz e andavo ancora a lavorare per l’Agenzia.
Almeno in metropolitana c’era l’aria condizionata. Nel vagone stavamo tutti un po’ meglio al fresco, come cadaveri in un obitorio semovente. Ma quando sbucavamo all’esterno, in zona Stazione Centrale, calava l’afa, e rivedevo l’umanità alla luce del sole. C’erano i manager con la valigetta, gli immigrati con le buste, i turisti con gli zaini e i freelance come me.
C’era il mondo in movimento là fuori. E c’era sempre stata Milano ad aspettarmi. Barcellona era ormai un ricordo assieme a Cagliari e tutto il resto.

– Gesù Cristo, che cazzo di storia assurda… – mi dicevo camminando verso l’Agenzia – Cos’è successo? Perché sono ancora qui?!

Il fatto di essere tornato a lavorare come una persona normale – niente Cinema, niente Scrittura, niente di Niente – mi aveva anche riportato alla concretezza delle cose.

– Praticamente sono un trentenne qualunque, lavoro precario, famiglia che mi considera un mentecatto, droghe e alcool senza morirne, un amore mai realizzato, desiderio di successo tradito. Una merda, no?
– Abbastanza – rispose Corallo.
– Ah, già – dissi sorridendo – Sono anche bipolare e dissociato.

E me l’ero studiata per bene la sindrome bipolare. Sì, con tutti i su e giù emotivi, le crisi cicliche, l’incapacità di gestire la realtà, la rabbia, il sesso occasionale, etc. etc.

– La mia vita è riassumibile in un manuale di psichiatria. E la parte che riguarda le psicosi, la violenza, il narcisismo e l’autodistruzione assomigliano molto a te, Corallo – feci io.
– Esatto – disse il lato oscuro.
– E’ interessante dove dice che un bipolare, in fondo, vuole sentirsi incompreso. Per non fare i conti con la vita reale, dove esistono i limiti e le regole. Un bipolare cerca una soluzione per uscirne, ma se la trova la fa a pezzi. Si boicotta, che ne pensi?
– Il Maestro è un po’ così, no?
– Già, mio padre è sempre stato bravo a farsi del male e poi dare la colpa a noialtri. Sarà per questo che fin da bambino mi son sentito in difetto. Soprattutto mi sono sentito diverso dagli altri. E a un certo punto ho iniziato a sentire l’angoscia. Pensavo di non meritarmi nulla, ti ricordi?
– Essì.
– E’ solo grazie al mio “fratello cattivo” che ho saputo cavarmela, eh?
– Puoi dirlo forte – rispose il lato oscuro.
– A un certo punto ti ho dato anche un nome, Nelson Corallo*.
– Yes, baby.
– E ti ho fatto vivere tutti i miei disastri, risse, sesso, storie malate, fallimenti, errori inconfessabili…

Camminando verso l’Agenzia alzai lo sguardo sul grattacielo Pirelli che rifletteva luci verdastre e poi sull’Excelsior Hotel Gallia che esponeva un lusso che non potevo permettermi. Avrei voluto che i cavalli alati scolpiti sul frontone della Stazione Centrale si staccassero e volassero via, almeno loro. Davanti a tutta quella realtà provai un’angoscia inspiegabile. Feci uno sforzo perché il rumore di tram, taxi, macchine e persone si attutisse un istante. Mi rinchiusi in una bolla invisibile.

– Tu sei stato l’unico a insegnarmi che la vita è ingiusta, violenta e crudele. La colpa è sempre stata degli altri, prima di tutto mio padre, giusto?
– Certo – rispose Corallo – Non dimenticare che il Maestro voleva farti crescere come un soldatino, avvocato del cazzo e uomo triste.
– Ma noi ci siamo ribellati e ci siamo anche sballati di brutto, no?
– Ah, ah, ah – rise felice Corallo – Non è mai abbastanza!

Certo.
A Nelson Corallo* non sarebbe bastato né il sesso né la droga né la rabbia del mondo intero, figuriamoci. Lui non avrebbe mai ceduto. E avrebbe avuto fame di qualcosa, di qualsiasi cosa, per poi sputare su tutto e ricominciare daccapo. Ma io avevo già compiuto trentacinque anni, nonostante ne avessi dimostrati venticinque troppo a lungo, ed ero stanco di dargli sempre retta.

– Cosa sono io senza la rabbia e la confusione di tutti questi anni?
– Che?!
– Cosa sono io senza le avventure di Nelson Corallo*?
– Non capisco dove vuoi arrivare…
– Chi sono io? – domandai.
– Sei uno che si fa un sacco di domande – disse il lato oscuro sul chi va là.
– E’ vero, ma sono stanco di non avere risposte.
– Allora smettila. Lascia fare a me. Ci penso io a sistemare le cose, no?
– Tu, Corallo?
– Sì, fratello, lo hai visto anche tu che adesso sono buono.

Già.
La mia ombra corallina aveva imparato un sacco di trucchetti. “Basta cazzate, facciamo i seri, inutile perdersi in puttanate”, e poi ci ricadeva inventando scuse.

– Allora dimmi, qual è il piano? – domandai.
– Tornare a spaccare il culo a tutti, è ovvio – rispose lui.
– Ma non avevamo smesso di spaccare culi? Alla fine ci va sempre male, no? E ci tocca ricominciare da zero ogni cazzo di volta.
– Abbiano sospeso la faccenda, é vero, ma solamente perché detesto passare per coglione. Preferisco essere un bastardo figlio di puttana piuttosto. Ma non coglione.
– Sì, lo so, tu sei fico. Però con Liz, Sabine, Dì, e tutte le altre, ti ricordi?
– Merda, non ripetermelo! Sono stato poco furbo. Troppo ingenuo, ecco. Potevo organizzarmi meglio, tipo questo nuovo atteggiamento pacato, magari buttando qua e là frasi su quanto siamo diventati grandi e “Basta col tempo delle cazzate, è ora di fare le cose serie”, no?
– Va’ avanti, ti ascolto.
– Sì, insomma, guarda con Giada per esempio…
– Con Giada ho provato a comportarmi bene.
– Esatto, bravissimo, è così che dobbiamo fare! Un po’ malandrino e un po’ bravo ragazzo. Se collaboriamo possiamo sempre dire che sono state loro a cercarci. Quindi non è mica colpa nostra, no? Possiamo farcele e poi levarci dalla palle invece che restare là a fare i giochetti del cazzo.
– Questo discorso mi ricorda quello di Riu – feci io – Il padroncino di casa a Barcellona, ti ricordi? Fingeva di essere un bravo ragazzo e poi era un infame.
– Beh, te l’avevo detto che il ragazzino non era mica scemo. Se le scopava tutte e quelle si ammazzavano tra loro per vincere…
– Sì, mi ricordo.
– Solo che ha provato a fare il furbo anche con noi. E com’è finita? Che gli abbiamo scopato la tipa nel letto, fatto andare via tutti gli altri, e s’è ritrovato da solo a con l’affitto delle stanze vuote. Un fallimento completo per Riu mentre noi eravamo già lontani.
– Certo, a Riu è andata male, ma cazzi suoi. Ti stavo parlando di me e di te. Possiamo avere relazioni sane, con le ragazze almeno?
– Sì, cioè, conosco i trucchi per non cascarci più.
– Stavo parlando di fiducia. Qualcosa senza stare tutto il tempo in ansia oppure ad accoltellarsi. Sai cos’è la fiducia?
– Stai zitto e ascolta! – interruppe il lato corallino – Abbiamo viaggiato, scopato, preso droghe, mandato a farsi fottere il mondo e tutta la gente che lo abita. E’ pieno di idioti là fuori. Segaioli, ignoranti, zombie del cazzo, ladri, troie, infami, corrotti, psicotici, violenti, saccenti, ipocriti, falsi di qualsiasi razza, credo politico e religione. Una massa di vermi destinati a consumare ossigeno e poi morire credendo d’aver fatto qualcosa di buono nella vita, invece no! La gente non capisce niente della vita tranne quello che gli conviene. Guardali, cazzo! Sempre pronti a giudicare senza mai farsi venire un dubbio! Hanno paura di tutto ma urlano come scimmie contro altre scimmie. Tutti senza passione, senza coraggio, senza bellezza, solamente angoscia. Borghesi fino alle ossa, merde, ipocriti, pezzi di fango, cercano l’errore ovunque tranne che nelle loro tasche. Lo sai che è così! – si scaldò il lato oscuro – Lo sai che il mondo è un posto orribile dove ci si calpesta a vicenda e non c’è pietà.
– Già.
– E la cosa più ridicola è che l’umanità potrebbe attingere a una saggezza millenaria, risolvere tutti i conflitti, smetterla di condannarsi a vicenda, invece cosa fa? Si attacca più forte alle convenzioni, insegue opinioni di chi li amministra come bestie, chiesa, politica, mezzi di comunicazione, potere, cellulari, video mostruosi sul web, porno scadente, sentimentalismi da telenovela, arroganza, vigliaccheria: questo è il mondo. Vuoi sapere il vero rimedio?
– Quale sarebbe?
– Astenersi.
– Come astenersi?
– Sì, astenersi. Basterebbe smetterla, tutto qui. Se domani il mondo si fermasse e sospendesse ogni tipo di conflitto, non ci sarebbe più conflitto. E’ talmente ovvio che non accadrà mai. Perché si credono puliti quelli là…
– Chi?
– Tutti, cazzo. Si lamentano e piangono ogni giorno per le sfighe che gli capitano. Tutti quanti. Si svegliano al mattino e se la prendono con qualcuno o qualcosa, senza capire che sono loro stessi a tirarsi addosso la merda. Chi odia il capo, chi la moglie, chi i propri figli, i negri, gli arabi, gli ebrei, i cattolici, i comunisti, il vicino di casa, gli animalisti, i vegani, i pacifisti, le donne, gli uomini, i gay, i ragazzini, i cani, i gatti, il raffreddore, i ritardi, l’acqua, il fuoco, il culo, la figa, il cazzo, il cazzo dei negri, la scienza, la religione, i cinesi, le puttane, i film, l’amore e anche la pace! Tutti odiano qualcosa e lo fanno in così tanti modi da odiarsi a vicenda, per forza. E’ nella natura umana odiare. E’ nella natura umana condannare. E perché? Perché hanno tutti paura d’essere sopraffatti. Quei vermi temono l’estinzione. Non lo dicono ad alta voce però la morte regna nelle loro testoline di cazzo. La morte che comunque arriverà a prenderli tutti. Che poi è l’unica giustizia terrena, in fondo.
– Esiste un’onda, un’onda immensa che avanza inesorabilmente verso di noi, e ci sommergerà nonostante tutto…
– Esatto, fratello. Finirà comunque a quel modo. E basterebbe già questo per avere un briciolo di rispetto per chi ci sta di fronte, che morirà esattamente come noi, un giorno. Però no, gli uomini e le donne scacceranno questo pensiero il più lontano possibile e torneranno a odiarsi, ogni giorno, fino alla fine. Siamo in guerra con l’idiozia più totale. Non c’è speranza di vincere. Il mondo fa schifo, la gente fa schifo, e per quanto vorrai darti da fare non riuscirai a cambiarlo, porco cazzo! L’umanità adora farsi del male. Tanto vale smetterla di fingere che un giorno sarà diverso – disse lui respirando con più calma – E’ meglio essere i migliori tra i peggiori. E’ meglio passare dalla mia parte definitivamente, caro mio.
– E poi?
– E poi non lo so – fece lui accendendo una sigaretta – Magari avremo fortuna e magari ci spareremo un colpo in testa, no?
– Una morte da rockstar?
– Meglio quella di una vita qualunque. Così la penso io, e così la pensi anche tu, ammettilo.
– Ma…
– Ascoltami bene, se nemmeno tuo padre e tua madre hanno capito quanto stessi male da ragazzino perché dovrebbe farlo qualcun altro? Nessuno ha mai capito niente né di te né di me! E’ troppo tardi per cambiare. Bisogna solo evitare di fare stupidaggini, ecco. Aspettiamo che la ruota giri, ci è sempre andata bene, no? E siamo più forti adesso. Possiamo ripartire, ti va? A fine mese prendiamo i soldi dell’Agenzia e torniamo in Spagna…
– A fare che?
– Prima di tutto torniamo da Luce, l’argentina. Continua a invitarti a casa sua, secondo te perché? Vuole scopare. Poi andiamo a tutte le feste di Gracia come l’anno scorso. C’è Aguil che ha le polverine giuste, Jago con le amiche lesbiche, il bordello, la spensieratezza!
– E il lavoro?
– Portiamo qualche curriculum in giro. Proprio a Barcellona c’è la più grande casa di produzione pornografica al mondo, l’unica quotata in borsa. Ti rendi conto? Iniziamo come videomaker, poi magari cresciamo, andiamo in giro per l’Europa in mezzo alle troie.
– Stai scherzando? – feci io.
– Sempre meglio che risparmiare quattro spiccioli e tornare al paesello quest’estate, no?
– Ci mettiamo a fare film porno? E poi?
– E poi cosa?! Non lo so, intanto andiamo, poi si vede checcazzo.

Nelson Corallo* partiva e poi vedeva, mica rifletteva sulle cose, si sa. Faceva la sua apologia di condanna alla razza umana, si metteva su un piedistallo e poi se ne fotteva. E forse aveva anche un fondo di ragione. Ma se avete letto i capitoli precedenti dovreste sapere che io iniziavo ad essere diverso da lui.

2.

Entrai in Agenzia.
Quel giorno dovevo mettere in fila alcune immagini e scriverci sotto un testo. Era roba che facevo quasi in automatico, quindi potevo continuare a parlare con Corallo.

– Aspetta un attimo – dissi io – Non posso metterci altri soldi. Sto iniziando adesso a recuperare quelli che ho speso nel master. E magari l’Agenzia mi chiede di lavorare tra agosto e settembre, magari faccio un po’ di cassa. Ho le bollette da pagare e…
– Che cazzo dici! – urlò Corallo – Non lo vedi che sei sprecato?! E’ da un mese che fai un lavoro che potrebbe fare chiunque!
– Almeno è un lavoro.
– Roba commerciale del cazzo!
– Quando eravamo sul set di Cagliari ti lamentavi perché erano tutti “artisti impegnati del cazzo”, e ora?
– … – silenzio.

Mentre me ne stavo davanti allo schermo del computer la segretaria di produzione disse qualcosa.

– Come scusa? Non ho capito, ero distratto… – feci io.
– Ti stavo chiedendo cosa farai quest’estate – rispose lei.

La segretaria si chiamava Adele. Venticinque anni, carina, alta, sempre gentile con tutti, anche con me. Mentre finiva gli esami all’università lavorava per l’Agenzia per recuperare qualche soldo e un po’ d’esperienza.

– Quest’estate? Non lo so – dissi io – Sono indeciso tra tornare a Barcellona oppure farmi un giro nel paese di campagna di mio padre. E’ da un po’ che non ci vado, a sud.
– E a settembre? Sarai ancora qui in Agenzia?
– Non so nemmeno questo. Se Dado mi conferma, se c’è altro lavoro extra, boh…
– Mi sa di no – disse lei pensierosa – Ho sentito che l’Agenzia ha perso un po’ di clienti. Probabilmente faranno dei tagli, quindi…
– Quindi torno a fare il disoccupato. E tu?
– Non saprei. Alle volte vorrei lasciare Milano e trasferirmi a Roma. Provare a fare cose diverse, più vicine a quelle per cui sto studiando.
– Faresti bene, bisogna provarci.
– Dici?
– L’unica cosa che non mi rimprovero nella vita è di averci provato. Anche se poi non ho avuto quello che volevo.
– E perché hai smesso di provarci?
– Sai cosa, Adele? Voglio smettere di pensare ossessivamente sempre agli stessi problemi. “Oh mio Dio, non ce l’ho fatta, volevo questo, volevo quello, sono un fallito, etc. etc.”. Ho fatto male i conti, ho dato per scontate molte cose, lo ammetto.
– Facciamo tutti degli errori, però bisogna andare avanti, no?
– Ok, facciamo tutti degli errori, sono d’accordo con te. E te lo ripeto, fai bene a provarci. Ma per quanto riguarda me basta. Se avessi voluto davvero certe cose mi ci sarei messo con più impegno, mi segui?
– No…
– Mi sono sempre riempito la bocca di belle parole. Ho sempre detto “un giorno farò, un giorno sarò, un giorno avrò”, invece mi sono perso in un milione di cazzate. Non sto qui a raccontartele tutte ma è andata così. E stavo pensando che quando facevo il praticante avvocato ho visto più cause di gente fissata su una questione che quelle dove volevano risolvere la faccenda e darci un taglio, per il bene di tutti. Ho visto più orgoglio che giustizia, capisci? Ho visto gente urlare fino a quando l’altro non era a pezzi. E ho capito d’aver sempre fatto così anch’io.

Porca vacca, che presa di coscienza mi stava venendo fuori quel giorno.

– Ho preteso Amore, Amicizia, Denaro e Bellezza. Sottolineo “preteso” come se mi spettassero per diritto, capisci? E la cosa più ridicola è che ho preteso quelle cose senza mai fare uno sforzo. Finalmente ho capito che idiota sono stato, in tutto. Voglio darci un taglio, smettere di pretendere.
– Quindi non dovrei andare a Roma…
– Niente affatto. Vai, provaci, e mettici l’anima.
– Secondo te faccio bene allora?
– Certo che fai bene. Se io non ci sono riuscito non significa che tu non possa farcela. Anzi, sei giovane e sembri molto più saggia di me…
– E se non ce la faccio?
– Troverai il coraggio per far cadere le illusioni e cercare qualcos’altro. Se Dio esiste è un tipo generoso, no? Ci regala ogni giorno un errore nuovo, più entusiasmante, per farci spaccare meglio la testa contro le cose.
– Sì, probabilmente è così.

Per la cronaca, dopo quell’estate Adele lasciò l’Agenzia di Milano, si trasferì a Roma e ottenne un ruolo importante in una casa di produzione cinematografica.

– Lo vedi, Corallo? – pensai dopo la chiacchierata – C’è anche qualcosa di buono nella vita. Basta saper distinguere l’oro dalla merda, no?
– Non me ne frega niente – disse lui – E poi che ti credi? Che gliene importa qualcosa di te?
– A chi?
– A chiunque.
– Beh, Adele m’è sembrata più contenta dopo aver parlato con me.
– Certo, perché l’hai incoraggiata a fare quello che già pensava di fare. Le hai dato ragione, è normale che è contenta, checcazzo. Sono tutti contenti quando gli dai ragione, no? E ricordati che quelli dell’Agenzia alla fine prenderanno un altro al posto tuo, più giovane e più svelto. Dammi retta, le cose funzionano così, non fermarti proprio adesso.
– E cosa dovrei fare?
– Finisci il mese, prendi i soldi e ripartiamo. Te l’ho già detto. Punto.
– Ma possiamo vivere dei rapporti sani con le ragazze? Almeno una? Una sola?
– L’amore che hai in mente tu non esiste. E se esistesse non farebbe per noi. Rassegnati, noi siamo tizi strani.
– C’è Cloe adesso, potremmo fare la cosa giusta con lei?
– Non lo so, non lo so proprio – disse lui accigliato – E’ rispuntata dal nulla dopo anni di silenzio. S’è presentata con una poesia di Prevert e ci siamo andati a letto. Ok, è stato passionale e tutto, però…
– Però cosa?
– Quando eravamo ragazzini ci ha trattato di merda, no? Non te lo ricordi?
– Già, una brutta sensazione.
– Esatto, tienilo sempre a mente. Anche perché adesso tocca a lei soffrire.

Ecco il vero Nelson Corallo*.
Il bastardo, il sadico, l’opportunista.
Di tutto il mio diventare adulto lui aveva preso solo la parte conveniente. Perché Corallo non stava evolvendo, niente affatto, si stava solo adattando alla mia nuova età. Dopo aver segnato le “x” sulla lista nera mi aveva lasciato in pace facendo finta che gli andasse bene. Ma stava già cercando nuove strade verso il caos.

La giornata in ufficio proseguì senza nessuna rilevante novità.
Verso le sette di sera spensi il computer, salutai i colleghi, feci il viaggio di ritorno in metro verso casa.

– Sai benissimo che dovevamo fare tutte quelle cose – disse Corallo sogghignando.
– Quali?
– Come quali? La “variabile corallina”, soddisfare tutte le voglie e le esperienze che il Maestro e la Società ti avevano proibito. Ti avrei torturato all’infinito portandoti sempre nelle stesse situazioni, no?
– Ok, sono d’accordo Corallo.

Non potevo smentirlo su questo argomento. Avevo esaurito l’adolescenza residua assieme a lui. Però qualcosa non mi convinceva ancora del tutto.

– Ora tocca a me. Sento che quella fase è finita. Basta, no? – provai a dire.
– I tuoi progetti sono estremamente noiosi. Che vorresti fare? Fingere di essere un borghese con lavoro, casa e famiglia? Non dire cazzate!

Corallo mi avrebbe sabotato costantemente, avvelenando qualsiasi strada avessi scelto, a meno che non fosse la sua.

– Com’è possibile vivere a questo modo? – gli domandai.
– Noi non siamo come gli altri. Devi mettertelo in testa che io e te siamo più furbi, cazzo! La vita è ingiusta, violenta e crudele. La gente non lo capisce però noialtri sì. Un giorno spaccheremo il culo al mondo, vedrai.
– Ma senza trovare mai pace? Sempre in lotta? Senza dire semplicemente “sto bene”?
– Ora non è tempo per queste faccende, fa troppo caldo, ci penseremo più in là… – faceva lui quando non sapeva come convincermi.
– Già – concludevo io.

3.

Dicevo che durante quel periodo, luglio 2015, frequentavo Cloe. E mentre il lato oscuro digrignava i denti io provavo a fare le cose giuste. Piccole cose, come tutti, ogni giorno. Mica facile quando sei bipolare, eh.

– Raccontami di te – dissi a Cloe la sera del nostro terzo appuntamento – Cosa vorresti dalla vita?

L’avevo inviata a cena in un ristorante giapponese. Ce ne stavamo seduti in disparte a mangiare e parlare. Nonostante il sesso già consumato ci conoscevamo davvero poco.

– Per prima cosa devo liberarmi di quel matto che mi perseguita. Te l’ho detto che il mio ex non mi lascia in pace. Mi telefona, mi segue, alle volte mi minaccia…

Esatto, anche Cloe aveva un passato burrascoso. Dopo tre anni di convivenza s’era accorta di non essere più innamorata né del proprio compagno né della propria vita. E dopo un lungo letargo si era svegliata dicendo “Ma che cazzo è successo? Chi è la persona che ho a fianco? Come ho fatto a ridurmi così?”.

– Non saprei dire com’è andata esattamente… – ammise lei – E’ iniziata come tante storie. Poi ha cominciato a darmi segni di disagio. Pensavo fosse una questione di carattere, invece no. Dopo un po’ mi sono accorta che non ci stava proprio con la testa.
– E tu?
– Ho fatto finta di niente. Ho preferito chiudere gli occhi. Volevo pensare solamente al lavoro e alla casa, punto. Il problema è che poi mi sono allontanata da tutto, capisci? Da me stessa, dai miei amici, dalla realtà. Lui è riuscito a farmi appassire.
– Capisco, però come hai fatto a starci insieme tanto tempo?
– Non lo so! Cazzo, non lo so! Te l’ho detto, è stato come un lungo incubo.
– E ora?
– Tre mesi fa ho deciso di mollarlo. Lui è impazzito, ma dovevo farlo, non lo amavo più.
– E’ dura.
– Sì, lui insiste, mi chiede di tornare assieme. Poi mi insulta, si fa trovare sotto casa. Ma ormai ho deciso, non c’è nessuna possibilità. A fine agosto cambierò anche lavoro. Sto già mandando curriculum in giro.

Cloe si occupava di minerali e pietre preziose. Mi raccontò che qualche anno prima lavorava per conto di una Compagnia che trattava quelle materie. Guadagnava piuttosto bene e si sentiva realizzata, almeno fino a quando non c’era stata la crisi economica mondiale.

– Prima viaggiavo in prima classe e vedevo posti meravigliosi. E poi niente, m’è svanito un sogno davanti agli occhi. E’ anche per questo che mi sono messa con lui. Mi sentivo persa e avevo bisogno di qualcuno a cui appoggiarmi.

Finimmo di mangiare e andammo a casa mia.
Anche se in pubblico Cloe era molto garbata, quasi timida, le piaceva una certa brutalità a letto. La spogliai facendole tenere addosso le scarpe coi tacchi. Mi piaceva vederla con le cosce spalancate e i piedi rivestiti di cuoio nero, come fosse una escort costosa. La presi tenendole le mani sul culo mentre mi incitava a continuare come un animale. Venimmo entrambi dimenticandoci per un istante dei problemi della vita.

– Cosa farai ad agosto? – domandò lei.
– Stavo pensando di tornare a Barcellona, ma alla fine ho deciso di no – dissi ripensando alle idee di Corallo.
– Meglio così – fece Cloe con un sorrisetto.
– Appena finisco col lavoro in Agenzia prendo un treno per Salerno. Magari passo a trovare i miei zii e poi vado in campagna. Mio padre ha una casa e un pezzo di terra là.
– Bello, no?
– Sì, l’importante è che i miei non rompano troppo i coglioni. E poi forse vado a trovare un’amica al mare…
– Un’amica al mare?!
– Una mia amica, sì, nella sua casa al mare. Mi ha detto che posso stare un po’ da lei.
– E chi sarebbe quest’amica, una delle ragazze di Corallo?!
– Per niente – feci io – Anzi è l’esatto contrario.
– Come si chiama?
– Si chiama Frà, ha la mia età, ci conosciamo da anni.
– E’ carina questa Frà?
– E’ carina a modo suo, ma non è il mio tipo. E’ un maschiaccio, piena di piercing, fisico asciutto.
– E…?
– E non ci ho fatto nulla, né ci farò niente.
– Sicuro?
– Ne sono certo.

Cloe si fermò a dormire da me.
Il giorno dopo era la prima domenica d’agosto. Restammo a casa con l’aria condizionata accesa. Dopo pranzo ci mettemmo a guardare un documentario sugli animali dell’Africa. Dopo un po’ tornò sull’argomento vacanze.

– Starai via parecchio tempo, eh – disse lei – Quasi tutto il mese, lo sai?
– Beh?
– Non ci vedremo per un bel po’.
– Non ci siamo visti per vent’anni, ti preoccupi per un mese?
– Comunque io non ti ho chiesto niente…
– In che senso?
– Nel senso che non t’ho chiesto niente.

Quando una donna dice di non averti chiesto niente, beh, c’è il rischio che stia per chiederti qualcosa da un momento all’altro.

– Ascolta – feci io mettendomi a sedere con la schiena dritta sul divano – A parte la faccenda delle vacanze, la domanda è un’altra.
– Quale? – chiese lei.
– Che intenzioni hai con me?
– Che vuol dire?
– Sei innamorata di me, Cloe?
– E’ troppo presto per dirlo.
– Allora non sei innamorata di me?
– Ci stiamo frequentando… – disse abbassando un po’ lo sguardo – Stiamo capendo entrambi. Non c’è bisogno di fare le cose di fretta, soprattutto nella situazione in cui sono adesso, con quel coglione che mi sta addosso, il lavoro, la casa…

La guardai e pensai che stesse mentendo. Ero convinto di piacerle molto. Era lei a dimostrarmelo con piccoli gesti, parole, silenzi, tutto qui.
Passammo il resto della giornata assieme.

Quella sera ne parlai con Giacinta. Ormai la sorella bionda viveva in un bilocale poco distante dal mio appartamento, ma aveva ancora molta roba nei miei armadi. Proprio per quel motivo si trovava da me.

– Ti piace Cloe? – domandò riempiendo uno scatolone.
– Sì, è intelligente, carina.
– Ti piace nel senso che ci staresti assieme?
– Non lo so – ammisi io.
– Che significa?
– E’ difficile da spiegare. Da una parte sento di condividere molte cose con lei, però…
– Però?
– Per stare assieme a una ragazza c’è bisogno di una prospettiva futura, non credi?
– Certo, è così.
– Ci siamo visti tre volte finora. E Cloe potrebbe essere quella compagna costante, terrena, anche materna nel senso buono del termine che ad un uomo come me serve. Capisci?
– Quindi basta ragazzine e storie malate? Bene!
– Però non so se è quello che voglio davvero.
– Non vuoi una relazione stabile?
– Sì, cazzo, sì.
– E allora?
– Vorrei esserne innamorato come quando avevo quindici anni. Ma non lo sono – ammisi io.
– Allora è tutto un altro discorso. E forse non dovresti nemmeno illuderla.
– Non posso nemmeno dirle “grazie e arrivederci”, anche perché lei insiste su una cosa…
– Su cosa?
– Continua a ripetermi “io non ti ho chiesto niente”.
– Certo, ma sai benissimo che non è così. Anzi, è più probabile il contrario.
– Infatti, credo voglia farmi abituare, stare tranquillo e sentirmi al sicuro. Da una parte mi farebbe stare bene, dall’altra finirei per stare molto male. Parliamoci chiaro… – dissi io – Ho ancora in mente quell’altra, la brunetta.
– Dì?
– Ecco, Dì è la misura dei battiti del mio cuore. Tutto il resto è un compromesso, porco cazzo.
– Sì, lo è. Per questo t’ho detto che forse è meglio lasciare andare Cloe.
– Razionalmente hai ragione. Però Dì sta assieme a un altro e non vuole incontrarmi nemmeno per bere un caffè. Invece Cloe c’è, è qui, e mi vuole!
– Quindi?
– Quindi ne riparliamo a settembre.

4.

Ultimo giorno di lavoro in Agenzia.
Quella mattina girammo uno spot e facevo da assistente. Anche se era roba commerciale mi comportai bene, tenni Corallo e la sua presunzione fermi in un angolo. Mi accorsi di essere migliorato parecchio durante quel periodo, sia come videomaker che come autore. Avevo dedicato più tempo ai dettagli. Avevo aperto gli occhi sulle piccole cose e – soprattutto – non avevo sbroccato coi colleghi di lavoro come accadeva in passato.

– Ci rivediamo a settembre? – chiesi a Dado a fine giornata .
– Mi spiace – fece lui – Con quest’ultimo lavoro abbiamo finito gli extra. Dobbiamo tornare alla formazione iniziale, poca gente, poco budget. Quindi non posso confermarti.
– Capisco.
– Però restiamo in contatto, no?
– Certo.
– E se escono altri progetti ti chiamo.
– Tranquillo – conclusi io.

Scrissi il numero del mio conto corrente su un modulo per farmi pagare, firmai, strinsi la mano a Dado e me ne andai. Non feci storie per non essere stato confermato. Lo sapevo fin dall’inizio che era il solito lavoro a tempo determinato. Andava bene così.
Camminai verso la metropolitana fumando una sigaretta.
Al posto del caldo asfissiante c’era un’aria più dolce verso sera, come se Milano volesse farmi respirare un po’.

– Che stronzi… – sibilò Corallo.
– Chi? – domandai distrattamente.
– Dado e i suoi soci – disse lui – Non ti hanno tenuto in Agenzia!
– Hai sempre detto che ti faceva schifo lavorare come un dipendente qualsiasi, ora rompi il cazzo?
– Eccerto, è una questione di principio. Non sono loro che devono decidere. Semmai siamo noi che ce ne dobbiamo andare.
– Corallo, Corallo, Corallo…
– Che c’è?!
– Ma vaffanculo – dissi io gettando il mozzicone prima di scendere le scale della metro.

Quell’esperienza in Agenzia era stata preziosa, altroché. Niente guai, qualche soldo, e avevo imparato nuove tecniche di video e montaggio.
Arrivai a casa, feci la doccia, mi accesi un’altra sigaretta.

– Ho basato la mia vita sulla ribellione, sul rancore e sulla fortuna – dissi.
– Beh, ha funzionato. Hai sempre ottenuto un sacco di cose grazie alla fortuna – rispose il lato oscuro – Che c’è di male?
– Che non ho ottenuto niente con le mie forze. Solo fingendo d’essere capace. Una carriera da ladruncolo, in fondo.
– Fa parte del nostro fascino.
– Ma ho perso tutto, ho perso tempo per il Cinema, ho perso tempo per la Scrittura, e ho perso Dì.
– … – Corallo non rispose.
– La fortuna non dura in eterno e invecchiando non si migliora.
– Non ci pensare! Stai tranquillo…
– La gente che mi dice di stare tranquillo mi fa ridere, cazzo. Ho un’angoscia perenne, Cristo di Dio, e tutti mi dicono di stare tranquillo. Anche tu Corallo, eh? Certo, dovrei stare tranquillo, lasciarmi portare dalla corrente, il “carpe diem”, scopare qua e là, desiderare cose che non si realizzeranno mai, vero?
– Ma… – balbettò il lato oscuro.
– Ma smettila! Credevo che tutto mi spettasse, tutto per davvero, come se ne avessi diritto. Non è così! Avevo il diritto di studiare, faticare, provarci, fallire anche. Però non avevo il diritto di vincere. Una parte di me non sarà felice di questo, ma devo tenerla a bada…
– Di chi stai parlando? – domandò Corallo.
– Di te, piccola carogna – dissi io allo specchio.
– Ma che ti è preso?! Eravamo finalmente soci! Lo hai visto che sto facendo il bravo, anche con le ragazze, no?
– Esatto, stai facendo il bravo Corallo. Però ho riflettuto anche su ‘sta cosa.
– E quando?
– Quando? – dissi io sorridendo – Se sto lontano dalle situazioni di merda tu perdi potere, lo sai?
– Sì, in effetti.
– Ecco, mentre tu dormi io penso.
– Tu pensi troppo.
– E tu mi sembri come quelle ragazze che mi fanno prima scopare, mangiare, bere e poi mi chiedono qualcosa che non ho voglia di fare.
– Mi stai dando della puttana?!
– Io le puttane le rispetto. Loro lo sanno di vendersi. Loro sono consapevoli, e non si aspettano niente da nessuno. Tu non sei una puttana, in effetti…
– E cosa sarei?
– Tu sei come quelli che ci vanno a puttane. Quelli che le vogliono ma poi le disprezzano in pubblico perché le temono. Tu sei un borghese… – feci io – Comunque ho pensato che anche fare le cose buone una dietro l’altra non significa essere buoni.
– E perché no?
– Significa solo compiere una serie di azioni evitando il male per non pagare la multa.
– Chi è buono agisce in maniera buona, no?
– No, quello sei tu ultimamente. Uno che evita gli errori grossolani, in attesa di fare il colpaccio. Sei un ipocrita.
– Chi, io?
– Certo tu, sei il solito bamboccio. Hai imparato a comportarti meglio rispetto a prima. Hai capito che certe ragazze sono pericolose e se provi a fregarle ci rimetti. Hai capito che non si batte una donna in rancore, eh?! Hai capito che è più conveniente stare zitto ogni tanto, per imitare una saggezza più profonda, non è così?
– Sì, però…
– Sì però un cazzo. Tu non provi amore per nulla. E quando ho provato a farlo io con Dì, mi hai boicottato!
– E’ inutile che adesso fai il superiore. Lo sai che sono parte di te. Lo sai che la vita là fuori è una merda. Tutti imparano a fingere, a farsi furbi, a essere cinici. Non sei ricco, non sei un regista, non sei uno scrittore. Non sei nessuno! – disse il lato oscuro – Sono io che ti rendo speciale, sono io la tua ombra, sono io il tuo fascino. E sono io che ti procuro le donne!
– E’ vero anche questo – ammisi.
– Non puoi vivere senza di me! – fece lui.
– Ancora no, solamente perché mi manca un pezzo per capire tutta la faccenda.
– Mi fai ridere!
– Tu mi fai incazzare invece.
– Vedrai che cambierai idea alla fine – disse Corallo suadente.
– Spero proprio di no – conclusi io.

Corallo era davvero potente, senza scherzi. Mi rendevo conto di non poterlo battere a quel modo. Lui governava i miei istinti e lo faceva anni ormai. L’unica maniera per tenerlo a bada era dargli da mangiare ogni tanto, e poi essere quanto più razionale possibile. Razionale. “Devo essere razionale”, certo, una cosa che a un bipolare come me riusciva difficilissima.
Merda.

5.

Il 6 agosto 2015 presi un treno Milano-Salerno.
Verso sera passeggiavo sul lungomare con uno zaino in spalla. Rivedevo un me stesso marmocchio con mia madre a tenermi per mano. Rivedevo i giocattoli, i cartoni animati, i dolci. Poi adolescente tra romanzi e sogni erotici, ladruncolo tra gli scaffali della Standa rubavo cose inutili per sentire quel senso di colpa sottile e pornografico.

– Non esiste un luogo. Esistono solo le emozioni nate in un luogo. E a Salerno ho molte emozioni.

Dopo un paio di giorni mi mossi verso l’entroterra.
Lasciai il mare alle spalle, entrai nel Cilento fino al paesino di mio padre. Case di pietra, vecchie vestite di nero sedute sui gradini, cani, gatti, galline. I miei mi guardarono con la solita espressione “Quando smetterà di essere pazzo nostro figlio?”.
Presi la mia roba e portai tutto in mansarda.
Quando stavo là mi sistemavo sempre in una stanza con un letto e qualche mobile, libri, cose raccolte nel tempo. Il balcone affacciava direttamente sulla valle. Ulivi, vigne, terra arsa dal sole, il fiume che tagliava a metà la piana sul fondo, e poi ancora colline fino al mare.
Anche là avevo ricordi d’infanzia, ma con tonalità cupe e sanguigne. Rispetto a Salerno il paese del Maestro era aspro. Boschi selvatici ai lati del centro abitato, cinghiali, volpi, gufi, faine. Rovi di more, serpenti e sassi. E sangue di porci scannati assieme ad agnelli, capretti, conigli e polli. Là ritrovavo il mondo delle cose che fanno male. Ma anche le prime esperienze sessuali della mia vita.

– Anche qui ho molte emozioni.

Ripensai a quella ragazzina che si alzava la gonna e si toglieva le mutandine mentre ce ne stavamo nascosti sotto il letto. Chissà chi era? Io ero un bambino innocente, ma forse Corallo era nato proprio tra le sue cosce, tanto tempo prima.

Nonostante la vicinanza con mia madre e col Maestro le cose andarono lisce. Di sicuro perché passavo più tempo a camminare tra le campagne che a discutere con loro. E a forza di ossigenarmi il cervello vidi meglio le cose che avevo attorno, e dentro di me.

– Oh, porca vacca, mi sa che ho capito qualcosa…

Mia madre, ad esempio.
Un pomeriggio eravamo assieme su un sentiero di rovi. Lei aveva un cappello spiovente in testa e teneva in mano un secchiello che riempiva di more.
Mi fermai ad osservarla a distanza.

– Mà… – le dissi a un certo punto.
– Dimmi baby – fece lei.
– Mi dispiace.
– Per cosa?
– Per averti trattato di merda.
– Dai, non dire così…
– No, davvero, mi dispiace – feci io, senza accendermi una sigaretta.
– Ho fatto degli errori con te – disse lei – Me li hai ripetuti tutti, ogni giorno, fino a ieri…
– Sì, però basta.
– E mò?
– E mò facciamo che siamo pari. Tu hai sbagliato, io ho sbagliato, punto.
– Sei sicuro?
– Fino a ieri volevo umiliarti. Mi aspettavo potessi capire. Invece no, non potevi.

Rimasi in silenzio.
Avrei voluto aggiungere “Nemmeno io posso capire te, eppure sei mia madre. Ognuno ha un dolore che non può spiegare a parole, quindi anche tu ce l’hai quel dolore, esattamente come me” ma non lo feci, dissi altro.

– Se continuassi a condannarti per il passato non arriverei a nulla.

Lei raccolse un altro paio di more.
Parve contenta.
Forse leggera.

– E quando me la presenti una brava ragazza? – domandò.
– Non lo so, appena finisco tutta la faccenda…

Camminammo ancora un po’ in silenzio.

– Mà – dissi io.
– Che c’è? – domandò.
– Secondo te verso cosa tendono gli esseri umani?
– Tendono verso l’azzurro.
– Già – dissi io – Verso l’azzurro.

E poi toccò al Maestro.
Con lui era molto complicata la questione, perché gli assomigliavo di più, nel bene e nel male. E del male ne ho già parlato abbastanza. Anni di insulti, schiaffi, calci, minacce. E paura.

– Dio Cristo, poteva uccidermi e manco se n’è accorto… – dissi a me stesso – In tutti questi anni non s’è accorto di quanto mi ha spinto verso il baratro, di quanto m’ha fatto sentire dissociato da me stesso.

Lo raggiunsi in campagna.
Stava là il Maestro, in mezzo al suo pezzo di terra, aspettando il tramonto per prendere il fucile e sparare a un cinghiale.
Mi sedetti su una pietra.
Lo guardai da lontano e mi apparve chiaro quanto avesse paura di tutto, mio padre. Riuscivo a vedere la sua desolazione. Ne ebbi pietà.

– Mio padre ha paura – dissi al lato oscuro – Ha un’angoscia grande quanto il mare. Nei suoi occhi ci vedo l’abisso, come un naufrago su una barchetta che tiene in braccio i figli e in ogni istante sente la Morte.
– E’ un bastardo – disse Corallo – E dobbiamo odiarlo.
– Quell’uomo si è sempre comportato di merda per un solo motivo.
– Quale?
– Voleva essere amato e non c’è riuscito. Già, proprio come te.
– Come me?! – disse Corallo.
– Sì, come te, e come un sacco di gente su questa terra. Ammettilo, Corallo, che volevi solamente un abbraccio e un po’ di fiducia invece di tutta la merda che hai dovuto mandar giù. E ammetti che alla prima difficoltà ti sei nascosto e hai negato tutto. Hai cambiato forma, hai creduto d’essere forte mentre sputavi sul mondo, eh?
– Io detesto tutti tranne me e te.
– E’ troppo facile. E’ davvero troppo facile odiare il mondo. Ho iniziato a vedere oltre.
– Da quando?!
– Da quando Dì mi ha mollato.
– Quella stronza!
– Stronza? Ti piacerebbe lo fosse, eh? Invece no, senza di lei non avrei capito niente.
– Allora – disse il lato oscuro – Torneremo da lei? Eh? Riusciremo a riaverla? Mollerà il tizio con cui “sta bene” e ci riprenderà?!
– No.
– Ma perché?
– Te lo spiegherò più in là.
– E col Maestro che si fa? Davvero vuoi perdonare quel bastardo?
– Ci sto provando, porca troia, ci sto provando.

Così osservai ancora mio padre.
Lo vidi mentre piantava un albero oppure prendeva il miele dagli alveari. Lo vidi innaffiare piante e cogliere frutta. E in quei gesti ci vidi gentilezza.

– Maestro – dissi una sera a cena.
– Che vuoi? – fece lui.
– E’ buono questo miele.
– Che ti credi? Che non sono capace di fare cose buone, io?
– No, anzi, è l’unico modo che conosci per fare delle carezze.

Ci rimase secco il Maestro. Stette ad osservarmi dubbioso. Non capiva dove volessi arrivare.

– Io ci sento una carezza in questo miele, e me la faccio bastare – dissi mangiandone una cucchiaiata – Non deve essere stato facile per te rinunciare a tante cose in questi anni. Non è mai facile la vita di un uomo. E va bene così. Per il resto è meglio se non parliamo troppo io e te, tanto finiremmo comunque per litigare. Mi dispiace se non sono diventato come volevi tu. Ho preferito essere me stesso.

Il silenzio del Maestro si consumò nel fumo della sigaretta.

– Va bene – disse alla fine.

6.

Mi sentii meglio.
Assomigliavo di più all’idea di me stesso che cercavo da un po’ di tempo.
Me ne andai in giro per le campagne a mangiare fichi dagli alberi e guardare il cielo. Il mondo poteva essere un posto orribile ma c’era anche qualcosa di buono attorno a me. E dentro di me.
Sentii al telefono la mia amica Frà.

– Vieni a trovarmi al mare, scemo! Che cazzo ci fai tutto il tempo in campagna?!
– Va bene, arrivo domani.

Lunedì 10 agosto 2015 mi misi una camicia e dei pantaloni leggeri.
Dopo un paio d’ore ero a Palinuro. Conoscevo già il posto, ci andavo coi miei quando ero marmocchio. Erano anni che non ci tornavo.
Frà era davanti al bar del paese. Abbronzata, indossava una canottiera bianca e una minigonna di jeans. Taglio di capelli da ragazzina, fisico androgino, aveva i lobi delle orecchie dilatati dai piercing anche se non li metteva più.

– Uè scemo! Quanto sei bellino con la camicia e il pantalone da uomo!
– Stiamo invecchiando Frà – dissi io.
– Menomale, perché mi sono rotta il cazzo – fece lei rollandosi una sigaretta.

Nel pomeriggio mi portò in spiaggia.
Siccome quella mattina aveva piovuto non c’era molta gente.
Volevo entrare in acqua.

– Cazzo, devo rimanerci almeno un’ora! – dissi spogliandomi.
– E vai! – urlò Frà tirandomi una manciata di sabbia addosso.

Stavo in mezzo alle onde con un sorriso in faccia.
Stavo bene.
Quando uscii andai a stendermi a fianco alla mia amica e parlammo a lungo. Mi disse che negli ultimi tempi aveva frequentato un tizio più giovane di lei che si era divertito a farla impazzire.

– Mi pare di risentire quello che ho passato a Barcellona… – feci io aprendo una birra.
– Quello stronzetto m’ha preso per scema tutto il tempo. M’ha detto che mi amava! Poi scompariva per una settimana, tornava, scompariva di nuovo. Si scopava le altre. Mi viene da vomitare quando ci penso.
– E’ anche colpa tua…
– Che cazzo dici?! Quello s’è comportato come una merda! Ti rendi conto? – disse Frà colpendo la sabbia – Ora devo vendicarmi, devo farlo soffrire, devo farlo impazzire…
– E poi?
– Non lo so.
– Allora lascia perdere. E’ inutile prendersi una rivincita su uno che non ha ancora capito un cazzo della vita.
– E che devo fare?
– Niente. Lascialo andare, Frà. L’amore è un’altra cosa.
– Cos’è?
– L’amore è dove non c’è paura.
– E tu lasceresti andare anche le persone che dici di amare?
– Già, tutte. Anche quella che volevo di più.
– E chi?
– La brunetta, Dì.
– Perché pure lei?
– Perché non si può costringere nessuno ad amare. Nessuno. Mai. E poi è grazie a lei se mi sono sentito davvero miserabile. Talmente miserabile da meritarmi “Creep” dei RadioHead.
– Che significa?!
– “Creep”, la canzone.
– So benissimo la canzone, ma che significa che te la sei meritata?
– Quando il tizio canta che avrebbe voluto essere speciale, con un’anima perfetta, invece è solo un verme davanti a lei. Ecco, io questa cosa me la sono meritata. Per arrivare ad amare bisogna meritarsi “Creep”. Dì mi ha messo davanti al mio schifo, mi ha fatto vedere quanto fossi stupido. Ti sei fatta sufficientemente schifo, Frà?
– Credo di sì.
– Sei sicura?
– Abbastanza.
– E sai perché Dì era speciale?
– Perché?
– Non è che fosse perfetta, eh. Anzi, aveva un bel po’ di difetti, come tutti. E ha fatto degli errori con me, m’ha tenuto in bilico e poi m’ha lasciato cadere per terra. Ha scelto la sicurezza alla passione. S’è messa con un altro perché lui la faceva stare bene, capisci? E chi non vorrebbe stare bene? Chi non vorrebbe trovare qualcuno che lo protegge e lo ama nonostante tutto? Anch’io lo volevo, lo volevo da lei.
– E allora in cos’era speciale?
– Era l’unica che non avrebbe mai tentato di farmi del male.

Già.
Un altro mistero risolto.
Dì non avrebbe usato le mie debolezze per pugnalarmi al cuore. Lei non l’avrebbe fatto. Lei m’avrebbe addirittura amato. Ma non l’avevo capito in tempo.

– E l’avrei sempre coinvolta nella mia merda. Comunque adesso non importa. Non posso fare irruzione nella sua vita, capisci?
– Forse un giorno anch’io lascerò andare quello stronzetto che m’ha presa in giro – disse Frà bevendo una sorsata di birra – Intanto lo zaino che mi ha lasciato se lo può scordare. Glielo brucio con tutto quello che c’è dentro! Ha detto che voleva stare con me e poi è scappato. Mandava i messaggi alle altre mentre eravamo a letto assieme, faceva cose da coglione e io niente…

Frà andò avanti così fino a sera.
Cenammo assieme.
Mi dissi che se uno è adulto abbastanza sentire le storie degli altri gli serve a vedersi da fuori e capire quanto è stato coglione, anche lui, in certe situazioni.

– Pensavo di affittare un appartamento e restare qui a Palinuro per un’altra settimana – dissi io.
– Conosco gente che ne ha uno. Ma poi stai da solo?
– Voglio invitare Giacinta e Stellina, fare una settimana con loro, no?
– Bravo.

Andammo a dormire ognuno in una stanza diversa. Eravamo amici ma anche un uomo e una donna. “E’ arrabbiata con l’ex, siete al mare assieme, tutto sommato vi piacete, scopatela!” diceva Corallo. Solamente un anno prima avrei provato a farmela in tutti i modi.
Non stavolta.

Il giorno dopo andammo al mare in una zona rocciosa.
Iniziai a tuffarmi dagli scogli.
La Frà mi osservava da lontano meditando vendetta sull’ex.
A un certo punto mi accorsi che l’acqua si era tinta di rosso.

– Uh! Ti sei fatto male? – domandò lei.
– Niente, solo un taglio sotto l’alluce – dissi io andandomi a sedere.

Lasciai che il sangue gocciolasse ancora un po’. Il sale rimarginò il taglio in fretta, poi ci arrotolai attorno un fazzoletto di carta.

– Ho stretto un patto di sangue col mare di Palinuro – dissi io.
– E’ vero – rispose Frà.

Anche quella sera cenammo assieme.
Qualche ora prima eravamo andati a fare la spesa ridendo e scherzando. Sembravamo una coppia invece che due amici. Lo pensammo entrambi senza dirlo ad alta voce.

– Stasera ti dispiace se esco e tu resti solo? – disse lei.
– E’ tornato il ragazzino?! – feci io azzannando un pomodoro.
– No, è un altro. Uno più grande che frequento da un po’. Ha detto che viene a trovarmi ma non voglio portarlo qui.
– Se volete stare comodi io vado a farmi un giro. Prendo la macchina fotografica e vado al porto.
– No, no, no. E’ un’altra questione. Gli ho detto che avevo un ospite, lui s’è un po’ ingelosito. Ne approfitto per farmi portare fuori a cena, magari poi facciamo l’amore in spiaggia.
– Ah, che stronzetta che sei!
– Un po’.
– Sei proprio una femmina. Ti lamenti per l’ex ma già vedi un altro. E mi usi pure per farlo ingelosire, eh?
– Vabbuò – fece lei agitando una mano in aria, ridendo.

Frà andò a prepararsi e poi tornò in cucina tutta bellina. Quasi elegante a dirla tutta.

– Sto bene secondo te? – mi domandò facendosi osservare. Aveva un vestitino nero da sera, scarpe col tacco, un filo di trucco sul viso.
– Sei splendida.
– Mò tu che dici? Gli lascio credere che abbiamo fatto qualcosa io e te, oppure gli dico che non è successo niente?
– Ma smettila…
– Con voi maschi funziona.
– Con me, sinceramente, non funziona più.

Frà andò al suo appuntamento.
Uscii di casa lo stesso per fare foto alle barche ormeggiate nel porticciolo.
Avevo preso il cavalletto per usare tempi lunghi d’esposizione, me ne stavo là, sotto le stelle, a studiare inquadrature e messe a fuoco.

– Un anno fa sarei impazzito – dissi tra me – Oggi sono contento se Frà fa l’amore, se sta bene…

Corallo non disse nulla né gli lasciai dire niente. Era già pronto a farmi stare male e tutto il resto. Gli misi davanti il bene che sentivo per la mia amica, lui non riuscì a scavalcarlo.
Il giorno dopo tornammo in spiaggia assieme, io e Frà.

– Penso che avrei voluto baciarti – disse lei a un certo punto, distesa sulla sabbia.
– Davvero? – domandai.
– Tu non l’hai fatto ‘sto pensiero?
– Sì, ma è stato meglio di no.

Verso sera ero affacciato al balcone dell’appartamento che avevo preso in affitto.

– Fottuto d’un Corallo – dissi io.
– Non ce la farai a resistere – rispose lui.
– Nemmeno tu – conclusi io.

7.

Giacinta e Stellina mi raggiunsero il giorno dopo.
Passammo qualche giorno assieme come non accadeva da anni. E mi accorsi che stavamo prendendo ognuno strade differenti. La Stellina si sarebbe sposata nel giro di un anno. Giacinta avrebbe cambiato casa, città e lavoro nello stesso periodo.
E Nelson Corallo* sarebbe morto.

– Andiamo al mare? – domandai dopo il caffè.
– Chiaro… – disse Giacinta.
– In quale spiaggia andiamo? – domandò Stellina.
– In quella di quando eravamo piccoli – risposi.

E ci andammo.
Che ve lo dico a fare? Ogni granello di sabbia era un ricordo, ogni onda del mare riportava indietro un pensiero, ogni impronta sulla riva era già stata la nostra.

– Proprio su questa spiaggia è successa quella cosa, ti ricordi? – feci io a Giacinta.
– Cosa? – domandò lei.
– Quando eravamo piccoli, quel giorno che mamma ci portò in acqua e poi…

Anche a mia sorella tornò in mente il fatto. Riflettemmo parecchio sull’accaduto. Ma a voi lo dico dopo, nell’epilogo.
Poi comparve Tinetta.
Bruna, coi capelli tenaci, labbra carnose, seno e fianchi mediterranei. Stava prendendo qualcosa al chiosco poco distante da noi. Tinetta faceva parte del gruppo di ragazzini di quando eravamo tutti ragazzini. Ci eravamo conosciuti proprio là su quella spiaggia, anni prima. E si può dire che eravamo stati quasi fidanzati, nel senso di qualche bacio, tentativi zozzi da parte mia, nulla di più. Lei era ancora vergine a quel tempo.

– Oh, porco cazzo, Tinetta! – disse Corallo al mio orecchio.
– Già – risposi io.

Sapevo che stava assieme a un ragazzo ormai da anni. La raggiunsi al chiosco, ci salutammo scambiandoci un bagliore silenzioso negli sguardi.

– Adesso vivi a Firenze? – domandai.
– Sì, assieme al mio ragazzo – fece lei.
– Siete ancora assieme, dopo nove anni?
– Quasi dieci – puntualizzò.
– Bene…
– Bene?!
– Sì, sono contento per voi. Insomma, si dice così, no?
– Sei contento? Davvero?
– Tinetta – feci io – Sei la ragazza che avrei dovuto sposare tanto tempo fa…
– Hai sempre fatto lo stronzo però.
– E’ vero. Ero un coglione.
– Eri davvero un coglione.
– Almeno me ne sono accorto.
– Hai smesso di farti tutte le ragazze che ti passano davanti?!
– Ho smesso di pensare che è necessario farmele tutte.
– Cioè?
– La gara è finita.
– E ora?
– Ora non lo so, magari riesco a innamorarmi.
– Fai ridere! Non ti credo proprio.
– Certe volte non ci credo nemmeno io. Anzi, se dico così riesco a portarmi a letto quelle che credono alla storia del ragazzo romantico, che fa discorsi seri…
– Ecco! Questo sei tu, il solito stronzo!
– Scusami se quando eravamo ragazzi t’ho trattata male. Mi piacevi tanto. Davvero.
– … – silenzio.
– Mi piacevi in un modo che non capivo, e avevo paura.

Pronunciai quella parola.
Paura.
Paura di tutto, come mi aveva insegnato il Maestro fin da piccolo.
In quel momento Nelson Corallo* si riprese dallo sgomento, traballò dentro di me e quasi cadde per terra. Lui non concepiva nemmeno quella parola, figuriamoci pronunciarla davanti a una ragazza, “Sei pazzo?! Cosa stai dicendo? Noi non abbiamo PAURA di niente! Noi ce ne fottiamo del mondo e di tutti quanti, hai capito?!”, si mise a urlare il lato oscuro.

– Avevo paura di te, di quello che provavo, di essere debole – feci io – Paura di non essere abbastanza, capisci?

Tinetta mi ascoltò.
Le raccontai tutta la faccenda del viaggio a Barcellona, Liz, Sabine, le feste, la droga, la rabbia, i personaggi assurdi con cui avevo vissuto, il set di Cagliari, il ritorno a Milano. La tentazione di ricadere nello schifo, l’ansia che provavo ogni giorno perché non capivo cosa fare nella vita. Lei mi ascoltò ma non disse molto di se’. Intuii lo stesso che qualcosa stava vacillando anche nella sua vita, ma preferii non indagare.
Passammo il resto dei giorni assieme alle mie sorelle e alla vecchia compagnia del mare, anche se non eravamo più i ragazzini immortali che avevamo creduto d’essere.

– Domani torno a Milano – dissi a Tinetta l’ultima sera di vacanza.
– Sì, davvero? – fece lei.
– Davvero.
– Sei cresciuto. La Tigre ti ha portato lontano. Sono contenta di averti rivisto.
– Grazie.

Abbracciai Tinetta, sentii il sangue attraversare i nostri corpi più velocemente. Senza aggiungere nulla girai le spalle e me ne andai.

8.

Milano, 5 settembre 2015.
Con la pelle abbronzata e uno strano senso di calma addosso rincontrai Cloe. Ci baciammo, rifacemmo l’amore, rimase a dormire da me. Mi raccontò di aver lasciato il vecchio lavoro e di essere riuscita a mettere un freno all’ex ragazzo psicotico nel frattempo. Era forte Cloe, quando voleva.

– Vaffanculo! – disse lei ridendo.
– Brava ragazza! – feci io.

Verso sera avevamo preso da magiare a un take-away ed eravamo tornati nel mio appartamento. Guardavamo un film d’animazione con un panda ciccione, distesi sul divano. Pensai che avremmo potuto stare così più o meno per sempre.
Poi Corallo parlò.

– Eccoci qua… – sibilò lui.
– Che cazzo vuoi? – dissi io.
– Niente, va tutto bene no? Sesso, cibo, casa. Ti sei sistemato, vedo.
– Beh?!
– Basta con le avventure, basta con le passioni, basta con tutto insomma?
– Che male c’è? Cloe mi vuole bene, non è una ragazzina e posso stare tranquillo.
– Sì, infatti, ma…
– Ma?
– Ha fatto tutto lei: è arrivata dal nulla, ha detto che “non ti chiede niente”, ti fa scopare e mangiare, poi?
– Poi?
– Credi andrà sempre così?
– No… – ammisi io.
– E perché no? – domandò lui raggiante di tenebre.

Merda.
Che mi stava succedendo?
Ero riuscito a stare lontano dai guai ma la mia parte d’ombra continuava a trascinarmi nel dubbio.

– Cloe è la tranquillità – dissi io – Potrei fermarmi qui, è vero, come fanno in molti.
– Ma? – fece Corallo.
– Ma non sono innamorato.
– Ecco! Finalmente lo hai detto. Evviva, cazzo.
– Non sono innamorato di Cloe, perché?
– Perché lo sei stato tanto tempo fa. E lei ti ha mollato dopo il primo bacio. Per quanto vorrai negarlo a te stesso…
– Cosa?
– Provi rancore nei suoi riguardi, ammettilo.

Girai lo sguardo verso Cloe. Era là, distesa accanto a me. Non mi chiedeva niente, è vero. Ma per quanto lo avrebbe fatto?

– Se restassi incinta lo terrei… – disse a un certo punto.
– Cosa scusa? – feci io.
– Dicevo che se rimanessi incinta terrei il bambino in questo momento.
– Tu prendi la pillola.
– Sì, però…
– Come però?
– Potrebbe capitare, no? Lo terrei soprattutto dopo che ho visto mio nipote. E’ meraviglioso, non puoi capire quant’è bello quando lo tengo in braccio, è piccolissimo…
– Sì, me l’hai detto quant’è meraviglioso tuo nipote – feci io, senza sorridere.

Non volevo fare l’antipatico. E’ che parlava spesso del nipote. Buttava in mezzo l’argomento soprattutto dopo il sesso. Magari lo faceva senza accorgersene, o forse lasciava scivolare l’argomento per vedere la mia reazione, chissà. Di sicuro in quei momenti Corallo appizzava le antenne spaventato da ogni tipo di responsabilità, figuriamoci un bambino.

– Lo terresti?! Proprio ora che devi trovare un lavoro e non hai garanzie sulla casa in affitto?
– Non me ne frega niente del lavoro, della casa e di tutto il resto. Lo terrei, stop.
– Ma tu prendi la pillola, no?!
– Certo che la prendo, cazzo! – disse lei alzando il tono.
– Mi hai fatto spaventare…
– Però… – continuò – Potrebbe capitare per tanti motivi, anche col profilattico potrebbe capitare, potrebbe rompersi…
– Oh porca vacca! Che cazzo di discorsi proprio adesso che mi stavo rilassando dopo un anno a correre dietro a un milione di stronzate…
– Ma cosa c’è? Perché ti scaldi tanto? Non ho mica detto che sono incinta.
– Ma ti sembrano discorsi da fare? E soprattutto a uno come me?!
– Perché? – disse Cloe tirandosi a sedere – Non mi hai detto che è finita la storia di Nelson Corallo*?! Che hai trovato un equilibrio?!
– Ti ho detto che lo sto capendo… – feci io.
– Lo stai capendo?! Quando siamo usciti la prima volta hai detto di averlo già capito. Tutto quel discorso sulla maturità…
– Cazzo.

La sera che avevo rivisto Cloe le avevo fatto il discorso sulla nuova presa di coscienza, l’inutilità di certe strategie, la disciplina etc. etc., ma in fondo volevo anche portarmela a letto. Volevo esaudire quel desiderio, e m’era sembrato che lo volesse pure lei, non l’avevo mica trascinata per i capelli nel mio appartamento.

– La questione è che non mi piace sentirti dire “lo tengo e stop”.
– Sarebbero fatti miei.
– Senza prendere in considerazione che esiste un ipoteco padre del bambino? Cioè io?!
– E allora? Lo crescerei da sola.
– Ci frequentiamo da nemmeno quattro settimane, non capisco perché stiamo discutendo di questa cosa, davvero.
– Ma non ti ho chiesto niente!
– Tu non mi hai chiesto niente. Però a me è tornata l’ansia.

Mi era tornata l’ansia per davvero.
Il lato oscuro ne approfittò per suggerire mosse, tipo “Vedi? Prima ci ha trattati di merda, ora vuole imporci un marmocchio. Mollala, cazzo! E’ una femmina di trentasette anni, capisci? Ha fretta di costruire un nido e sentirsi al sicuro. Tic tac, tic tac, l’orologio biologico! Prima o poi resta incita e ti incastra!”.

– Vabbè, lasciamo perdere… – fece Cloe vedendomi accigliato.
– Già – dissi io.

Quei discorsi sul tenere un bambino, insomma, la faccenda non mi era piaciuta per niente.
Entro quanto si sarebbe messa a riparlare di figli?
Non lo sapevo. Sapevo solo che lo avrebbe fatto, e mi ricordai d’aver fatto un sogno la notte precedente.

Correvo per le strade di una città sotto assedio.
Case in fiamme, rumori, grida.
Accanto a me c’era Corallo, correva anche lui indicandomi la strada per scappare.
Durante la fuga mi cadevano i vestiti di dosso.
Mio padre stava fermo sul marciapiede e non li raccoglieva.
Restavo nudo.
Correvo assieme a Corallo verso un edificio.
Ci barricavamo in una stanza. Pareva il vecchio studio dei miei nonni di Salerno, piena di libri e fogli di carta.
Ma Corallo non c’era più.
M’aveva lasciato solo e nudo.
Da fuori arrivavano grida, spari e rumori di cose rotte.
Mi dicevo che non avrebbero mai buttato giù la porta.
Ero al sicuro.
Ma il soffitto iniziava a tremare, una gru scoperchiava la stanza, le mura crollavano tutt’attorno.
Allora mi sentivo fregato.
Voltavo lo sguardo, vedevo un soldato che mi puntava una pistola addosso, e gli andavo incontro.
Già.
Gli gridavo “Che aspetti?! Spara! Avanti!”.
Lui sparava, bum!, ero morto.
Il sogno non era finito però.
Disteso per terra, al buio, sapevo d’essere morto. Mentre il mio corpo svaniva lentamente ripensavo ai vecchi vestiti che non avrei più indossato, alle cose che non sarebbero state più mie. E dentro di me lo accettavo. Mi dicevo che era giusto così.
Buio totale.
E poi una luce.
Riaprivo gli occhi ed ero altrove.
Mi ritrovavo con una bella bambina bionda in braccio. Lei mi sorrideva, e mangiavamo entrambi un biscotto al cioccolato.
Mi alzavo da terra e camminavo per le viuzze di un paesino, verso scale di pietra che salivano da qualche parte, in l’alto.
Fine.

Scrissi il sogno sull’agendina nera.
Nel frattempo feci passare una settimana dalla discussione con Cloe, poi le parlai.

– Dobbiamo smettere di vederci – dissi mentre eravamo seduti al tavolo del mio soggiorno.
– Perché?!
– Perché non sento di voler continuare, mi dispiace.
– Ma perché? Non ti ho chiesto niente!
– Lo so, però…
– Però sei un vigliacco! Tu scappi e basta! Come fai a capire se ti piace una persona se nemmeno ci provi?!
– Hai ragione.
– E allora non scappare!
– Cloe, è difficile per me…
– Cosa?!
– Quando ti guardo vedo la stessa ragazzina che mi ha fatto a pezzi il cuore vent’anni fa.
– Ma adesso siamo adulti, cazzo!
– Lo so, però è così. C’è una parte di me che non ti ha mai perdonato. Mi dispiace.
– Sei un idiota. Anche quando eri un ragazzino eri un coglione. Perché non hai insistito? Perché non sei venuto da me? Perché non hai provato a parlarmi dopo quel bacio? Anche se facevo la dura magari bastava che tu insistessi un po’…
– Quindi sarebbe colpa mia?!
– Sì.
– Tu stai dicendo che ho sbagliato con te nel 1995?
– Sì!
– Oh Gesù Cristo, mi fai sentire sbagliato come quando ero un ragazzino!
– Vaffanculo!
– Mi dispiace. Scusa, non volevo dire questo. La verità è che non sono innamorato di te. E’ questa la verità.
– C’è un’altra donna?! – domandò lei fulminandomi con lo sguardo.
– No, Cloe, sto dicendo che non sono innamorato e…
– Porca troia, dimmelo se c’è un’altra! Voglio sperare di no ma devo chiedertelo. Non è possibile che tu abbia cambiato idea così, da un giorno all’altro. Dimmelo!
– Cosa?!
– C’è un’altra ragazza?!
– No cazzo, no!
– Sei sicuro?!
– Non sono stato con nessun’altra, te lo giuro, per tutta l’estate.
– Sei comunque un idiota e un vigliacco.

E anche Cloe se ne andò.
Ancora una volta ero solo, senza amore né prospettive. C’era solamente Nelson Corallo* a tenermi compagnia.

9.

Ansia, la parola del millennio.
Ansia per il lavoro, per l’amore, per la salute, per qualsiasi cosa. Le persone vivono nell’ansia e nella confusione, e la Società non fa altro che alimentarle, mica rimediare.
Ero in ansia.
Ma proprio agli inizi di ottobre 2015 ricevetti un’offerta.
Un tizio che lavorava per un programma televisivo aveva bisogno di un videomaker. Gli dissi che andava bene, avevo bisogno di soldi, così tornai a filmare stupidaggini nazionalpopolari. Roba per cui certa gente avrebbe pagato per farla e dire “Lavoro per la TV!”. A me invece ricordava i tempi della Redazione quando mettevo in fila merda che altri scambiavano per oro. Oltretutto la paga era miserabile e i soldi che arrivavano a me passavano prima dalle mani del tizio di cui sopra, ossia lui prendeva il malloppo e a me distribuiva le briciole.
Ma dovevo lavorare punto e basta.

– La vita è miserabile di ‘sti tempi. E pare lo faccia a posta a riportarmi verso la Televisione mentre io volevo andare incontro all’Arte.
– A me sta bene – disse Corallo.
– Certo che ti sta bene, sei un qualunquista.
– Non è vero – rispose lui – E’ un ambiente stimolante, girano cose, c’è l’attenzione della gente su quella merda.
– Dell’attenzione della gente me ne fotto.
– E quindi?
– Niente, si fa lo stesso, ma non sono contento.
– Cazzi tuoi.

Nel frattempo una piccola Ditta che si occupava di materiali audiovideo mi aveva preso come assistente di produzione part-time. Anche là pochi soldi. La Ditta era in mano ad un tale che non aveva mai lavorato in vita sua. Un tipo di buona famiglia che aveva preso un loft e comprato strumenti che affittava a caro prezzo a gente che faceva pubblicità e cortometraggi. In altre parole lui era il Padrone mentre io e un paio di altri ragazzi eravamo la manovalanza. Ci toccava mettere in ordine i materiali e preparare le consegne. Alle volte davamo una mano sui set. Roba da operai, sveglia all’alba, freddo nelle ossa.
In quel periodo feci i conti con l’esistenza di noialtri che avevamo creduto di poter fare tutto e che invece eravamo solo dei numeri.

– Cazzo, cazzo, cazzo… – dissi a me stesso – Che senso ha avuto tutto ‘sto viaggio se non ho ottenuto nulla? Niente donna, niente successo, niente felicità!
– Non ti preoccupare, qualcosa accadrà – fece Corallo che aveva già annusato qualcosa nell’aria.
– Ma fottiti pure tu!

Decisi che nonostante tutto mi sarei comportato bene. Mi ci misi d’impegno. Alla fine era meglio far qualcosa che non fare niente e stare a casa a piangermi addosso.

– Dio, se esisti, ascoltami un attimo…
– Che cazzo dici? – intervenne Corallo.
– Tu stai zitto. Non sto parlando con te. Non adesso.
– E con chi?!
– Con quell’altro, Dio.
– Dio?! Ma che è? E’ tornato il medioevo?
– Sai cos’è Dio almeno?
– No.
– Allora, che te ne frega se ci parlo? “Dio” innanzitutto non sei tu, Corallo, è altro da te.
– A me pare che ci siamo solo io e te qui.
– Appunto, sono stanco di pensare solo a me e te. Ci deve essere qualcosa di diverso da me e te. Esistono gli altri, no?
– Sì, ma solo se servono a qualcosa.
– Invece no, gli altri esistono di per se’, capisci? Non sono personaggi, statuine, cose d’arredamento, Cristo Santo! Non siamo il centro dell’universo, porco cazzo, lo vuoi capire?!
– Nelson Corallo* è il centro del suo proprio universo, se permetti.
– Dio, sei un concetto fuori moda di ‘sti tempi, parliamoci chiaro. Talmente fuori moda che ho deciso di reintegrarti anche se sei una parola da bestemmia, un titolo di giornale che giustifica atti terroristici, bla bla bla. Ultimamente ho rivisto tutti i miei errori, tutte le mie colpe, ho perdonato addirittura i miei genitori…
– Che lagna, cazzo!
– Ho capito d’essere un uomo imperfetto, pieno di paura, ansia, destinato comunque a MORIRE alla fine di tutta la faccenda. Insomma, sono tutto tranne che onnipotente. Ma ho capito che esiste qualcos’altro che non sono io…
– E che sarebbe?
– La verità.
– La verità?!
– Sì, Corallo, la verità.
– Ma che dici? La verità è che la vita è ingiusta, violenta e crudele, tutto qui. Le donne sono complicate e traditrici, gli uomini maiali, la razza umana è fatta di vigliacchi, arroganti e perdenti. Chi sale in cime fa le regole, gli altri sudano e muoiono. Ah, i bambini piangono sempre in treno e in aereo, i soldi servono a dare la felicità, le droghe sono fantastiche. Ed è meglio tirare il primo pugno perché chi picchia per primo picchia due volte, no?
– Allora Dio, è questa la vita? Tutto qui?! Siamo solo animali destinati a morire da un momento all’altro o a scannarsi tra loro? Porci e cagne coscienti? E’ tutta una questione di fortuna o sfortuna? Siamo innamorati di noi stessi a tal punto da credere che questa sia l’unica verità, l’unico punto di vista? Una massa di gente che si spartisce l’ossigeno e si odia allo stesso tempo?!
– A quanto pare Dio non ti risponde, ah ah ah…
– A quanto pare ancora no.

Per quanto Dio non desse cenni di presenza, almeno m’ero interrogato su una questione diversa da me e Corallo. Perché ero davvero stanco di entrambi. Di me e di lui.

La mattina andavo in Ditta, mettevo in ordine i materiali, catalogavo le cose, spesso guidavo il furgone delle consegne. Di fatto ero tornato al grado zero della carriera da aspirante regista: il runner.
Poi nel pomeriggio giravo i servizi per il programma televisivo ma non potevo mai proporre un’idea mia perché sennò “davo fastidio”. Anche lì ero tornato al grado zero della carriera da aspirante autore.

– La vita è ingiusta, violenta e crudele – ripeteva quell’altro.
– Ti ho già detto d’andartene a fare in culo, no?
– Ma perché?!
– Perché sai dirmi solamente cosa non funziona, Corallo! Non mi porti mai una cazzo di soluzione. Solo nevrosi e angoscia. E’ per seguire te che sono arrivato fin qui. Solamente due anni fa avevo un lavoro privilegiato e l’ho buttato nel cesso. Avevo la possibilità di amare una ragazza e l’ho fatta scappare. Avevo conquistato delle cose…
– E le hai perse!
– Che c’è di tanto divertente? Sembri il Maestro, Cristo di Dio! Sembri mio padre che gode a darmi del fallito!
– Ah, ah, ah…
– Sì, Corallo, tu godi a vedermi star male.
– No, dai…
– Sì, figlio di puttana, tu godi.
– Non dire così.

Godeva eccome.
Una parte di me continuava a trovare piacere nella sconfitta, e non sapevo come farlo fuori.
Allora tornai alla disciplina.
Già, la disciplina è l’unica che può salvarti il culo quando stai camminando sul confine dell’abisso. E furono le regole che mi ero autoimposto a tenermi lontano dai guai e capire tutta la faccenda.
C’era da guidare un furgone? Guidavo quel cazzo di furgone. Mi svegliavo presto, fuori era ancora buio, caricavo il materiale e guidavo. Lentamente si faceva giorno. Tenevo stretto il volante tra le mani e ascoltavo la radio. Guardavo la strada dicendomi che a trentacinque anni avevo una laurea in giurisprudenza, un master in cinema, un’ex carriera da autore televisivo ma ero un autista di furgone. E allora? Lo guidavo benissimo quel furgone.
Nel pomeriggio c’era da filmare puttanate che un tizio rivendeva alla televisione? Filmavo puttanate. Le filmavo come fossero opere d’arte.
Che altro potevo fare? Dare retta a Corallo? Rompere i coglioni al resto del mondo perché io ero infelice?

– Vaffanculo. E’ una vita che mi piango addosso. Basta.

Giorno dopo giorno mi concentrai solamente su una cosa: essere più forte della mia stessa stupidità. Almeno fino a quando non avessi trovato un’altra soluzione. E poi – provvidenzialmente – arrivò un messaggio sul cellulare. Era Tinetta che scriveva di volermi vedere. Sarebbe venuta a Milano apposta per me.

– Oh merda… – dissi io.
– Che bellezza, no? – fece Corallo.
– Ma perché?
– Perché sei fico.
– Non è vero. Sono un povero coglione. Non capisco perché Tinetta abbia tutta ‘sta voglia di vedermi.
– Non ci pensare. Prendila e basta. E’ da anni che volevi portartela a letto, no?
– Già, però…
– Però?
– E’ fidanzata. Quindi è sempre la stessa storia della ragazza in crisi che viene da me e poi…
– Non pensare al “poi”, cogli l’attimo, bla bla bla.
– Certo.
– Tra parentesi mica è colpa nostra, no? E’ lei che vuole fare ‘sta cosa.
– Sì, arriva, scopiamo, sente l’ebbrezza della libertà, capisce che deve mollare il suo ragazzo, torna a Firenze, esce, si guarda attorno, scopa con altri…
– Beh, è possibile.
– E io?
– Intanto te la fai.
– Non volevo questo.
– Allora perché non sei rimasto con Cloe?!
– Non volevo nemmeno quello.
– A volte pari una femmina e non un maschio, oh!
– Sì, è possibile – dissi io – Anzi sai cosa? Lo sono sempre stato in verità.
– Una femmina?
– No, un tipo sensibile. Almeno fino a quando non ho creato te. E’ da là in poi che ho voluto solamente fottere…
– Ecco, appunto, fottiamocene!

Provai a parlare con Tinetta.
Le dissi che avevo smesso di frequentare ragazze occupate o appena uscite da una relazione. Non volevo più fare l’amante e mettermi nei guai. Le snocciolai una serie di regole di buona condotta e tutta la faccenda della disciplina. Naturalmente non servì a niente. Tinetta si mise a scrivermi e chiamarmi praticamente tutti i giorni per convincermi e autoconvincersi. E più le dicevo che era una cattiva idea più lei insisteva, anche se ogni tanto aveva momenti di dubbio, si dava della “gran puttana” e pareva mollare il colpo. Ma subito dopo mi inviava foto di lei in mutandine distesa sul letto o sul divano.
Alla fine mi convinsi a incontrarla.

– Gestirò la cosa da uomo e non da ragazzino. Anche lei è un essere umano con i suoi dubbi, angosce e paure. Non devo pretendere niente, anzi…
– Certo – intervenne il lato oscuro – E tieni a mente che anni fa era ancora vergine. Plausibilmente non lo è più. Non farmi fare brutte figure, ho una reputazione cazzo!
– Cristo Santo, sì.

Tinetta arrivò una mattina di fine ottobre.
Andai a prenderla in stazione. La baciai sulle labbra dopo nemmeno un minuto che era scesa dal treno. Ci staccammo un istante, giusto il tempo di un sorriso, poi tornammo a baciarci.
Guidai fino a casa tenendole una mano tra le cosce.
Nel mio appartamento, ancora in piedi nel corridoio, continuammo a fare il resto.
Poi a letto.
Dentro di lei, ma senza andare a fondo, non ancora.

– Sembra come quando eravamo ragazzini – dissi io.
– Sì…
– Tu eri vergine, avevi paura, non mi lasciavi mai andare oltre.
– Mmmm…
– Sei ancora una ragazzina, hai paura anche adesso, è vero?
– Sì…
– Non vuoi fare una cosa sbagliata, è così?

Tra le cosce di Tinetta avvenne il miracolo. Una rugiada calda, un dischiudersi di fiore, un frutto maturo che si apre al sole. Sarà stata l’idea del peccato o che ne so, prendemmo a fare l’amore con forza.
Godetti dentro di lei, che restò a tremare tra le mie braccia.
Di quel giorno ricordo con chiarezza i raggi di luce filtrati dalla tapparella che andavano a sbattere contro lo specchio per poi scomporsi sui nostri corpi nudi.
Come in un film.
E poi capii tutto.
Già.
Capii davvero tutta la faccenda.

10.

La notte che avevo preso mezza pasticca d’ecstasy a Barcellona.
Ero là che volavo tra la gente ammassata nei vicoli del quartiere di Gracia. Volavo, senza scherzi. E c’era una voce nella mia testa che non era Nelson Corallo*. Era un’altra voce, più chiara del solito, che mi diceva che era tutto un viaggio. Tutto un viaggio fino a là. La storia di un ragazzo che voleva vivere le cose.

– Vivere le cose? Che frase è?! – chiedevo alla voce.
– La storia di uno che voleva vivere e sentire. Tutto qui. Vivere e sentire – rispondeva lei.

Mio padre, mia madre, la casa, un’altalena, le ragazze, il cortile, la bicicletta, scuola, amici, nemici, confusione, il Tribunale, libri, film, le strade di notte, i baci, la musica, la gioia, Dì, la paura, la Redazione, partire, Clarisse H., Linda e Lucas, incontrare Liz, essere schiavo, fuggire, i giochetti di Sabine, Riu, Astor, Lena, le parole di Michele. E poi fare l’amore con Luce, lasciare la Spagna, partire per la Sardegna, il set, le delusioni, crollare a terra, tornare a Milano, Giada, Cloe, il mare, Tinetta, tutto il resto, l’avevo voluto io.

– Ho capito tutto.
– E’ tutto qui, la storia di uno che voleva vivere e sentire – aveva ripetuto la voce prima di sparire quella notte.

Ero ancora a letto con Tinetta.
Fine ottobre 2015.
Frammenti di luce e ricordi psichedelici.

– Cristo Santo… – dissi tra me e me.
– Che c’è? – domandò lei.
– Niente, scusa, questa cosa di noi che stiamo qui nudi, la luce, mi pare un film…
– E’ vero, pare la scena di un film.

Non dissi nulla a Tinetta del flash mentale. M’avrebbe preso per matto, almeno più del normale. Anche perché stentavo a non farlo io stesso.
Trascorremmo un altro paio di giorni assieme mangiando, uscendo, rifacendo l’amore.

– Dobbiamo essere solo amanti. Niente cazzate romantiche. Promettimelo! – disse lei l’ultimo giorno.
– Ma veramente…
– No! – insistette.
– Storie a metà ne ho già vissute parecchie, sono stanco – dissi io.
– Nessun però – terminò lei.

Tinetta non voleva sentire ragioni.
Aveva deciso così.
Avremmo continuato a frequentarci come amanti a distanza, sentendoci al telefono, Milano-Firenze, sesso occasionale, segretezza e nessuna responsabilità. Tranne la mia di dover essere libero quando lei aveva voglia. Come mi sentii? Male.

– Ah, ah, ah… – rise Corallo.
– Sei contento? – domandai.
– Beh, che volevi? L’amore eterno e il finale felice?
– Sì, per una volta, sì.
– Te l’ho detto. Non c’è che sesso e potere a questo mondo. Rassegnati e vivremo contenti.

Non diedi retta né a Corallo né ai discorsi assurdi di Tinetta.

– Ho voluto tutto io… – dissi a me stesso.
– Sì – rispose la stessa voce pulita di quella notte a Barcellona.
– Ho voluto vivere tutto fin qui?
– Sì – confermò.
– E adesso? – domandai.
– Adesso devi scegliere. Non ci sono più scuse. O ripeti lo stesso viaggio assieme a Corallo oppure ne inizi uno nuovo con me.
– Oh porca vacca…

Essendo abituato a farmi dei gran discorsi da solo non mi sconvolse troppo sentire un’altra voce nella mia testa. Mi stupì piuttosto che Corallo non riuscisse a sentire quei dialoghi. E capii che m’ero creato uno spazio dove lui non poteva entrare.

11.

Era venerdì 13 novembre 2015.
Avevo lavorato come un cane per tutta la settimana. Ero abbattuto e sfiduciato. Poi il cellulare si mise a squillare.

– Dovresti scopare anche con altre donne… – disse Tinetta.
– Cosa?!
– Sì, devi andare a scopare con le altre. E io…
– Vuoi andare a scopare con altri?
– Beh?
– Cristo Santo, ancora ’sta storia…
– Che cazzo vuoi? Te l’ho detto subito che non volevo una cosa seria. E’ troppo complicato.
– Ti vedi già con qualcun altro?
– Non sono fatti tuoi.
– Non stai dicendo “no”.
– Esatto.
– Quando mi dici queste cose mi pare di tornare indietro, troppo indietro, capisci?
– No.
– Lo sai che mi stai facendo soffrire?
– Mi dispiace ma è così.
– Te lo chiedo un’altra volta. Pensa bene prima di rispondermi, ti prego.
– Cosa?
– Mi parli di altri ragazzi perché ti diverti a torturarmi oppure perché vuoi davvero andare a letto con altri?
– Non sono cose che ti riguardano.

Respirai a lungo.

– Tinetta, è stato bello. E ti ringrazio per quello che mi hai dato. Ma non ho più bisogno di dolore gratuito. Non posso stare qua ad aspettare che tu capisca, ti voglio bene comunque.
– Ma che stai dicendo?
– Sto dicendo che tu sei all’inizio e io alla fine del viaggio.
– No!
– Sì invece.

Misi giù il telefono.
Poi presi un’altra decisione.
Quel lunedì avrei lasciato entrambi i lavori che avevo con la Ditta e col tizio della Tv. Perché? Per quanto mi stessi comportando bene quei due continuavano a fare gli stronzi, ecco perché. Bastava un po’ di gentilezza da parte loro e sarei rimasto. Ma questo è il problema che si ha con certa gente: quando ti sforzi di essere una persona decente quelli credono di poterti schiacciare.
Invece no.
Dopo una vita a svendermi, stavolta no.
No.
Feci la doccia, uscii di casa e andai a bere una birra con Ivano.

– Cacchio, hai mollato la tipa e vuoi lasciare anche i lavori? – disse l’amico punk-comunista.
– Già.
– E poi?
– Domani inizio a scrivere. Voglio raccontare tutta la faccenda. Dall’inizio alla fine.

La televisione iniziò a riportare notizie da Parigi.
Era la notte dei colpi di kalashnikov per strada, nei bar, nel teatro.
Sangue, sgomento e paura.
Mi tornò in mente il sogno dove mi sparavano e mi svegliavo tenendo in braccio una bambina che mangiava un biscotto al cioccolato.

– Il mondo è un posto orribile dove vivere, porco cazzo – dissi a me stesso – E su questo ha ragione Nelson Corallo*. Non solo a Parigi ma ovunque, proprio in questo momento, l’odio spinge e nessuno vuole sospendere il conflitto, né da una parte né dall’altra. E’ un fango dove sguazziamo tutti quanti. Ma bisogna trovare il coraggio per fermarsi un istante e dire “NO”.

12.

Sapete cosa?
Nonostante lo schifo del mondo ero tornato ad essere libero nel giro di una settimana.
Avevo una strana sensazione addosso.
Per la prima volta, dopo tanto tempo, mi sentivo bene e con un’energia luminosa come non mi capitava da anni.

– Mi pare d’aver chiuso un grande cerchio, porca vacca.

Così tornai a scrivere.
Ripresi in mano le vecchie agendine nere, ci rividi dentro i miei pensieri più sudici e cominciai a farne uno schema. Dalla sera al Cimitero Monumentale fino a Tinetta. Un lungo viaggio passando di casa in casa, incontrando personaggi, paure, dubbi, fantasmi. E tutto perché volevo andasse esattamente a quel modo.

– E’ una specie di Odissea bipolare – scrissi sull’agenda – E chiedo scusa perché vi ho usati tutti dal primo all’ultimo per arrivare a me stesso. Scusa a Linda e Lucas, scusa a Clarisse H., scusa a Liz, Riu, Astor, Lena, David e Ramona. Scusa a Sabine, la Lolita di Corallo. Scusa a Michele, perché cercava un affetto che non sapevo dare. Scusa a Luce, Mutandine, Cerbiatta, Laila, la Negretta, l’Orientale, Marilù, Giada, Cloe, Tinetta. E scusa anche a Dì, perché pretendevo mi amasse mentre ero così debole.

Fuori il cielo era grigio e freddo, poco prima di Natale 2015.

– E poi, alla fine, chiedo scusa a me stesso. Scusa per tutti gli anni sprecati a non amare nulla. Scusa per essermi nascosto dietro una maschera. E scusami anche tu, Nelson Corallo*, perché avevi solo bisogno di una carezza, e non te l’ho mai data.

13. Epilogo a “La Morte di Corallo”

Un pomeriggio del 1985, sulla spiaggia di Palinuro mia madre fece indossare i braccioli a me e mia sorella. Io avevo 5 anni, lei 4, i nostri braccioli erano gialli e rossi. Poi ci prese in braccio ed entrò in acqua. Mio padre le disse da lontano che era pericoloso tenerci così. Lei rispose che sapeva quel che stava facendo. Dopo poco il mare si mosse, una serie di onde raggiunsero la riva e colpirono mia madre alle spalle. I nostri braccioli gialli e rossi schizzarono via, io e mia sorella fummo strappati dalle sue braccia. Finimmo sott’acqua. Mio padre che non sapeva nuotare granché si tuffò lo stesso. Mia madre annaspava con troppa acqua nei polmoni. Giacinta era a faccia sotto, più o meno a riva, e mio padre l’aveva afferrata per un piede ma un’onda l’aveva tirata ancora in mezzo al mare così lui era tornato a riprenderla.

Io invece ero sul fondo.

Stavo là fermo, con gli occhi aperti verso la superficie. Disteso nel mare e nel silenzio. E ci stavo bene.

Vidi mio padre nuotarmi sopra, col costume blu, e passare oltre.

Poi buio.

Mi svegliai in braccio a una signora popputa e le sputai dell’acqua addosso. Giacinta era con mia madre che piangeva. Mio padre stremato sulla sabbia.

Perché ve lo racconto adesso?

Boh, intanto dovete ammettere che vivere è una gran fatica. Si rischia di morire ogni giorno, no? Poi volevo condividere il ricordo di quando ero un marmocchio e il Maestro m’ha ripescato dal mare appena in tempo, come a dire “Eh no, caro mio, devi farti tutto il viaggio fino alla fine”. Sarà anche per questo che ho un rapporto tanto stretto col mare. Senza paura, solo il giusto timore. In fondo ci stavo bene là sotto, lontano dal tumulto, staccato dalla vita.

Chi sono io oggi?

Uno che vive e poi scrive.

Uno che ha smesso di nascondersi.

Uno pieno di contraddizioni.

Uno che ha visto bene l’inferno che si portava dentro e lo riconosce se qualcuno prova a riportarglielo indietro.

Uno che ha detto no.

Uno che ha intuito l’amore e la morte.

Uno che ogni tanto riesce a dire sì.

Io sono io.

– Ho letto quasi tutti i capitoli della Morte di Corallo* – mi ha scritto un giorno Elena, l’attrice del set di Cagliari, quella con cui avevo parlato dell’imperfezione della Tigre e di me stesso.

– Che ne pensi? – ho detto rispondendole in chat.

– Scrivi bene, hai un tuo stile, c’è un senso in quello che racconti. Una tentazione dietro l’altra. Ma scrivi soprattutto per te stesso, no?

– Scrivo per tanti motivi. Per me, per fare chiarezza. Ma anche per mandare messaggi alle persone giuste.

– Le ragazze di Corallo?

– Sì e no. Scrivo perché siamo tutti delle merde fino a prova contraria. E il viaggio di Corallo è un viaggio per ammettere di fare un po’ schifo, così poi si può migliorare. E magari trovare le persone giuste per andare avanti.

– Ma alla fine vuoi innamorarti?

– Certo, porco cazzo, e chi non lo vuole? Innamorarmi e costruire qualcosa con una persona che mi accetta per come sono oggi.

– Non stai più scopando in giro?

– Non sono diventato un santo.

– Quindi continui con le storie coralline.

– Non proprio. Ho rivisto Cloe a gennaio scorso. Abbiamo cenato, rifatto l’amore, per dirci addio senza insultarci. E Laila, la ragazza dei tempi della Redazione che avevo trattato male. Ci siamo incontrati un giorno sui Navigli. Anche con lei ho rifatto l’amore. Mi incoraggia sempre a scrivere e si incazza se non la metto in qualche passaggio del racconto. Anche Tinetta è tornata a Milano, sempre convinta dovessimo scopare in giro con altri. L’ho inviata a casa mia, ho aperto una bottiglia di vino rosso, il migliore che avevo in casa.

– E poi?

– Abbiamo scopato. Una cosa brutale, hai presente? Subito dopo lei è andata in bagno a ripulirsi…

– A ripulirsi da che?

– Quanto sei ingenua.

– Ah, scusa, va’ avanti.

– Quando è tornata in soggiorno m’ero già rivestito. “Ma come? Non stiamo un po’ vicini, nudi?” mi fa lei, e io “Non volevi solo sesso? Questo è solo sesso, niente coccole”.

– L’hai più rivista?

– Ogni tanto passa da qui. E’ più gentile, sta capendo meglio. Tutto sommato ci vogliamo bene. E non ce l’ho con lei, anzi.

– Altre ragazze?

– Marilù, quella che mi scriveva “Ciao, come va?” e poi spariva. Ha continuato ‘sto giochetto fino ad aprile, quando ho compiuto trentasei anni. Finalmente ci siamo rivisti. Era un periodo in cui stavo male. Ansia, mi sentivo fragile, sono tornato anche dal Dottore. Gli ho raccontato tutto e secondo lui è un fattore biologico. Dice che ho un sistema ciclico di entusiasmo e calo dell’umore. Un bipolare nella norma, come molti. Ma per me non è solo quello, c’è altro sotto.

– Un uomo diviso tra bene e male.

– Tra filosofia e sesso, apollineo e dionisiaco, amore e morte.

– Mi stavi dicendo di Marilù.

– Ci siamo rivisti, siamo stati assieme, è stato bello.

– Ma è finita anche con lei?

– Già.

– Perché?

– Ci abbiamo provato ma non eravamo sullo stesso piano. Però ricordo una sera, eravamo sdraiati uno accanto all’altra, l’abbracciavo da dietro. Mi ha preso la mano e ha iniziato a baciarmi le dita, una ad una, dolcemente. Una sensazione bellissima. Poi s’è messa la mia mano tra le cosce e abbiamo fatto l’amore. Preferisco tenermi questo ricordo invece di raccontarti come abbiamo rotto.

– In effetti.

– Alla fine si incontrano certe persone per capire qualcosa di noi stessi. Farsi compagnia e poi andare avanti. Sono contrario al possesso, bisogna lasciare andare. L’amore non è un ricatto. E il sesso serve a godere, non a incatenare. Comunque evito le situazioni di Corallo.

– Sei così dogmatico alle volte!

– Già.

– La vita non è così schematica, non pensi?

– Uno come me ha bisogno di regole. Mica è facile, che ti credi? Ho paura di tutto, ho paura sempre, ho paura, capisci? Anche se per certe cose sono “morto” devo comunque stare attento. Soprattutto nei rapporti con le donne, anche se è dove ho capito più cose di me stesso.

– Però stai tranquillo, vivi alla giornata. Non stare sempre là a pensare. Carpe diem!

– Oh Gesù Cristo, ancora con la storia del carpe diem? Elena, tu quanti anni hai?

– Ventisei ma mi sento più matura. Frequento gente più grande. Il mio ragazzo ha quarant’anni e mi trovo meglio con quelli più vecchi.

– Tu hai dieci anni in meno di me, sei fidanzata con un quarantenne, hai un lavoro, una casa, sei bella e sicura di te, giusto?

– Beh, in un certo senso.

– E vieni a dire a me come dovrei comportarmi nella vita? Senza aver mai avuto un dubbio o una crisi?!

– Va beh.

– Non ti sembra un po’ pretenzioso?

– Però ho trovato affascinante il personaggio di Sabine. Anche se aveva solo ventitré anni c’era carattere, dominava su tutti i maschi, gestiva le cose. Ho sentito di rispettarla. Alle volte l’ho invidiata per quella libertà. Invece tu sei pieno di regole.

– Anche lei era dogmatica. Aveva una morale tutta sua e usava il sesso per dominare su noialtri coglioni. Sabine era Corallo al femminile, agguerrita ma disperata. Non è che magari vorresti farlo anche tu?

– Cosa?

– Ti descrivi come una giovane borghese, fidanzata, casa, lavoro, etc. etc.

– Sì.

– Forse ti piacerebbe sentirti più viva. Anche un po’ zozza, rompere gli schemi e comandare. Ammettilo. Non sarebbe bello spaccare culi in giro, lasciare il fidanzato in giacca e cravatta, sedurre gli uomini, alzarti la gonna senza avere niente sotto…

– … – silenzio.

– Potresti venire qui a Milano, di nascosto, e scoparmi come una cagna. Per una notte sentirti sporca e non la solita brava ragazza che interpreti così bene, no?

– Smettila!

– La smetto, ok, scusa. Ma tu non giudicare la mia vita. E non risvegliare qualcosa di me che sta dormendo.

– Quindi Corallo non è morto?!

– Già, manca un pezzo importante. Che fine ha fatto Nelson Corallo*? E’ chiaro che lui ero io e viceversa, quindi non è che potesse morire per davvero. Almeno fino a quando non toccherà ad entrambi, fra molto o poco tempo, questo non lo so. Forse la Morte di Corallo* era la fine di un’epoca, per me. Ma è sempre lui a darmi passione, follia, insensatezza e un po’ di poesia. Senza Corallo non sentirei niente. Se non ci fosse sarei freddo, non scoperei come una bestia e non riconoscerei lo schifo del mondo. Ecco perché quando scrivo o faccio video uso ancora il suo nome.

– Quindi stai lavorando?

– Sì, con gente che mi paga e mi rispetta.

– Nelson Corallo* è il tuo marchio?

– Sì.

– Riesci a gestirlo così?

– L’importante è dargli da mangiare nel modo giusto e tenerlo abbastanza lontano dai guai, altrimenti torna a fare cazzate. E poi sono sicuro che un giorno si innamorerà pure lui.

– Davvero?

– Perderà la testa per il lato oscuro della donna che avrò scelto per me.

– Ma non dicevi di volere una ragazza intelligente che non ti facesse del male?

– Appunto, intelligente, che si conosca nel bene e nel male. Voglio una femmina vera, con ombre e luci, amore e sesso, tenerezza e pornografia.

– Wow.

– E ora devo occuparmi anche delle mie fragilità.

– In che senso?

– Hai presente la bambina bionda del sogno? Lei è una nuova parte di me, anche se non le ho ancora dato un nome. E’ piccola e devo prendermene cura.

– Quindi stai bene?

– Magnificamente. E tu, sei pronta?

– Pronta per cosa?

– A partire per il viaggio di Corallo*.

– Perché me lo dici? Io sto bene così, davvero.

– Me lo dicono tutti, soprattutto quelli che leggono le mie cose e poi provano a “guarirmi”. Teorizzano soluzioni per la mia esistenza. La MIA esistenza, capisci? E non fanno niente per la loro vita, senza rendersi conto di essere pronti a cadere da un momento all’altro. Scassano il cazzo a me. Si accaniscono su Corallo, dicono di essere “buoni” ma sono tutte cazzate. Godono a rompere i coglioni al prossimo. Tranne pochi, davvero pochi.

– Chi?

– Quelli che hanno capito il senso delle cose. Lav, una ragazza che ho conosciuto a Berlino anni fa mi ha scritto: “In fondo tu rispetti le donne anche se fai il porco maschilista. Quella che racconti è una storia di consapevolezza. Lo so perché l’ho vissuta su me stessa seguendo i passi di Corallo*”.

– Probabilmente lei ha ragione, però tu resti troppo dogmatico.

– Per non autodistruggermi sono obbligato ad avere delle regole.

– Ma prima o poi dovrai essere più morbido.

– Sì, forse un giorno. Quando avrò davanti la persona giusta. Forse l’amore è contraddirsi.

Eccola la frase.

– Cazzo!

– Cosa?

– “Forse l’amore è contraddirsi”. Porca vacca, devo usarla da qualche parte. Invece del solito dualismo Bene/Male, Luce/Oscurità, Dio/Diavolo, c’è una terza strada. Qualcosa che va al di là del solo giudizio bipolare. Qualcosa che trascende il tutto.

– Forse.

– Parlare con voi donne mi fa venire fuori le idee migliori.

– Eiaculazioni mentali?

– Già, godo anche così, baby.

Ed è proprio in quel modo che mi sono conquistato un po’ di Paradiso, tirandomi fuori dal fango, smettendo di cercare sempre una sola ragione. Non esiste alcuna ragione. Esiste solo la responsabilità di quel che ognuno sceglie di fare. E vedo più gente ammazzarsi che non il contrario, dall’inizio dei tempi. Voi ancora vi scandalizzate per la violenza, l’idiozia e lo schifo del mondo. Io ancora mi stupisco per qualcosa di bello, quando accade. E forse va bene anche così, alla fine.

“Che dovessi morire me lo aspettavo. 

Solo non pensavo funzionasse così. 

Cioè, credevo in qualcosa di diverso, più nel mio stile. 

Forse perché sono un bastardo, e anche uno snob. 

In questa porca vita, tutti vogliono qualcosa di diverso, perché sono insoddisfatti e vigliacchi. 

Soprattutto vigliacchi. 

Io forse ero insoddisfatto ma di certo non vigliacco. 

Allora mi hanno concesso un finale alternativo. 

Una cosa che ha sorpreso me per primo, sia chiaro. 

Mi dispiace solo che non ho potuto fare di peggio nel frattempo. 

Però è andata così. 

Ce n’era di merda e sangue da raccontare, comunque. 

E questa è stata la storia della mia Morte. 

Quell’altro ormai vi ha raccontato tutti i miei trucchetti. E non c’è gusto a fregare la gente quando la gente se lo aspetta. E’ stato un colpo basso.

Però qualcuno ci ha insegnato che dopo la Morte c’è la Resurrezione.

E siccome vale per tutti vale anche per me. 

Perciò io sono ancora qui.

Già.

So aspettare.

Nel fango.

Nel nero della mente. 

Nel buio della coscienza.

Sono attaccato alle radici del mondo.

Sono l’istinto animale.

Sono il sangue più denso. 

L’importante è che alla fine esploda un orgasmo oppure un colpo di pistola. 

Io sono nato per sentire.

Io sono nato per toccare.

Io sono nato per stare qui a qualunque costo.

Anche dentro di voi, Nelson Corallo* c’è”.

La Morte di Corallo*, cap. 10

1.

girl-red-doggy
Settembre 2014, Sardegna.
Le giornate sul set continuarono assieme alla sensazione di “aver capito tutto” che m’era nata a Barcellona.

– Ho capito che… – dicevo io guardando fuori dalla finestra del residence.
– Cosa? – rispondeva l’eco di Corallo che in quel periodo era piuttosto distante.
– Ho capito di aver sbagliato, cioè ho fatto cose stupide, soprattutto con le donne.
– Non è una novità.
– Lo so, è che sto avendo un’intuizione più profonda.
– Beh, quando ci sei arrivato fammi sapere. Intanto non fare cazzate, anche perché non ti aiuto.
– E perché?
– Perché non ho un cazzo di voglia… – terminò il lato oscuro.

A guardarmi indietro dico che in quel momento ero sempre lo stesso bipolare partito da Milano un anno prima, arrivato a Barcellona e poi ritrovatosi a Cagliari inseguendo chissà cosa. Ero io certamente, ancora pieno di dubbi e perversioni. Avevo accumulato esperienze, molte si erano rivelate penose. Avevo fatto scelte sbagliate. Ero lo stesso, eppure ero diverso rispetto a quando ero partito.
La verità è che avevo fallito su tutta la linea.
Già, credevo d’essere fuggito dalla mia famiglia, dal vecchio lavoro in Redazione, dai rapporti sentimentali malati e da me stesso, invece ci avevo sbattuto la faccia fortissimo. Su tutte le cose che credevo di poter evitare, ci avevo sbattuto la faccia. Sbang! E intuivo che per quanto scappassi altrove me le sarei ritrovate sempre addosso, moltiplicate.
Il fatto è che entro poco le avrei dovute riaffrontare tutte da capo.

– Se ripenso a Liz e Sabine mi viene il vomito…
– Perché? – disse il lato oscuro.
– Che schifo, la catalana che voleva tenermi incatenato nella stanza degli ospiti e la francese che giocava a fare la cagna per fregare me e quegli altri coglioni che le stavano dietro al culo…
– Quindi?
– Mi sento umiliato, capisci?
– Capisco, ci hanno trattato molto male in effetti.
– Come ho fatto a lasciarmi trattare così? Che senso ha avuto? Perché non ho reagito?
– Ah, non saprei. Tu credevi d’essere più furbo e a me interessava l’avventura, punto. Tutto sommato m’è piaciuto rotolarmi in quel fango.
– Ma a me resta lo schifo addosso.

Ero davvero amareggiato.
Mi accorgevo d’aver vissuto mesi d’angoscia e rancore spinto da un malsano senso di potere, e non avevo comunque ottenuto nulla. Nulla a parte sadismo, umiliazione e timore per il futuro.
Poi c’era la questione del lavoro. Insomma, cosa avrei fatto dopo il set di Cagliari? Non lo sapevo proprio. Anche se c’è da dire che, se io ero ancora lo stesso, Nelson Corallo* era diverso. Il mio lato ombra non incitava più a fare del male, il che era piuttosto strano. Non ci ero abituato.

– Corallo, mi pare che non l’hai persa la visione tragica delle cose, giusto? – gli chiedevo a fine giornata.
– Giusto… – diceva lui fissando il tramonto all’orizzonte.
– Consideri sempre la vita ingiusta, violenta e crudele?
– Sì.
– Però ti interessa anche altro, no?
– Qualcosa…

Corallo agiva senza farmi capire esattamente “cosa e come”. Sembrava un adolescente chiuso nella sua stanzetta, sviluppando ormoni e poteri sconosciuti.

– Allora ho deciso che… – mi dicevo io, per farne un elenco – Cerco di non rompere più il cazzo alla gente, lascio perdere le risse e le ragazze occupate, non mi fido di nessuno. Voglio il cuore di pietra, voglio portarmi a letto tutte le donne ma non voglio amarle, così non mi possono fregare. Voglio trovare un modo per averle e basta, è così? Forse no, forse sto ancora sbagliando…

Certo che mi stavo sbagliando.
Pensavo a ruota libera mentre Corallo fissava un paio di fenicotteri rosa volare nell’arancione del cielo.

– Mi piacciono le donne. Mi eccitano perché sono diverse da me. Perché sono un mondo totalmente opposto, un universo terribile e attrattivo. Ma in ‘sto periodo sto fantasticando e osservando, mi tengo a distanza. Cosa vorrei dalle donne ora? Parlare, conoscerle, stargli vicino veramente, riconoscere pregi e difetti, non giocare a nascondino, avere un dialogo. E se poi non funziona? “Si dice addio” suggerì una voce. Avventure, storie, passioni, parentesi erotiche. E non coglionaggini. Ho voglia di cose che abbiano un senso. Che mi è successo? Dov’è quel ragazzino che quando pensava a una ragazza era “Amore”? Gesù Cristo, io credevo nell’amore. Ho perso in poesia? Forse ho perso in fanciullezza. Di sicuro ho perso qualcosa, anche un po’ di memoria. Mia madre ci leggeva “Il giardino segreto” da piccoli. Se chiudo gli occhi rivedo tutto. Questa è una cosa bella che stavo dimenticando, non devo, non si può. Bisogna diventare cattivi, duri, spietati, perché la vita è crudele ma non si può perdere tutto. Non voglio eliminare quel poco di buono che ho avuto per tenermi solo l’arrivismo che ho dovuto imparare in questi anni. Anni stupidi e disperati.

Entrai nella stanza, presi l’agemina nera, mi misi a scrivere.

– Mentre imparo lo schifo, mentre mi accorgo che certe cose, menomale, le ho capite, mentre vivo in questa stanza di residence con le mattonelle troppo verdi nel bagno, mentre me ne fotto se qualcuno vuole provocarmi, mentre penso “Ma che cazzo, non pensarci più! Dimentica i giorni squallidi che hai vissuto, perché certi sentimenti, porcocazzo, alla fine scompaiono col tempo”. Ecco, mentre penso a tutto questo, provo a bilanciare memoria e oblio, aspettando la luna nuova. La vita non ha alcun senso, si sa, tranne quello di restare vivi più a lungo possibile. Ecco perché c’è l’arte. L’arte prova a dare un senso più ampio alla vita. Ecco perché io con certa gente non ci devo proprio avere a che fare. Perché quelli non hanno nemmeno un briciolo d’arte dentro. Eppure quelle merdine esistono, vivono sul mio stesso pianeta. Già, c’è gente insopportabile a questo mondo. La vedo mentre ricopre funzioni che non merita. E’ gente che non sopporto, a meno che non sia umile e capace, ovvero cose che io non sono, perché non sono né umile né capace. Eppure ogni tanto ci arrivo un po’ più in là,  lo vedo che c’è altro. Io sono come certi fottuti vermini, striscio, striscio, ma ogni tanto ci arrivo a capire…
– Smettila di dire cazzate! – interveniva il lato oscuro.
– E’ il flusso di coscienza, ignorante.

2.

Durante le pause sul set mi mettevo in disparte con la scusa di cercare un po’ d’ombra, visto che il caldo non dava tregua. Così potevo starmene da solo a riflettere. E quando mi fermavo a pensare all’amore, dopo tante storie balorde, non riuscivo a definirlo. Non avevo le idee chiare nemmeno su quel tema.

– Corallo, alle volte sento quell’urgenza di sesso ad ogni costo, è vero. Anche se inizio a farmi una visione diversa dei rapporti tra uomo e donna.
– Cioè?
– Qualcosa che si avvicina al rispetto reciproco. Ma mi pare serva uno squilibrio forte tra me e la ragazza che mi troverò davanti. Nel senso che lei ‘stavolta deve essere fantastica, del tipo intelligente, sincera, appassionata, sexy ma non volgare, curiosa e innamorata. Già, innamorata di me, capisci? Fortuitamente innamorata del sottoscritto, senza che io muova un dito.
– Mah… – rispondeva lui.
– Cos’hai in mente? – chiedevo fumando una sigaretta – E perché non ci abbiamo provato con l’attrice, S.? Perché non ci stiamo provando con nessuna qui sul set?
– Non è vero… – disse lui.
– Come “non è vero”?
– Un paio di sguardi da porco e qualche cazzata l’abbiamo fatta. Ad esempio con la costumista piena di tatuaggi, non ti ricordi l’altro giorno? E con l’assistente alla regia?
– Già, ma era tanto per, insomma…
– Appunto, era “tanto per” e non ho voglia di fare le cose “tanto per”, te l’ho già detto.
– Corallo, che ti è preso?!
– Mi sa che sono annoiato. No, ho sbagliato termine… – fece lui – Non è esatto. Mi sento fuori posto, non è roba per me.
– Ma se hai sempre goduto a stare in mezzo alla gente e al bordello.
– Già, ma ti dirò che mi diverto di più a dire stronzate coi camionisti e con gli elettricisti del set invece che far finta d’essere simpatico agli artisti di ‘sto cazzo. E poi il Produttore non capisce il nostro talento, dai… – mi disse alla fine.

Era vero.
Il giorno prima avevo intercettato il Produttore e gli avevo parlato.

– Avrei dei soggetti da proporre, idee mie, storie originali… – avevo detto.
– Sì, sì, sì, poi ne parliamo con calma – mi aveva risposto lui.
– Certo…

Non ne parlammo mai.
Tornai a filmare le scene per il backstage e fare da autista alla bella S., sempre zitta, seduta accanto a me. Se ne stava in silenzio lei, in silenzio io. Un tempo Corallo avrebbe detto qualcosa di sconcio e simpatico ma stavolta niente.
L’avrei capito dopo un bel po’ il perché di quel suo nuovo modo di fare.

3.

La domenica sul set non si lavorava.
L’intera troupe era in libertà e io me ne andai al mare, da solo.
Erano i primi di ottobre ma pareva piena estate. Feci il bagno al Poetto, tanto a me bastava starmene in acqua per ritrovare il senso delle cose. Scivolavo tra le onde verdi e l’ansia si dissolveva.
Il cielo si rannuvolò improvvisamente.

– Cazzo, che peccato…

Uscii dall’acqua camminando verso il telo che stava sulla sabbia.
Mi accorsi che un ragazzo grassottello con gli occhiali da vista continuava a puntarmi lo sguardo addosso mentre mi asciugavo. E faceva avanti e indietro. Pensai che stesse guardando il tatuaggio della Tigre che avevo sul braccio.

– Cacchio, non sono più tornato dal tatuatore di Barcellona a finire i dettagli… – dissi osservando i punti senza inchiostro.

Non ero più così magro come quando stavo in Spagna. Avevo anche i capelli più lunghi, addirittura ne era spuntato qualcuno bianco, ma restavo uno smilzo dall’aria ribelle.
Continuai ad asciugarmi mentre le nuvole grigie si accumulavano sulla mia testa e qualche fulmine squarciava l’orizzonte sul mare. E mi accorsi che il ragazzo grassottello mi faceva ancora dei giri attorno, sempre tenendosi a distanza. “Magari è un ladro e aspetta che mi distragga…” dissi ripensando a quando mi rubarono lo zainetto a Barcellona.
No, non era un ladro.
Sempre fissandomi a distanza il tipo aveva iniziato a toccarsi strofinandosi il pisello da sopra i pantaloncini, facendo dei cenni verso una struttura balenare semideserta.

– Ma che cazzo… – dissi io – Vado al mare e piove. Provo a rilassarmi e arriva un frocetto che vuole rimorchiarmi…

Un impulso feroce di prenderlo a calci mi prese dal basso ventre. Non so perché, forse per sfogare la mia frustrazione su di lui, su quell’estraneo goffo che pensava fossi un frocetto anch’io solo perché ero in spiaggia da solo a farmi i cazzi miei. Che non sapeva quello che mi passava per la testa in quel momento, non sapeva niente di me, niente, niente, niente.

– Gli spaccherei la faccia, cazzo, gli spaccherei la faccia!
– Stai calmo – disse la parte oscura – E lascialo perdere.
– Porco cazzo, Corallo!
– Stai calmo t’ho detto.
– Già, stiamo tutti calmi come piccoli Fonzie. Comunque gli uomini fanno schifo. E’ in questi momenti che capisco cosa provano le donne quando certi fanno i sudici senza rendersi conto di quanto fanno schifo al cazzo…
– Sì, hanno quasi sempre ragione le donne – disse Corallo.
– Quasi sempre?
– Quasi sempre.

Indossai una maglietta e presi la mia roba giusto in tempo per saltare in macchina e ritrovarmi sotto uno dei più grandi acquazzoni che la Sardegna avesse visto negli ultimi dieci anni.
Poi, guidando lentamente tra le strade allagate, tornai al Residence.
Ammisi che Corallo l’aveva detta giusta.
Iniziavo a sentirmi fuori posto in mezzo a quella gente che credeva d’essere predestinata a rappresentare l’arte sulla terra, senza un minimo di modestia, e che le donne avevano – quasi – sempre ragione.

4.

Metà ottobre, ultimi giorni di riprese.
Eravamo tutti in una villa fuori città, roba di lusso. Roba che quando il Re d’Italia passava in Sardegna andava a dormire là, non scherzo. Si trattava di una struttura con giardini, fontane, scale di marmo e grandi terrazze. All’interno della villa c’erano vari ambienti ricolmi di arazzi, mobili antichi, decorazioni e tutto il resto.
Ogni mattina, partendo dal residence, arrivavo puntuale per prendere il caffè sotto un portico dalle colonne snelle. Leggevo il piano di produzione della giornata e camminavo fino al mare seguendo il sentiero del giardino principale. Arrivavo a un piccolo molo di pietre consumate dal tempo e dalle onde, fumavo una sigaretta. Un polpo rosso mi passava davanti tentacolando nell’acqua verde.

– Anch’io me ne andrò via, caro polpo rosso… – dicevo all’animale che era già scomparso tra le alghe – E dopo un anno di storie malate mi pare di non aver risolto proprio niente, porca-puttana-eva-cazzo.

Pieno di dubbi tornavo sul set a fare quel che dovevo fare.
Stop.
E un paio di giorni prima della fine del film, siccome le scene in cui recitava S. erano terminate, mi dissero di accompagnarla al suo appartamento in città. La ragazzina sarebbe tornata a Roma in aereo il giorno dopo, “Addio baby”.
La feci salire in macchina tenendole aperto lo sportello, poi guidai nel solito silenzio.
Attraversammo la costa selvaggia, passammo sul lungo ponte sospeso sul mare e dopo qualche minuto ci ritrovammo nel traffico della zona vecchia di Cagliari. Accostai l’auto con le quattro frecce accese in uno stretto vicolo. Entro poco avrei dovuto spostarmi per lasciar passare le altre macchine.

– Allora grazie – fece lei, rimanendo seduta accanto a me.
– Grazie a te – dissi io.
– … – lei silenzio.

Siccome S. non aggiungeva altro, mi mossi per darle un paio di baci sulle guance. Lo feci lentamente e lei restò immobile, come se aspettasse altro. Se ne stava là, ferma, tranne per una mano che continuava a cercare qualcosa nella grossa borsa che teneva tra le cosce.

– Mi sono piaciuti i nostri silenzi – dissi io ad un certo punto. Lo dissi sinceramente, e anche per dire qualcosa.
– Scusami, lo so, ma alle volte non so proprio cosa dire… – fece lei abbassando lo sguardo.
– Dico sul serio, erano silenzi bellissimi.

Lei restò così, a sorridermi, ancora.
Fu a quel punto che parve s’aspettasse davvero qualcos’altro da me. “Che c’è? Vuole un bacio d’addio?!” disse Corallo nel silenzio della mia mente, “Oh porca eva, davvero?!” feci io, “Che si fa?” domandai, “No, no, no!” s’impose il lato oscuro.

– Comunque domani ti accompagno all’aeroporto – dissi per spezzare l’imbarazzo.
– Ah, ok, allora ci rivediamo domani! – fece lei ritrovando magicamente quel che cercava da mezzora nella borsa.

Già.
S. aveva fatto il giochetto delle chiavi che non si trovano, per prendere tempo, per vedere cosa avrei potuto dirle. Chissà, forse dopo tutti quei silenzi le ero sembrato migliore di quanto non fossi in realtà. Forse perché avevo evitato di comportarmi da coglione, come al solito.

– Allora un bacetto potevo anche dargielo, no? – dissi io più tardi.
– No, cazzone – rispose Corallo.
– E perché no?
– Perché sarebbe comunque partita il giorno dopo. E tu saresti impazzito appresso all’idea della giovane attrice che si innamora dell’autista, bla bla bla, come ci hanno insegnato quei film anni novanta e compagnia bella…
– Immagino di sì, avrei corso quel rischio – ammisi io.

Non la portai in aeroporto il giorno dopo.
Domandai a quelli della Produzione di sostituirmi.
Non la rividi più S.
Non la baciai, non ci fu niente.
Solo bellissimi silenzi.

5.

Quella mattina uscii comunque all’alba per andare a prendere un’altra attrice, anche lei giovane e bella.
Mentre guidavo tra le strade vuote e il cielo perdeva le sfumature rosa fenicottero dedicai un pensiero disperato a S., qualcosa del tipo “Addio, amore mio, sarebbe stato fantastico, ma non era tempo per noi”, intanto Corallo si mise a ridere.
Arrivai sotto un palazzo borghese più o meno nel centro di Cagliari, dove avevo appuntamento con Elena, l’altra attrice.
La ragazza si presentò quasi puntuale, giusto dieci minuti di ritardo.
Buono.
Aveva grandi occhi castani, labbra rosse e capelli color rame. Pareva una delle donne dipinte da Klimt, una bellezza antica, e sorrideva in maniera intelligente. C’è da dire che Elena possedeva anche altro, cioè tette, culo, cosce, cose così, ma Nelson Corallo* si comportò con dignità quella mattina, riflettendo su altre questioni. Ad esempio il lato oscuro cercò di capire se la ragazza avesse già un uomo accanto oppure fosse libera. Se fosse seria o cagna, donna o ragazzina in cerca di avventure… Roba che pochi mesi prima non gli sarebbe importata per niente, a Corallo, troppo abituato a rubare le donne degli altri, soprattutto se erano idiote come lui.

– Cavolo, e se fosse lei? – gli domandai io mentalmente.
– Lei chi? – fece Corallo.
– Lei, quella intelligente, sexy, giovane, simpatica, di cui innamorarmi…
– Non lo so – rispose lui – Ancora non lo so.

Misi in moto, seguii la strada che dalla città portava verso la costa ed entrai nella zona di campagna.
Elena mi spiegò che aveva giusto un paio di battute nel film, robetta, nemmeno un primo piano, ma si sentiva lo stesso emozionata e su di giri. E mentre parlava notai che oltre alla bellezza, lei, aveva qualcosa che a me ormai mancava del tutto: l’entusiasmo.

– Insomma, è una piccola parte però… – faceva Elena piena di brio.
– Certo, certo, capisco – dicevo io, annuendo.

Arrivammo nel giardino della villa.
Feci scendere la ragazza accanto a un portico dove avevano allestito il reparto di costumi e trucco. Poi presi il solito caffè e me ne andai verso il mare.

– Checcazzo… – sussurrai in piedi sul molo di pietra.
– Cosa? – domandò Corallo.
– Niente.
– Cosa?!
– Sta finendo tutto, capisci? Poi si torna a Milano e stop.
– E allora?
– Allora un cazzo di niente. A parte le immagini del backstage non ne uscirà nulla, lo so già. Il Produttore non ci caga, Nabucco non s’è fatto più sentire, altri progetti concreti non ne ho. Tornare a Barcellona? Non credo proprio, mi viene il vomito. Milano? Dovrei andare a elemosinare lavoro alla Redazione? Nemmeno per sogno. E sto quasi finendo tutti i soldi che avevo messo da parte, porca-puttana-eva-cazzo…
– Forse è così che doveva andare.
– Ma a cosa è servito tutto ‘sto viaggio?
– Nelson Corallo* è decisamente un tizio migliore rispetto a prima.
– Tu, forse, ma io?! Senza lavoro, senza amore, senza speranza.
– Non so cosa dirti – fece lui – Io vivo nei tuoi pensieri ma la vita reale è tua, fa’ qualcosa… – concluse il lato oscuro.

Tolsi la fotocamera dallo zaino. Filmai gli operai che smontavano il set ridendo tra loro, attori in pausa, le ragazze dei reparti che si rilassavano all’ombra del portico, i colori e luci del giorno che passava.
Poi qualcuno mi disse di riaccompagnare Elena in città visto che per oggi aveva finito.

– Quindi, com’è andata? – domandai facendola sedere in auto.
– Bene, sono contenta. Forse un po’ impacciata, però è stato bello… – disse lei, sorridente come al solito.
– Già.

Guidai verso Cagliari, in silenzio, perché ormai ci ero abituato.

– Ma tu? Da dove vieni? Cosa fai nella vita? – fece Elena, così, dal nulla.
– E’ una lunga storia… – biascicai.
– E non hai voglia di raccontarla?
– Sì, se vuoi – feci io – E’ che stavo pensando al giardino della villa, lo hai visto no? Quello che dal cortile arriva fino al mare, è pieno di alberi, fiori, immenso.
– Sì, è meraviglioso, e a cosa pensavi di preciso?
– Non saprei, con tutto quel verde ho pensato che ci starebbe bene una tigre là in mezzo. Una tigre solitaria a passeggio tra le piante. Capisci?
– Sì, sono d’accordo – disse lei senza battere ciglio.
– Davvero? – domandai.
– Davvero – rispose.
– Mi fa piacere che la pensi come me.
– Si vede che abbiamo entrambi un debole per le tigri…
– Ne ho una tatuata sul braccio – feci io.
– Ho visto che avevi qualcosa sul braccio, ma da sotto la maglietta non capivo esattamente cosa fosse. E’ una tigre tra fiori e acqua, giusto?
– Esatto, lo sai perché ho scelto proprio una tigre?
– Perché è bella e spietata?! – disse Elena provocandomi un po’.
– Non solo per quello. In effetti l’ho capito solo dopo il vero perché. Te lo dico?
– Certo!

Raccolsi i pensieri e poi dissi la verità, capendola davvero solo in quel momento. La verità intendo. Perché quando spiego una cosa a una ragazza la capisco meglio anch’io, poi.

– Dopo più di un anno tra disastri e sesso-droga-rock&roll a Barcellona, e poco prima di venire qui a Cagliari, ho visto un documentario sulle tigri. Un documentario in tv mentre me ne stavo sul divano di casa mia, a Milano. Una cosa fatta davvero bene, un documentario davvero fico. Naturalmente c’erano delle tigri, femmine, maschi, cuccioli, e si vedeva la loro vita nella giungla indiana. La voce narrante spiegava che la tigre è il felino più grande della terra. Il leone?! Al confronto è piccolo. E poi la tigre è perfetta a livello anatomico, ma non solo. La tigre ha una consapevolezza atavica di non avere predatori naturali, capisci?
– Si sente al sicuro…
– Già, la tigre sa di non poter essere mangiata da nessun altro animale. Checcacchio, è un bel vantaggio se vivi nella giungla, no?
– Di certo lo è.
– La tigre ha una sorta di consapevolezza. Probabilmente è un istinto, ma voglio pensare che lei lo sappia per davvero. Mi piace pensare che la tigre conosca la sua potenza, che la tigre sappia di essere la Tigre. Eppure…
– Eppure?
– Stai a sentire: l’animale più grande, raffinato, spietato, forte e consapevole della terra, nove volte su dieci, non cattura la preda. Capisci? Praticamente ha una percentuale di fallimento del novanta per cento. La tigre, nella sua perfezione, sbaglia più di quanto non abbia successo, capisci? E questa cosa l’ho trovata tragica e affascinante.
– E come mai?
– Perché mi sono detto che io, R.F.M. detto Nelson Corallo*, narcisista bipolare di quasi trentacinque anni, laureato in giurisprudenza e poi passato alla tv, fuggito da Milano a Barcellona per il cinema, arrivato sul set di un film a Cagliari, io alla fine sono solamente uno stupido uomo sulla terra. Capisci? Un debole, sciocco, fragile essere umano. E ho vissuto fino a ieri con la presunzione di essere perfetto. Di poter fare tutto. Invece no, non posso. Allora ho capito perché mi sono tatuato una tigre sul braccio… – silenzio – Ho pensato che se uno degli animali più perfetti al mondo non riesce a fare tutto, ma resta comunque un essere straordinario nel suo genere, io devo stare tranquillo. Insomma, la tigre è stupenda anche se fallisce, no?
– Certo.
– Ecco perché ho una tigre sul braccio. Per ricordarmi che sono un animale imperfetto. Tutto qui.
– E’ un ragionamento affascinante.
– Sì, lo credo anch’io.

Arrivammo a Cagliari e lasciai Elena sotto casa.
Ci saremmo rivisti il giorno dopo per l’ultimo giorno di riprese.
Ero davvero imperfetto, e me ne stavo rendendo conto.

6.

Ultimo giorno di riprese.
In effetti il ciak scattò ancora una volta, la scena con l’attrice venne girata e poi la troupe fece un grande applauso. Molta tensione si dissolse in quel momento. Qualche ragazza dei reparti di costumi e scenografia pianse commossa. Gli operai si tirarono forti pacche sulle spalle e dissero che erano stanchi.
Cinque settimane della mia vita erano passate tra un set e l’altro.
Non avevo ottenuto granché, tranne un po’ di esperienza e una certa distanza da vecchie dinamiche coralline.
Fine.
E mò?
Mi aspettava un lungo viaggio al contrario, dall’isola attraverso il mare e poi su a nord, fino a casa mia.
Prima di ripartire, quella sera, andammo a cena tutti assieme, troupe e attori. Alla fine abbracciai le persone che mi stavano simpatiche e salutai cordialmente quelle che mi stavano sul cazzo.
Il giorno dopo mi svegliai presto, caricai la macchina e quando arrivai al porto di Olbia venni perquisito da un tizio in divisa esattamente come quando ero arrivato. La presi con ironia, non mi arrabbiai, e quella notte dormii tranquillo disteso su tre poltrone messe in fila nel ventre della nave.
Arrivai a Livorno di mattina presto.
Guardai fuori e mi accorsi che era proprio autunno, porca vacca. Avevo lasciato la Sardegna che pareva ancora estate, quindi ne fui sorpreso. Anche perché dopo un anno a Barcellona mi ero dimenticato la stagione delle foglie secche, della nebbiolina malinconica, del sonno dei gatti sui divani.

– Cazzo, è autunno, e ora?!
– … – silenzio.

Il lato oscuro non rispose. Era vivo, era morto? Non lo sapevo più. Nelson Corallo* – all’inizio – era uno pseudonimo letterario, poi una maschera da indossare, poi la voce della mia coscienza sporca. Adesso? Boh, sapevo solamente che aveva cambiato forma e che io ero uguale, ma diverso, in qualche modo.

– Se tu non mi parli, devo cavarmela da solo – dissi nel riflesso dello specchietto retrovisore.

E questo segnò il principio di una nuova epoca personale che ancora non immaginavo: il tempo della disciplina.

La disciplina.

Arrivai a Milano verso mezzogiorno, il cielo restò grigio come l’avevo trovato sulla costa. Salii in casa, sistemai le mie cose e ripresi lentamente contatto con la realtà.

– Magari se faccio un buon lavoro con il montaggio del backstage ricevo qualche altra proposta di lavoro… – dissi alla tartaruga d’acqua che mia sorella aveva nutrito mentre ero fuori, e che sguazzava da quasi dieci anni in un grosso acquario di vetro – Cavolo, ora parlo pure con te. Forse sto impazzendo, non ci capisco più niente. E’ normale che non trovo una ragazza con la testa a posto, parlo pure con le tartarughe.

Passai molti giorni a montare il materiale video che avevo accumulato in Sardegna.
Usai metodo e disciplina.
Seduto in soggiorno davanti allo schermo del computer era come vivere per la seconda volta quel viaggio. Un po’ come quando si scrive o si ricorda qualcosa.
Ottobre finì in fretta, novembre viaggiò sonnolento.
Feci tutto il lavoro dall’inizio alla fine, e mi commossi anche un po’.

– Però, quante cose sono successe… – dissi ancora alla tartaruga.

Fuori pioveva.
Non uscivo molto di casa in quel periodo. Mi dissi che non era una chiusura caparbia in me stesso, e nemmeno un voltare le spalle alle persone – nonostante fossi deluso dai rapporti con gli altri -, era piuttosto l’ennesima presa di coscienza per cui non potevo impormi sulla vita.

– E’ inutile sbattermi senza una direzione, solo per tentare di colmare un vuoto. Meglio provare a stare fermo, no?
– Che fine avrà fatto Dì?! – domandò Corallo a bruciapelo.
– Cosa?! – dissi io.
– Dì, la brunetta, dovresti ricordartela… – insistette lui.
– Certo che lo so chi è Dì. Ma come ti salta in mente adesso?
– Beh, in questo periodo è il suo compleanno, no? E siamo andati via da Milano perché lei non ci aveva voluti, ricordi? Se ci pensi è un personaggio importante. Anzi, non fosse per lei eravamo ancora nella Redazione a litigare coi colleghi, fare sesso a caso durante le trasferte, detestare chiunque, etc. etc.
– Forse è così, se non fosse entrata nella mia vita non avrei mai provato a cambiare.
– Sai benissimo che dovevo mettere tutte le “x”. Non ero pronto a fermarmi, e nemmeno tu lo eri…
– Dici? Comunque non stavo pensando a lei. Anche perché faccio ancora incubi su Liz e Sabine… – ammisi io.
– In che senso?
– Ho come dei rigurgiti quando ripenso a loro. Ai tradimenti, alle manovre, all’odio che abbiamo vissuto. Allo schifo, e per capire cosa? Che è meglio stare fermo col pisello nei pantaloni? Per capire quanto possa essere vendicativa una ragazza? A cosa sono servite Liz e Sabine, eh?!
– Di sicuro sono servite a qualcosa… – fece Corallo sorridente – Mi ricordo il sesso sudicio, anche quei piccoli istanti di tenerezza che abbiamo avuto assieme a loro.
– Briciole d’affetto contro sacchi di rancore.
– Beh, forse dovresti smetterla con la storia del rancore. Anche noi abbiamo fatto schifo. E’ inutile rosicare, cosa credi? Pure loro avranno ricordi disgustosi di te! Probabilmente pensano al tempo che hanno sprecato per starti dietro, etc. etc.
– A questo non avevo pensato…
– Per forza non ci avevi pensato!
– Come per forza?!
– Perché sei un piccolo bastardo egoista… – disse Corallo ridendo.
– Corallo?! Ora sei tu che dai del bastardo a me?
– Già.

Sorrisi anch’io, in modo amaro.

– Penso che tutte le ragazze che ho conosciuto fino ad oggi, in realtà, non mi hanno mai conosciuto. Fondamentalmente perché dovevo imparare a conoscermi.
– Esatto fratello, esatto.

7.

Milano era freddina ormai.
A fine novembre inviai il materiale al Produttore ed entrai in una specie di letargo. Tutto si trasformò in sonno.

– Non ho più voglia di nulla – dissi io.

Tranne il lato sessuale, che invece mi torturava parecchio. Se uscivo di casa speravo di rimediare sollievo, incontrare una ragazza disponibile, prendermi almeno un giro di giostra.
Ad esempio una notte mi ritrovai in un lounge-bar dove un dj egiziano metteva musica pop-araba. Alcune ragazze, egiziane anche loro, ballavano. Erano figlie degli immigrati di prima generazione, erano belle e nuove. Non feci altro che starle a guardare nell’armonia dei loro movimenti, nel misto di modernità e tradizione che mi mandarono in estasi. Erano sane e inavvicinabili.

– Non so come comportarmi. I vecchi metodi non funzionano più come prima… – confessai a un amico.
– Ma come? – domandò lui.
– Non riesco a fare lo scemo, capisci? Non riesco a fare Nelson Corallo*, non riesco a fare niente.
– Allora bevi di più…

E bevvi.
Più tardi ci spostammo in un club di musica elettronica. Siccome ero abbastanza sbronzo ci provai con la barista. Il problema è che lo feci nella versione di me stesso precedente a Barcellona.

– E pretendi che ti dia il mio numero se fai così? – fece lei a un certo punto.
– Già… – dissi io accorgendomi di quanto fossi idiota.

E aveva proprio ragione, la barista, che si chiamava Costanza.

– Che nome evocativo “Costanza” – feci io barcollando davanti al bancone – Sinonimo di pazienza, lungimiranza, virtù positiva. Praticamente tutto quello che mi manca, lo sai?
– Dovresti rimediare – fece lei, che almeno mi regalò un sorriso alla fine.

Dicembre.
Il tempo continuava a passare lento, senza avventure né offerte di lavoro.
Ogni tanto la piccola Marilù tornava a scrivermi per dirmi “Ciao, come va?”. Le rispondevo ma quella niente, spariva di nuovo.

– Che cacchio mi scrive a fare se poi sparisce?
– Boh.

Almeno l’inverno mi avvolgeva nel torpore. Me ne stavo quasi sempre sul divano, tranne quel giorno che uscii per rivedere un’amica di Salerno.

– Che combini ultimamente? – domandò lei.
– Cosa combino? Forse sto ancora tornando da Barcellona – dissi io fumando una sigaretta tra i nuovi palazzi della city milanese – Capisci? Anche se sono qui, fisicamente, sto  tornando da tutte quelle cose, persone, posti dove ho vissuto. Sto cercando di metabolizzare la mia stupidità.
– Che stupidità?
– Mi sono reso conto di aver tentato di controllare qualcosa che non si può gestire in nessun modo.
– Che cosa?
– L’affetto, la fiducia delle persone, il voler bene senza fare strategie. Ho sbagliato tutto.
– Capisco, sì – disse lei, con un sospiro.
– Ma tu? Perché sei a Milano? – le chiesi io.
– Ti dico questo… – fece la mia amica con un sorriso triste – Nel giro di quest’ultimo anno ho perso prima mia madre e poi mio padre, all’improvviso, da un giorno all’altro. Morti dalla sera alla mattina, così.
– Oh cazzo, non lo sapevo…
– Sì, e poi ho dovuto occuparmi di mille altri bordelli tra eredità, fratelli, zii, cose… Però ce la sto facendo, vedi? Anch’io ho fatto un milione di cazzate, tu lo sai. Solo che la vita ti obbliga a occuparti anche d’altro.
– Immagino… – dissi io che invece avevo vissuto come un ragazzino fino a qualche mese prima.
– Sono a Milano per riprendermi le ultime cose che ho lasciato a casa del ragazzo che frequentavo…
– Ah, quindi voi non…
– Esatto, noi non – disse lei, serenamente – Ma non devi essere triste per me. Anche se sembra strano, dopo tanto dolore, mi pare di tornare a respirare.
– Sì, vedo che stai reagendo bene. E’ che ho pensato a una cosa terribile proprio in questo momento.
– A cosa? – domandò lei.
– Che finora ho provato rabbia e ho pianto come un ragazzino solamente per delle stronzate. E sento che sta arrivando il tempo in cui piangerò per cose serie.
– Sì, è possibile.
– Sì.

6.

Se Nelson Corallo* era riuscito a mettere tutte le “x” sulle esperienze pulp/erotiche del passato, io invece non ero riuscito a combinare granché di concreto riguardo la vita da adulto, è chiaro.
E mi sentivo anche più stupido del solito.
Perché?
Perché non era successo niente, alla fine, dopo il master e il set cinematografico. “Niente di niente”, così mi dicevo mentre non combinavo nulla tra il divano e la cucina.

– Ho fatto televisione e poi un master, sono stato sul set di un film, ho montato il materiale, ho scritto cose mie…
– Beh? – disse Corallo.
– Come beh? E adesso?! A parte lavoretti insignificanti non sto facendo nulla che valga la pena.
– Troverai qualcos’altro.
– Ma porca merda, non era così che me l’ero immaginata la storia…
– E come? – domandò lui.
– Intanto credevo mi offrissero subito altre produzioni e altri set importanti. E poi volevo iniziare a scrivere sceneggiature, magari vivere un po’ a Roma, invece…
– Invece?
– Invece niente. E’ tutto fermo alle solite cose tra televisione e pubblicità. Pare che non me ne sono mai andato via da qui, tranne per una cosa.
– Cosa?
– E’ da mesi che non tocco una donna. Mesi, capisci? Mesi.

Erano ormai cinque mesi – a gennaio 2015 – che non sfilavo mutandine.
Ero uscito con qualche ragazza ma tutto restava sospeso a “Ok, magari ci risentiamo” e poi non facevo nulla. Mi pareva non ne valesse la pena, e se ci fossi andato a letto mi sarei sentito pure peggio.

– Non riesco più a fare sesso solamente per il sesso.
– Cazzi tuoi – fece Corallo.
– Sei sicuro di dire una cosa del genere?
– Fosse per me, adesso andrei a puttane. Ma tu non vuoi. Quindi cazzi tuoi, io so aspettare…

Non stavo cambiando i miei modi, più che altro ci mettevo una finalità diversa sotto. Con le ragazze iniziavo ad accettare sia l’attrazione che l’ironia, quella che mi era mancata con Liz e Sabine, e che avevo usato male con Dì e tutte le altre. Il problema è che non ne incontravo mai una che mi piacesse sotto entrambi gli aspetti, quindi restavo solo.
“L’amore non è solamente un bel culo e nemmeno un lavoro strafico che mi faccia sentire realizzato. L’amore è un mucchio di fili, belli e brutti, che l’altro tiene legati al cuore, e viceversa”, scrivevo sull’agendina nera.
Volevo innamorarmi, evitare i disastri in cui mi ero messo fino a poco tempo prima. Ero più vicino a un me stesso adulto, con voglie sessuali sane, idee concrete. Sentivo che la mia generazione di bambocci nevrotici, in me, voleva giungere al termine su tutti i versanti: intellettuale, emotivo, sessuale e materiale. “Basta piagnistei e web, ragazzi”, dicevo alle immaginarie schiere di coetanei, “C’è bisogno di fermezza dopo anni a farci dei gran pipponi nella speranza di realizzare i sogni che ci hanno imposto Disney, Mtv e Nike”. E per quanto mi impegnassi a riconoscere la deprimente bugia del nostro tempo, stracolma di una massa cieca, sorda, avversa, e mi sforzassi a intravedere un’evoluzione al di là di una lunga adolescenza, l’esistenza continuava a voltarmi le spalle. L’esistenza mi teneva la testa sott’acqua e io annaspavo assieme a tutti gli altri.

– Non ti pare di avere avuto un’intuizione? – mi disse un giorno Corallo.
– Sì, riguarda l’amore.
– Vai, esponi.
– Credo non sia sufficiente una vita intera per apprezzare e godere della persona che si ama, del suo essere in costante trasformazione, né del suo corpo che va invecchiando fino a diventare polvere, e comunque non basta. Sono convinto che se è vero amore servono tante vite per compiere la totalità dell’amore stesso, perché quell’amore raggiunga il suo scopo universale di entità deizzata, piena, completa, fissa come una stella. L’amore travalica le leggi naturali, non assomiglia alle cose cui siamo abituati. Credo che l’amore viaggi nel tempo e nello spazio, e debba compiersi nei secoli, addirittura in diverse vite. L’amore viene a prenderci dall’inizio alla fine perché ce l’abbiamo già dentro, come un richiamo. Fa incontrare due persone e le guida per sentieri inimmaginabili, fino alla fine, perché un nuovo amore possa nascere da capo. L’amore è un’energia. Il resto sono solamente cazzate romantiche, incesti latenti e impulsi carnali dipinti con toni pastello per farceli andar bene…
– Quello di cui parli è un amore mitico e poco terreno, fratello.
– Già, lo so bene, ma ogni tanto bisogna pensare anche a quel tipo d’amore, che ci posso fare?
– Nulla.

Avevo bisogno di salire di livello.
Ma per aggiungere altra ansia alla stupidità del genere umano, il 7 gennaio 2015 la sede di un giornaletto satirico e snob di Parigi venne crivellata a colpi di fucile. Quel giorno non mi schierai da nessun lato. Pensai solamente all’idiozia generale, e non ci trovai alcun senso evolutivo in quel sangue, solo colluttazione tra due mondi estremisti, ognuno a modo suo.
Comunque, tornando alle storie di donne, Marilù continuò ad essere costante. A scadenza settimanale si presentava col suo “Ciao, come va?”, ma se le chiedevo di incontrarci mi dava buca “Scusa, ho l’influenza”, “Scusa, ho troppo da fare col lavoro”, etc. etc., tanto che mi parve una presa per il culo. Allora pensavo al passato, a Luce, l’argentina che ogni tanto mi scriveva chiedendomi di andarla a trovare a Barcellona. “Però no”, mi dicevo, “Non è il caso, devo andare avanti e non indietro” anche se la tentazione era forte.

– Corallo! Ci sei? – domandavo lavandomi i denti nel bagno.
– … – silenzio.
– Merda, rispondi, sono in astinenza da troppo tempo, non resisto. Se non incontro quella giusta non farò mai più sesso?!
– Lo vedi che almeno ti servivo a qualcosa?! – disse lui – Ti facevi meno problemi e andavi dritto al sodo, bang!
– E’ vero – ammisi io.
– Ma hai detto che volevi smettere di fare guai, no?
– Sì…
– E allora niente sesso, bello mio.
– Dovrò pur innamorarmi un giorno, no?
– Già.
– Sarà una ragazza intelligente, spiritosa, sexy ma non volgare, fedele e gentile…
– E perché una così dovrebbe stare con te? – disse lui.
– In che senso? – domandai io.
– Nel senso che tu sei sciocco, troppo sarcastico, volgare, infedele e prepotente.
– Io?!
– Sì, proprio tu.

Dopo aver riflettuto per qualche giorno mi dissi che in fondo Corallo aveva ragione. Insomma, cercavo nelle donne quello che non riuscivo ad essere io. Nutrivo la speranza di ottenere bellezza dall’esterno e non da me stesso.
Un’altra piccola luce di consapevolezza s’era accesa sul mio narcisismo bipolare.

– E quindi, che devo fare? – domandai.
– Migliorare – disse lui.
– E poi?
– Non lo so, non ci sono abituato ad essere migliore.

Quando smettevo di pretendere che il mondo mi regalasse qualcosa senza che muovessi un dito, quando mi rendevo conto di vivere in un’epoca confusa e fatta di grosse aspettative e zero responsabilità, quando per un istante mettevo da parte l’egocentrismo, facevo un elenco di ciò che mi sarei aspettato di trovare in “Lei”, nella donna di cui mi sarei innamorato.

– Cosa voglio da lei? Amore, carattere, forza, intelligenza, bellezza, equilibrio, spirito, sensualità, maturità ed ironia. E poi il sesso, il sesso fatto bene, tanto, respirato, sentito, appagato, rigenerante, felice, libero e reciproco – dicevo io – Reciproco soprattutto. Ma che cazzo di problema c’è col sesso ultimamente?! Pare una moneta di scambio…
– Pare che ultimamente lo sai bene cosa vuoi da una donna, eh! Non parli più di pompini e posizioni del kamasutra – sogghignava Corallo.
– Devo sviluppare le qualità che ho elencato, per assomigliare di più a ciò che vorrei. Qualcosa in me s’è mossa, non so come definirla. Non è più un’illusione ma un’esigenza reale, concreta, evolutiva, che non sente altro se non il richiamo di se stessa e lì trova le proprie ragioni.

Fu in quei giorni che riuscii a rivedere sia Liz che Sabine sotto un altro aspetto. Già, per un attimo le vidi brillare nonostante la rabbia e il senso di colpa. E nel ricordo mi apparvero più belle, pulite. Per un singolo istante le considerai come esseri umani e non come personaggi di un gioco sadico.

– Ho sbagliato anche con loro. E se continuo a odiarle è perché odio me stesso – mi dissi una notte – Non mi importa sia andata a finire male, forse doveva finire così in ogni caso. Quello che mi ammazza è non essere riuscito a gestire le cose come avrebbe fatto un adulto, con loro e tutto il resto… – confessai prima di addormentarmi con meno ansia del solito.

Riuscii quasi a mettere la parola fine a un lungo periodo di stupidità. Fui vicinissimo alla conclusione di tutta la faccenda. Poi una sera uscii con un amico e feci un bel passo falso.
Già.
Faceva un freddo porco e andammo sui Navigli a bere del vino rosso e raccontarci cazzate. Eravamo in un localino non lontano dalla stazione di Porta Genova, appoggiati al bancone del bar mentre mi lamentavo della mancanza di lavoro, femmine e compagnia bella. Non c’era molta gente a dirla tutta, tranne un tizio che parlottava con una ragazza dai capelli ricci seduta su un alto sgabello, poco distante da noi.

– Almeno ho capito i miei errori, almeno quello… – feci rivolgendomi al mio amico.
– E’ un buon inizio – disse lui.

Dopo un po’ il tizio che stava seduto con la ragazza iniziò a fare cenno verso di me. Allora lo riconobbi. Era Guglielmo, ex compagno del liceo, roba di mille anni prima. Eravamo stati amici da ragazzini, ma Guglielmo aveva il brutto vizio di diventare “amico” delle ragazze che frequentavo e poi – lentamente – le convinceva a lasciarmi. Lo faceva con me e con altri ragazzi della stessa compagnia, era molto scaltro e subdolo. Era un giochetto stupido, una cosa idiota, solo perché non si sentiva fico e voleva che stessimo tutti male, proprio come lui.

– Maledetto – sussurrai rivedendolo – E sta pure con una bella ragazza mentre io sono a zero, la carogna…
– Hey – disse lui sorridendo nervosamente.
– Guglielmo! – disse il mio socio.
– Già – feci io andandogli incontro.

Si vedeva che era teso, soprattutto quando mi ebbe davanti. Di sicuro non pensava di trovarmi là. E dopo avermi stretto la mano, forse in preda all’ansia, Guglielmo parlò come non avrebbe dovuto parlare, ma lo fece lo stesso.

– Lui è R.F. – disse indicandomi alla ragazza riccia che gli stava di fianco – Ora ti racconterà che lavora per la televisione e ci proverà sicuramente con te. Vedrai, ha sempre fatto così, stai attenta…

Ci rimasi secco.
Insomma non mi vedeva da un sacco di tempo e mi stava descrivendo come il solito malandrino da bar, lo squallido provolone, come Nelson Corallo* in definitiva. Mi sentii stranamente nudo ed esposto. Guglielmo riuscì a farmi sentire sbagliato, con ancora appiccicata addosso la “maschera” che avevo tentato di togliermi con fatica. Il problema è che lo presi come una sfida, allora reagii di conseguenza.

– Sì, è vero, mi occupo di televisione. Ultimamente anche di cinema… – feci io sedendomi accanto alla ragazza, fissandola bene negli occhi, emanando tutto il potere da stronzetto di cui ancora disponevo – E al liceo mi facevo tutte le ragazze che Guglielmo amava di nascosto, poverino, è vero o no? – dissi a Guglielmo – Ero proprio un bastardo, sai? – conclusi tornando a lei.

E lei sorrise.
Sì, la ragazza che aveva labbra carnose e piene, occhi verdecastano, capelli ricci e un corpo tondeggiante, rispose alla mia coglionaggine con un gran sorriso sexy.
Sbam!
In quel momento risentii la vecchia presenza di Corallo, non più a livello mentale – dov’era rimasta latente e leggera -, sentii il suo tocco sottopelle assieme ad un’esplosione ormonale rimasta quieta per troppo tempo. Fu così che non smentii lo stereotipo di me stesso e – come un tossico – ricaddi nei soliti giochi.
Ma sapete cosa? Funzionò.
Il vecchio sistema tornò in vigore in un istante. Già, perché la scintilla corallina, animale, impulsiva, si era innescata nei confronti della persona giusta: Giada.

– Eccola, ci siamo – suggerì Corallo prendendo il controllo – Lei è una di quelle attratte da un idiota come te.
– Ma perché?
– Guardala bene, venticinque anni, un po’ ti teme, un po’ ti desidera, e un po’ crede di poterti cambiare.
– La vecchia storia dell’infermiera e del malandrino?
– Esatto.

Tornai a parlare con Giada restandole sempre a fianco, senza battere ciglio.

– Perché una bella ragazza come te dovrebbe frequentare uno come Guglielmo, lo hai visto bene?! – feci io indicando il mio ex amico che ormai tremava di rabbia.
– Guglielmo è gentile con me – fece lei.
– Già, non ho dubbi – dissi io guardandola bene negli occhi fino a quando non vidi quella fiammella di lussuria inconfondibile, quella che se sei un uomo devi saper distinguere da altre mille sfumature nello sguardo di una donna.

A quel punto Giada si alzò per recuperare il cappotto ed essere riaccompagnata a casa. Camminò verso l’appendiabiti in fondo al bar dandomi la possibilità di rimanere un istante da solo con Guglielmo, che vide davanti a se’ il ricordo di un me stesso resuscitato dal passato, in tutto il suo splendore corallino.

– Adesso io quella la trovo e me la scopo – dissi freddamente.
– Che cazzo dici? – domandò lui.
– Hai capito benissimo. Io quella la trovo e me la scopo – le parole mi uscirono di bocca in modo automatico.

Giada tornò da noi con addosso il cappotto, pronta ad uscire nel freddo di Porta Genova. Guglielmo apparve triste mentre lasciava il locale e io scambiavo un’ultima occhiata con la ragazza che si voltò a guardarmi sorridendo maliziosa.
“A posto così” fece Corallo, “Ora concludiamo la faccenda, in fretta”.
La notte stessa sbloccai la schermata dello smartphone, entrai nel social-network che tutti sappiamo, selezionai il profilo di Guglielmo, “vedi amici”, “Giada”, “invia richiesta”.
Fatto.
E mi sentii pieno di rabbia.
Una rabbia che non avvertivo da un bel po’ di tempo. Ero incazzato con me stesso, perché era la solita storia di sesso da rapina. Ero incazzato con l’ex amico del liceo perché mi aveva trattato come uno stereotipo. Ed ero incazzato con quella ragazza perché mi aveva fatto gli occhi dolci nonostante mi fossi presentato come lo stronzetto di sempre.

– Non è cambiato niente! Corallo?! Ci sei?
– Stai zitto – rispose lui – Ormai è fatta.

7.

E’ questo l’incessante moto dei pensieri contrapposto alle pulsioni? E’ questo l’irrefrenabile circuito di luce e ombra, saggezza e follia, abnegazione e peccato? Prendere consapevolezza di qualcosa a livello teorico per poi ricadere negli stessi schemi, nei desideri, nella routine dell’animalità? Nel cane mangia cane, nel cane fotte cagna?

– Cosa dovrei fare? – domandai a Giacinta di passaggio nel mio appartamento, come al solito.
– Ma lei ti piace? – chiese lei, seduta in cucina.
– Non la conosco nemmeno. E’ stata più una scintilla, una cosa torbida, capisci? Una roba seducente, ecco.
– Ha accettato di darti il suo contatto, no? Anche se hai fatto lo stronzo davanti a Guglielmo?
– Già.
– Quindi ha trovato intrigante il tuo modo di fare, e ti sta dando corda…
– Ci siamo scritti qualche riga. Mi ha detto che le sono sembrato un gran presuntuoso. Ha specificato che non c’è niente tra lei e quel babbo di Guglielmo. Mi pare stia capendo un po’ come muoversi…
– Certo, ma tu cerca di non fare cazzate – disse la sorella bionda.
– Hai ragione, ma ho voglia di sesso.
– Da quand’è che non…?
– Quasi sei mesi ormai. Mi sembra incredibile pure dirlo. Sei mesi, ti rendi conto?!
– Vabbè, non si muore.
– Lo so, lo so, ma non è semplice, capisci?
– Capisco.
– E poi, parliamoci chiaro sorella… – dissi aprendo la portafinestra del balcone lasciando entrare un po’ d’aria fredda – Cosa succede se non ne incontro una con cui iniziare una relazione sana? Cosa succede se mi si presentano sempre le stesse situazioni? Che faccio? Smetto di essere un uomo?
– Puoi tentare di migliorare le circostanze.
– Già, il fatto è che quando ho davanti una ragazza intelligente non riesco a comportarmi in modo adulto. Anzi sbaglio tutto.
– Troverai quella che saprà capirti nonostante la tua coglionaggine, fratello.
– Mah – dissi io, richiudendo la portafinestra.

Decisi lo stesso di invitare Giada a bere un caffè.

– Alla fine posso tentare di dare una svolta. Le chiedo scusa se ho fatto il coglione, mi riconquisto un po’ di anima… – dissi allo specchio.
– Tu dici? – fece Corallo.
– Spero.

Un giorno di fine gennaio ci ritrovammo seduti al tavolo di un bar in una traversa di via Torino.
Giada lavorava per un negozio di design come responsabile degli allestimenti, e la trovai carina e gentile. Le spiegai subito che mi ero comportato in maniera scorretta, che il ragazzo che aveva conosciuto la sera in cui c’era Guglielmo era una brutta rappresentazione di me stesso, e capivo perfettamente se mi considerava un coglione.

– Sì, l’ho pensato – disse lei con le sue labbra rosse e carnose.
– Scusami.
– Mi ha anche detto che mi avresti cercata per portarmi a letto.
– Scusami, scusami, davvero.
– Però ho anche pensato di darti un’opportunità. Bisogna dare anche la possibilità di smentirsi, a volte.
– Ti ringrazio.
– Anzi, guarda, questi li ho fatti ieri e ce n’è un po’ anche per te – fece Giada tirando fuori dalla borsa una busta di plastica con dei biscotti.
– Davvero?!
– Sì, mi piace fare i biscotti.
– Sei fantastica. Sono a forma di stellina. Grazie, non me lo aspettavo.
– Sai benissimo che tutte le ragazze fanno i biscotti.
– No, non lo sapevo, cioè non lo davo per scontato…
– E’ così – disse lei – Alle ragazze piace fare cose dolci.

Ne assaggiai uno. Era buono, al burro e cioccolato. E poi aveva quella forma di stellina tanto carina. Avrei potuto fare le fusa in quel momento.

– Non è che sono avvelenati? – domandai poi tra lo scherzo e la serietà.
– No, che dici?! – fece lei ridendo.

Continuammo a parlare di noi, della mia vita in Spagna, dei suoi studi all’estero, delle cose che ci erano capitate e dei film che avevamo visto.
Mi sentii meglio dopo quell’incontro.
Mi sentii così bene che accettai di non averne nulla in cambio, sessualmente intendo. Perché Giada era stata gentile e io avrei potuto semplicemente essere un suo amico. E sapevo di essermi comportato male tentando di sedurla per fare un torto a Guglielmo. Insomma, avevo avuto delle cattive intenzioni. Quindi sì, anche se Giada mi piaceva, anche se durante quella chiacchierata avrei voluto baciarla e poi andare a casa sua per spogliarla con lentezza e prenderla come un animale, mi dissi che non avrei agito per il mio unico interesse.

– Posso eliminare l’egoismo dal mio animo, posso rispettarla come essere umano e come donna… – dissi tra me e me tornando verso casa nel freddo della sera, con una busta di biscotti sotto il braccio.

Però la faccenda non andò così.

– Ma come?! E la nuova presa di coscienza? La disciplina interiore? Smettere di fare i giochini, incontrare una ragazza per essere davvero adulti? Iniziare una relazione basata sul rispetto, l’armonia e il piacere reciproco fin dal primo momento? – potrebbe dire qualcuno/a, adesso.
– E ‘sti cazzi, molte relazioni iniziano proprio con un malinteso… – risponderei io alla luce di tutto quello che è successo in seguito – Anzi, è proprio la volontà di conciliarsi a metà strada che genera la spinta necessaria a creare l’affetto e la voglia di stare assieme. Perché coi sentimenti bisogna venirsi incontro. L’amore e la vita costeggiano sempre il confine con l’abisso e la morte.
– Vabbè, allora hai fatto solo chiacchiere e buoni propositi! – potrebbe dire sempre quel qualcuno/a.
– Ascolta, non è che uno può capire l’esistenza tutta assieme, teoricamente, da un momento all’altro. Nella saggezza ci si inciampa.

Quindi non accadde che io e Giada rimanemmo solo amici.
Non accadde né con lei né con quelle che vennero dopo.
Eh già.

8.

E non accadde che io e Giada rimanemmo solamente amici per un paio di motivi ben precisi.
Prima di tutto perché la voglia di sesso mi stava ammazzando. Giuro, non ce la facevo più. Anche se quel periodo di digiuno mi aveva fatto venire una fame più genuina. Un desiderio meno distratto e onnivoro. Iniziavo a dare importanza alla qualità invece che alla quantità. Una volta anche il Dottore me l’aveva detto “A mangiare tutti i giorni cibo spazzatura si perde il gusto delle cose buone. Meglio saper rinunciare e poi fare una bella cena, elegante, appagante”. Era vero, solo che avevo sempre seguito l’ansia di Corallo, e lui doveva fare delle cose e farle in fretta, punto.
Ma la storia stava cambiando.
Il secondo motivo per cui io e Giada non rimanemmo semplicemente amici è perché lei mi sedusse con scrupolosa attenzione.
Accadde che dopo un paio di giorni dal nostro appuntamento coi biscotti partii con Giacinta in treno per Salerno. Dovevo accompagnare la sorella bionda da un Notaio che le avrebbe sbloccato una certa somma di denaro che nostra nonna aveva lasciato in eredità. Grazie a questa cosa mia sorella avrebbe comprato un bilocale e io mi sarei ritrovato finalmente libero nel mio appartamento.

– Quindi svuoti tutti gli armadi? – le domandai io.
– Non mettermi fretta! – rispose lei.
– Non è fretta, è che non so dove mettere la mia roba a casa mia, tesoro.
– Uffa…

Arrivati a Salerno salutammo zii e cugini, mangiammo dolci e bevemmo caffè. Tutto era fatto come Dio comanda, e dissi che forse stava migliorando un po’ tutto in generale.
Proprio in quel momento ricevetti un messaggio di Giada che pareva felice. Forse un po’ troppo felice. Mi scrisse d’essere euforica dopo un incontro con un ragazzo che le era piaciuto tanto, “…un ragazzo fantastico che potrebbe farmi tornare a credere nell’amore…”. Ecco, avete presente quando non capite se stanno parlando di voi in terza persona oppure di un altro? Sembrava una di quelle situazioni. Solo che ero troppo vecchio e scaltro, quindi tagliai corto e domandai: “Stai frequentando qualcuno che non sono io?”, e lei rispose “Sì, il fratello di un’amica, fantastico, meraviglioso, splendido”.

– Oh merda, prima i biscotti e poi la coltellata – intervenne subito il lato oscuro.
– Non perdiamo la calma. Potevamo aspettarcelo, insomma… – dissi io.
– Era iniziata sporca la questione – confermò Corallo.
– Però non credevo fosse così sadica.
– Avrà pensato che volessi fregarla.
– E’ vero, ma poi ho deciso di esserle amico, no?
– Si vede che le hai dato un’immagine diversa.

Cosa feci dopo?
Praticamente niente, tranne scriverle un messaggio: “Sono contento per te Giada. E’ meglio che tu me l’abbia detto subito. Ho promesso che avrei smesso di mettermi in mezzo alle storie complicate e voglio essere coerente, quindi meglio se faccio un passo indietro”. Mi parve d’essere stato sincero, pensavo tutte le cose che le avevo scritto. Ora stava a lei fare le sue considerazioni. Dopo poco mi arrivò una risposta, “Scusa, non volevo sembrarti crudele”, e poi “Mi piacerebbe continuare a sentirti ogni tanto, non sparire”, e aggiunse un occhiolino. Mi spuntò un sorriso sarcastico. Giada aveva agito a quel modo per essere crudele, altroché. Mi sforzai di non cedere alla rabbia in ogni caso. E ci riuscii.
Dopo quel paio di giorni a Salerno io e Giacinta tornammo a casa.
Ritrovai la tartaruga d’acqua, il divano del soggiorno ad aspettarmi e un po’ d’amarezza generale.

– Significa che non ho trovato la strada giusta. Non mi pare si trattasse d’amore, eh? – domandai a Corallo.
– Non mi pare neanche a me – fece lui fumando.
– Perché la gente si comporta a questo modo?
– Ma se fino all’altro giorno eri sadico pure tu. Lo hai fatto mille volte lo stronzo, mò che vuoi?
– Giusto, è vero.

Andai in cucina e aprii lo stipetto dove avevo conservato i biscotti che Giada mi aveva regalato. Ne avevo tenuti alcuni in una scatola di latta. Li presi, li sbriciolai tra le mani e poi li feci cadere come neve zuccherosa nella fioriera del mio balcone.

– Ecco, polvere di biscotti per gli uccellini che passeranno da qui… – dissi io con una sigaretta appesa al labbro – Vaffanculo, ‘stavolta non mi ci metto in queste stronzate – aggiunsi alla fine.

Dopo nemmeno una settimana su Milano iniziò a nevicare. I biscotti sbriciolati servirono a nutrire diversi passeri, merli dal becco arancione, un paio di tortore, alcuni cardellini e una mattina più fredda delle altre si presentò anche un pettirosso.

– Uh, il pettirosso! – dissi io manco fossi un ragazzino in cucina – Stai fermo, bellino, che ti faccio una foto.

Mi mossi verso il soggiorno dove tenevo la fotocamera, la estrassi velocemente dalla custodia e tornai in cucina senza fare troppo rumore. Il pettirosso stava ancora là, nella fioriera a becchettare briciole di biscotto. Mirai attraverso le tende e feci diversi scatti. Parve che quel cosetto se ne stesse in posa. Aspettò che finissi e volò via. Il risultato fu un ritratto di pettirosso con la neve di febbraio sullo sfondo.

– Almeno quei biscotti sono serviti a qualcosa di buono – feci tra me e me.

Lo presi come un segno.
Avevo rinunciato a qualcosa e ne avevo avuto in cambio un momento di poesia. Metaforicamente pensai che il pettirosso simboleggiasse il mio cuore. Dovevo solo avere pazienza e un bel po’ di biscotti sbriciolati per far arrivare l’occasione giusta.

– Che animo sensibile, eh? – disse Corallo intercettandomi il pensiero.
– Già – feci io.

Avevo deciso di dedicare le energie alle cose buone. Per quanto fossi senza prospettive né certezze, mi stavo impegnando a concepire una vita diversa da quella del passato.

– Ho deciso – dissi una mattina.
– Che?
– Scrivo un messaggio a Dì.
– Alla brunetta?
– Alla brunetta, sì, porca vacca!
– E perché?
– Perché è giusto, era lei che volevo al mio fianco, ed ero troppo idiota per rendermene conto.
– Cosa le scrivi?
– Che ho capito quanto fossi idiota.
– Lei ha un altro.
– Non ho detto che pretendo che ritorni da me. Ho solo detto che le scrivo un messaggio, poi si vede.
– Sei sicuro che non la vorresti indietro?
– No, probabilmente la vorrei indietro, eccome.
– E allora?
– Voglio farlo lo stesso.

E lo feci.
Feci la cosa che non avevo ancora avuto il coraggio di fare fino a quel momento. Scrissi alla ragazza da cui ero fuggito quasi due anni prima. Anche se ci misi almeno un paio di mesi a scegliere le parole giuste. Fui lentissimo. Divenne un allenamento quotidiano, zigzagando tra i ricordi del passato, le nuove prospettive di me stesso, la rinuncia al possesso narcisista. Ogni giorno scrutavo il mio cuore per vedere se ci fosse dentro qualche ombra. Conoscevo a memoria le strategie di seduzione che avevo sempre usato, e se vedevo qualche macchia nelle mie parole rinunciavo a scriverle.
Era difficile ma alla fine ci riuscii.
“Ciao Dì, è da molto tempo che desideravo scriverti. E’ stato un lungo viaggio… etc. etc.”, continuai a scrivere e raccontarle tutto quello che avevo passato e che avevo capito anche grazie a lei.
Rilessi, vidi che ero stato sincero e inviai.
Poi iniziai a tremare.

9.

L’otto aprile 2015, mentre me ne stavo seduto alla scrivania con un libro che parlava di un viaggio attorno al mondo e di morte, il mio cellulare si mise a squillare.
Quando vidi che si trattava di Dì scappai dalla stanza.
Poi tornai indietro e risposi.
Parlammo per più di un’ora, io nel mio appartamento e lei su un tram. Risentire quella voce era meraviglioso. Ridemmo anche un po’. Ci tenne a dirmi che stava ancora col tipo di cui mi aveva parlato, e che ci stava bene. “Maledetto a lui”, pensai senza dirlo.
Dì ammise di aver pensato anche a me, a che fine avessi fatto durante tutto quel tempo, e fu come una carezza.

– Sono successe tante cose, Dì – dissi io – Ho capito quanto fossi immaturo.
– Avrebbe potuto funzionare tra noi – disse lei ad un certo punto.
– No, credo di no – risposi con fermezza.
– Io invece penso di sì.
– Non fino a quando non avessi capito molte cose, Dì – ammisi – Altrimenti avrei mandato tutto a puttane in ogni caso, prima o poi…
– Capisco.
– Però… – feci io.
– Cosa?
– Potrebbe funzionare adesso. Vediamoci per un caffè, vuoi?
– No.
– Perché no? Proprio ora che potrei ascoltarti per davvero, senza gettarti addosso le mie ombre. Ora potrei farti capire chi sono io, senza maschere, senza sadismo.
– Non posso. Non sarebbe giusto. Non è più tempo.
– Ti voglio bene, Dì.
– Anch’io te ne voglio.
– Quindi non vuoi incontrarmi?
– No.
– Ti voglio bene lo stesso Dì – feci io.
– Ti voglio bene, R.F. – concluse lei.

Misi il cellulare sul tavolo.
Ero euforico e triste assieme.
Non avrei tentato di costringerla a fare qualcosa se non lo avesse voluto lei. Sapevo che c’era davvero del bene nei miei riguardi. Ma sapevo anche che dovevo rispettare la sua decisione.
Così dovetti tornare alla vita di tutti i giorni, quella che prevede anche i “no” e che se ti incazzi troppo ti schiaccia. Già, l’esistenza non tollera i capricci. La vita è come una madre severa che non tratta i figli come figli ma come animali: li mette al mondo, li svezza un po’ e poi li lascia andare senza tante storie. Non c’è tempo per le lacrime, solo per darsi una mossa. Se uno lo capisce in fretta forse se la cava. E chi lo capisce in fretta e nonostante tutta la durezza dell’esistenza riesce a farsi crescere un’anima, è davvero fortunato.
Intanto, nel mezzo di tutta quella storia, Giada mi aveva dato cenni di interesse.
La ragazza dalle labbra carnose e i capelli ricci ogni tanto era tornata a becchettare alla mia finestra. Lo faceva con un messaggio di saluto, con una foto condivisa in chat, piccoli gesti di incoraggiamento. Tutte cose che osservai con distacco rispondendo “grazie” e nulla più. Fui coerente, porca vacca. In un altro tempo avrei abboccato iniziando a dire cose tipo “Anche se frequenti un altro potremmo vederci lo stesso”, ma stavolta niet. Feci il bravo e Corallo mi appoggiò fino al giorno del mio trentacinquesimo compleanno, a metà aprile 2015.

– Che fatica, oh.

Senza dimenticare che dovevo sempre occuparmi di lavoro. Avevo escluso di tornare ad elemosinare un impiego dal Capo, anche se iniziavo a rendermi conto di quanto mi fossi comportato male anche nei suoi confronti. Non tanto perché il mio ex datore di lavoro fosse buono, figuriamoci, anzi era una carogna. Era più un senso di colpa perché m’ero creduto più bravo di quanto non fossi in realtà. Dopo il master in Cinema a Barcellona avevo capito parecchie cose, molte delle quali mi avevano aperto gli occhi sul modo di scrivere e filmare che, a suo tempo, era davvero mediocre. E questo fu un altro schiaffo in faccia a me stesso, in definitiva.

– Ah, che testa di cazzo che sono…
– Abbastanza.
– Ti rendi conto che sono sempre stato una sega e invece mi credevo il Re dei Re?! Puttana eva cazzo, ero davvero cieco. Quindi aveva ragione mio padre?
– Non proprio – disse il lato oscuro – Il Maestro voleva obbligarti a fare qualcos’altro solamente perché temeva tu potessi fallire. La carriera d’avvocato t’avrebbe protetto e reso mediamente triste, come tutti. Diciamo che a suo modo voleva proteggerti, ok?
– Già, è sembrata più una castrazione.
– Certo, quel bastardo ha esagerato. Anche se c’è da dire che non sei esattamente un genio, eh. Altrimenti non staresti qui a piangerti addosso. Ma tutti devono provare a realizzare i propri sogni, anche solo per dire di averci provato.
– Già, se almeno non mi avesse boicottato magari perdevo meno tempo a rendermene conto. I genitori dovrebbero incoraggiare i figli a sbattere la testa contro la realtà e non metterli in una gabbia del cazzo. Ora mi sento vecchio, capisci? Avevo aspirazioni altissime e ho avuto delusioni immense.
– Chi mangia illusioni caga speranze infrante, non lo sapevi? E poi… – fece Corallo col suo solito sorriso da furbo – Una persona deve accumulare esperienza, vivere le cose, fare molti errori e tirarsene fuori se vuole davvero capire come funziona la faccenda. Diciamo che tu sei pieno di bonus nelle questioni del cacchio, no?
– Se vivere rapporti sentimentali malati e drogarsi fosse un mestiere – dissi io.
– Saremmo amministratori delegati di una multinazionale, caro mio – terminò lui.

E si ripresentò Giada.
Era la mattina del mio compleanno, stavo tra le lenzuola mentre la tapparella faceva entrare un po’ di luce dagli spiragli rettangolari. Ricevetti una serie di messaggi di auguri. Mi rendevano felice quei piccoli gesti da parte di amici, familiari, sconosciuti del web, riuscivano a farmi dimenticare per un istante che la vita era ingiusta, violenta e crudele.
E tra tutti spiccò un messaggio vocale di Giada che ascoltai mentre ero disteso nella penombra della stanza. La sua voce, gentile, sussurrata, che mi accarezzava a distanza, fece centro. Disse che non frequentava più quel ragazzo, le risposi che avremmo potuto vederci presto, dovevo solamente occuparmi di un paio di faccende.
Nonostante le remore, ero tornato a lavoricchiare per la tv. E avevo preso appuntamento con un tatuatore in zona Isola per finire i particolari della Tigre iniziata a Barcellona. Il fatto di aver iniziato un tatuaggio mentre ero in Spagna e poi finirlo al ritorno in Italia mi parve filosofico. Per la faccenda che un viaggio è sia andata che ritorno, e quel concetto sarebbe rimasto nell’inchiostro del mio braccio.

– Sei pronto? – domandò il tatuatore con la macchinetta in mano.
– Vai – dissi io stringendo i denti.

E ancora flutti di sangue scorsero sulla pelle.
Ci vollero due sessioni per finire tutto e molta crema idratante per far guarire le ferite. “Come nella vita”, dissi io al tipo che mi macinava il braccio, “Si soffre, si resiste e poi ti rimane qualcosa di bello se hai scelto la cosa giusta da fare”.

Il giorno dopo andai a cena di uno dei miei compari assieme ad altri due amici. In totale eravamo quattro maschi, quattro porci che mangiavano e dicevano brutalità sessiste. Era il nostro sfogo privato, ci prendevamo per il culo e scherzavamo su tutto, soprattutto sulle donne.

– Per esempio sarebbe bello fare un piatto di linguine con le vongole… – diceva uno.
– Sì, ma al posto dell’acqua mettere il succo di fica, ti immagini? – rispondeva l’altro.
– Sì, linguine, vongole e succo di fica! – facevo io.
– Una prelibatezza – continuava un altro ancora.
– Secondo me qualche sceicco arabo pieno di soldi l’ha già fatto!
– Già, soldi, puttane e succo di fica, maledetti sceicchi.
– Ah, ah, ah, ah…

Più dicevamo cose schifose e più ci sentivamo meglio.
Si faceva una cena a turno dove ognuno invitava gli altri nel proprio appartamento. E come ho detto, era un modo per regredire all’adolescenza almeno per tre ore, provare a sostenere il peso del vivere di tutti i giorni.
Quella sera andammo avanti così, come al solito, bevendo e mangiando fino a tardi.
Poi salutai i compari, uscii dall’appartamento e salii in macchina.

– Vai piano! E non ti fermare coi trans che stanno sul viale! – fece uno di loro salendo nella sua auto.
– No, tranquillo! Preferisco sempre tua madre – dissi io ridendo.
– E fai bene, costa molto meno!
– Ah, ah…

Ero contento, avevo compiuto ben due anni in più rispetto a Gesù Cristo.
Morte, resurrezione, nuova vita.
Mi misi a guidare e accelerai progressivamente. La tangenziale scorreva sempre più veloce, 130, 140, 150, 160.

– Voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere… – dissi a me stesso mentre toccavo i 200 kmh.

Rallentai.
Entrai in casa, mi spogliai, andai a dormire.
Il giorno dopo ero un po’ rincoglionito dall’alcool e il braccio tatuato era dolorante. Poi squillò il cellulare, era mia madre con quella voce che faceva subito capire che era successo qualcosa di grave.

– E’ morto… – disse lei.
– Ma quando? – domandai.
– Stanotte.

Mio Zio, la fottuta rockstar, era uscito dal coma per entrare nel regno delle ombre senza manco un saluto. Anche se lo chiamavo “zio”, in effetti era il cugino di mia madre, ma lo chiamavo comunque zio. Ed era una fottuta rockstar perché aveva vissuto una vita rocambolesca nella Milano anni ’80, genio dei computer e seguace di diversi tipi di stupefacenti. Da oltre due anni era in coma irreversibile, e quella notte aveva mollato il colpo.

– Va bene, arrivo – dissi a mia madre.

Mi vestii e andai con lei alla camera mortuaria. Eccolo là, tranquillo finalmente, vestito bene, freddo.

– Ci pensi che lui mi chiamava Tigre quando ero un bambino? – dissi a mia madre.
– Sì, perché avevi quella felpetta con la faccia della tigre stampata sopra.
– Già, pare che abbia aspettato che facessi il compleanno prima di mollare, eh?
– Sì, pare di sì – fece lei.
– Almeno non ha più quei cavi attaccati addosso, il respiratore, insomma…
– Almeno questo.

In quei giorni mi venne chiaro in mente il concetto di “spreco”. Insomma, mio Zio rappresentava – in qualche maniera – lo spreco di intelligenza, creatività, talento a favore di una vita fatta di dipendenze e ansia. Avremmo potuto parlare, confrontarci sulle cose, sulle donne, sulla vita e invece? Nulla, era andato. Allora mi parve di capire che se esisteva lo spreco, di conseguenza, esisteva anche il valore delle cose. “Per forza…”, dissi a me stesso, “Se una cosa è buona ma tu la getti via e non la utilizzi, allora ne hai disperso il valore. E questo significa che certe cose possiedono un valore, se possono essere sprecate. Quindi non tutto è inutile in questa esistenza del cazzo”, conclusi.
Cercavo di razionalizzare.
Qualcosa di me voleva farsi una ragione di quella morte. Volevo attribuirle un valore filosofico perché mi insegnasse qualcosa.
Andammo al funerale e al cimitero.
Faceva caldo quel giorno, c’erano molte corone e mazzi di fiori con quell’odore di dolce putrefazione che mi rimase nelle narici a lungo.
Salutai mio Zio, così.

10.

Mi misi d’accordo con Giada per rivederci una sera.
La andai a prendere sotto casa, zona sud di Milano, non lontano dai Navigli. Faceva un tempo instabile quella sera, e girammo parecchio in macchina prima di decidere dove andare a bere qualcosa. Alla fine ci ritrovammo in un posto che si chiama “Arci Bellezza”, che è un circolo con gli arredi anni ’60/’70, compreso un flipper a lato del salone col bancone del bar. Prendemmo da bere, tornammo a parlare di noi, del nostro incontro, delle motivazioni che ora ci portavano a essere l’uno davanti all’altra.
Giada aveva sempre un atteggiamento gentile e carezzevole. A volte troppo gentile e carezzevole, pensavo tra me e me.

– Quindi con il ragazzo che frequentavi, com’è finita? – domandai io.
– Eh, uno schifo – fece lei.
– Mi pareva ci stessi benissimo, no? – dissi con sarcasmo – Quando mi hai inviato quel messaggio così entusiasta, subito dopo avermi regalato i biscotti…
– Scusa, forse sono stata un po’ carogna. Ma anche tu mi avevi dato l’idea di essere uno stronzo.
– Hai ragione, acqua passata ormai.
– Lui era il fratello di una mia cara amica. Una sera avevamo cenato tutti assieme e poi siamo finiti a letto.
– Ah, così?!
– La mia amica continuava a parlarmi di lui, insomma, poi era simpatico, gentile. E avevo una gran voglia di sesso!
– Ah, bene.
– Sì, mi ha rivoltata come un calzino… – fece lei, con lo sguardo malizioso.
– Beh, e poi?
– Ci siamo rivisti altre volte ma lui ha smesso di essere gentile. Una sera avevamo fatto l’amore, poi mi ero addormentata. A un certo punto mi sono svegliata e lui non c’era più. Pensavo fosse in bagno, invece no, era uscito.
– Era tornato a casa sua?
– No, era proprio uscito per andare a far serata in un posto, al Macao credo, perché mettevano musica elettronica… Allora il giorno dopo gli ho chiesto perché non mi avesse svegliata, magari poteva invitarmi ad andare con lui. Insomma poteva dirmi qualcosa dopo che avevamo cenato e fatto l’amore…
– E lui?
– Lui tranquillo, mi ha detto che “mica siamo assieme, e poi se uno ha voglia di uscire e andarsene può farlo”…
– E tu?
– L’ho mandato a fare in culo e mi sono anche incazzata parecchio con la mia amica, che invece me lo aveva proprio raccomandato, e…
– E cosa?
– E’ la stessa amica a cui avevo parlato anche di te, del caffè che avevamo bevuto assieme. Lei mi aveva detto di mandarti a fare in culo e di uscire con suo fratello.
– Grazie…
– Che stronza, lo so.
– Giada, tu quanti anni hai esattamente?
– Ventisei ad agosto.
– Dovresti essere abbastanza grande per decidere da sola, no?
– Lo so, è che mi sono sentita in dovere…
– Lascia stare, non importa adesso.
– Infatti, lasciamo stare.

Uscimmo a fumare una sigaretta.
Io rimasi sulle scale di pietra che portavano al salone del circolo mentre Giada scese verso lo spazio dove d’estate mettono tavoli e sedie per mangiare all’aperto. Mentre me ne stavo là sopra, affacciato sul cortile con lei sotto, parve la scena di Romeo e Giulietta coi ruoli invertiti. Iniziammo a scherzare fino a quando non mi sporsi dandole un bacio sulle labbra.
Un bacio piccolo.
Poi gettammo le sigarette e venne a raggiungermi sulle scale, dove il bacio divenne più intenso.

– Devo dirti un’altra cosa – disse lei, a metà delle nostre effusioni.
– Oh, cazzo…
– Non ti arrabbiare.
– Oh, merda…
– Andiamo dentro. Ti offro da bere…
– Oh, …

Eccoci al solito punto.
Appena qualcosa pareva prendere una strada dritta c’era subito il colpo di scena. Per farla breve, Giada mi comunicò che da lì a un mese si sarebbe trasferita a Genova, definitivamente, per lavoro.

– Cioè, a fine maggio tu lasci Milano e vai via? – domandai.
– Sì, è un’ottima offerta – disse.
– Quindi…
– Quindi?
– Quindi è un rapporto a tempo determinato – feci io – Nel senso che ci siamo baciati cinque minuti fa e so già che te ne andrai. Perché hai aspettato a dirmelo?
– Non lo so, avevo voglia di rivederti ma pensavo anche di lasciar perdere…

Mi ritrovai addosso un’espressione smarrita perché quella notizia mi fece male. Non potevo pretendere niente da Giada, è vero. Solo che mi sentii usato. Dopo tante esperienze coralline, la notizia che l’ennesima ragazza che mi stava davanti dovesse partire mi provocò dolore per diversi motivi.

– Cazzo, mi sento depresso – dissi io.
– Dai, non fare così – fece lei.

Finimmo di bere, tornammo nel cortile e ricominciammo a baciarci. Poi ancora, seduti nella mia macchina, sotto casa sua.

– Mi piacerebbe molto continuare a farlo in un ambiente più comodo… – disse Giada mentre le mordevo il collo, scostando la sciarpa e il bavero del cappottino che indossava quella sera.
– Vuoi che salga a casa tua? – domandai.
– Mi piacerebbe molto… – fece lei.
– Mi piace quando dici che ti piacerebbe molto.
– Solo che domani devo svegliarmi davvero presto, e poi…
– Mestruazioni? – dissi senza alcuna incertezza.
– Sì, proprio all’inizio del ciclo, quindi…
– Non ti preoccupare, abbiamo ancora un mese, no?
– Esatto.

La salutai e la vidi entrare nel portone del cortile. Rimasi un attimo là davanti, come fanno i ragazzi quando ci tengono e aspettano che lei rientri in casa sana e salva. E ci tenevo, in fondo.

– Ma che cazzo… – dissi poi al riflesso nello specchietto retrovisore.
– Vabbè, che ti aspettavi? – rispose lui.
– Che potesse andare dritta, per una volta.
– Invece no, fattene una ragione, e poi era già iniziata storta, non credi? L’hai conosciuta tramite Guglielmo, ha fatto il giochino dei biscotti, c’era l’altro ragazzo nel mezzo, adesso il trasferimento a Genova per lavoro…
– E quindi? – domandai.
– Quindi niente, si procede con le cose basiche.
– Che significa? – domandai a Corallo.
– Fai il gentile, conoscetevi, usa il tempo che rimane in modo saggio. E scopatela per Dio!
– Non volevo mettermi ancora una volta in una storia complicata, preferivo fare tutto con calma, e invece ci sono già dentro.
– Appunto, è un’occasione per vedere se sei cambiato, se te la sai gestire senza fare le solite puttanate, che ti credi?
– Perché ora tu sei quello buono e io il cattivo?! – domandai.
– Forse – rispose lui.

11.

Il 1° maggio 2015 invitai Giada dalle mie parti, zona nord di Milano.

– Insomma, prendo il buono e non mi faccio coinvolgere troppo, giusto?
– Ricordati che sei convalescente, mica guarito, infatti stai parlando ancora con me… – fece il lato corallino.
– Giusto.

Giada mi raggiunse alla fermata della metropolitana di Comasina, poi andammo a fare una passeggiata tra le villette “belle époque” del comune a fianco al mio. Camminavamo lungo i marciapiedi deserti in un pomeriggio che pareva più autunnale che di primavera inoltrata. Era un percorso che facevo spesso anche da solo, perché mi piaceva guardare quelle case coi giardini. Stavamo parlando ancora di Guglielmo e di certi suoi atteggiamenti del passato, e Giada mi incoraggiava a perdonarlo.

– Sì, è vero, eravamo dei ragazzini. Solo che anche crescendo si è dimostrato un amico debole. E spesso chi è debole tende a far del male agli altri.
– Tutti hanno delle debolezze, è umano.
– Giusto, però quando un mio compare ripete sempre gli stessi errori e si tratta di errori che coinvolgono me e le ragazze che frequento, perdo fiducia nei suoi riguardi. Insomma, se tu avessi un’amica che ogni volta si mette a sputare veleno per boicottare le tue relazioni, che faresti?!
– Sì, posso capire.
– Anch’io sono pieno di debolezze, però ho deciso di controllarmi. Perché lui no? Ogni giorno cerco di capire le motivazioni che mi spingono ad agire, ho fatto un grande esame di coscienza…
– Adesso sei buono, quindi?
– Non lo so, ma almeno ci provo.

Alla fine della passeggiata andammo nel mio appartamento.
Le mostrai casa mia, la tartaruga d’acqua, i quadri e le maschere di legno. Bevemmo del the e ci ritrovammo sul divano del soggiorno.
Fuori il cielo continuava ad essere mesto.
Solamente più tardi, quella sera, vidi le immagini dei telegiornali con gli scontri tra manifestanti e polizia in centro a Milano. Un primo maggio di sommossa tra no-expo, black-block, sbirri e borghesi incazzati perché ‘stavolta era toccato a loro vedere le macchine in fiamme sotto casa.
E mentre Milano bruciava, dopo otto mesi d’astinenza, io sfilavo le mutandine di Giada e mi cibavo della sua carne.

– Madonna, che bellezza – feci vedendola nuda nel mio letto.

Fu come tornare a vivere.
Facemmo l’amore a lungo e diverse volte. Ero talmente disabituato al sesso che il primo orgasmo pareva non arrivare mai, e poi esplose potente in tutto il corpo, come una luce. Urlai venendole dentro, ansimando come una grossa bestia, tenendole il collo e i capelli stretti nelle mani.

– Pensavo volessi strozzarmi – disse lei, umida, accaldata.
– Gesù Cristo… – feci io svenendo sul cuscino.

“Che quegli altri si scannassero tra loro, avevo di meglio da fare…” pensai quella sera davanti alle immagini degli scontri in tv.
Giada mi stava seduta a fianco perché la invitai a restare con me invece di riaccompagnarla alla metropolitana, cosa che feci la mattina dopo. Rifacemmo l’amore, dormimmo assieme, mi risvegliai stanco ma leggero. Era anche tornato il sole.
Accompagnai Giada in stazione e andai a parlare con un tipo che mi aveva offerto un lavoro, ironia della sorte, proprio ad Expo.
Ma di questo parlerò poi.

– La vita è piena di cose, ogni giorno, anche se a volte sembra di no. Ci sono momenti di nulla cosmico che paiono eterni ma a un certo punto tutti i fili si muovono e ci tirano in mezzo, nel bene e nel male…

E non potei non ripensare a loro, a tutte le ragazze che erano state protagoniste dei giorni passati. Le rividi una ad una. Mentalmente rifeci l’amore con ognuna di loro e lo feci con la stessa passione che Giada mi aveva fatto riemergere quella notte. E tra tutte ne spiccava sempre una, Dì.

– Lei resta sempre là, capisci? Non riesco a metterla via, a sistemarla da nessuna parte – dissi.
– Sì, lo so – fece come al solito Corallo.
– Ma perché?
– Perché ancora non hai capito cosa è successo esattamente tra voi.
– Ma come non l’ho capito?! Ero stupido, l’ho persa, s’è messa con un altro, sono partito, credevo d’averla dimenticata, non è successo, le ho scritto, abbiamo parlato, lei non vuole bere un caffè con me, è semplice, no?
– Vedrai.

In tarda mattinata incontrai il tizio che aveva da offrirmi un lavoro ad Expo. Si presentò come uno che trafficava in computer e altre cose tecnologiche, di nome Rudi, e aveva l’aria da ex hippy cannaiolo, coi capelli lunghi, i vestiti sdruciti e la faccia da vegano.

– Quindi sarebbe un contratto di sei mesi, pagato, come operatore video in uno dei capannoni? – domandai.
– Sì, ma poi ti spiego meglio settimana prossima direttamente ad Expo, così vedi coi tuoi occhi, ok? – fece lui.
– A me basta che ci sia un contratto e dei soldi – feci io, totalmente disilluso.
– Tranquillo, poi ne parliamo.

Tornai col pensiero alle mie donne.
Fino a sera me ne stetti assieme a loro, con un senso di gratitudine addosso. E il giorno dopo mi sentii quasi contento e con i muscoli stanchi. E’ vero, la questione del lavoro mi deprimeva perché dopo tanti sogni di gloria mi sarei ridotto a fare cose per Expo, puàh.
“Aveva davvero ragione mio padre, forse era meglio tornare a fare l’avvocato e basta”.
Comunque, quella sera accettai di bere una birra con uno dei miei compari.
Avevo voglia di uscire, e mi mossi in zona Città Studi. Col mio amico ci incontrammo in una birreria frequentata da studenti. L’aria era densa e afosa. Suoni e luci di ambulanze correvano qua e là, mettendomi una strana sensazione addosso.

– E quindi vaffanculo… – dissi con una birra in mano – Guglielmo ha fatto lo stronzo, allora ho ritrovato quella ragazza, Giada, ci siamo tenuti a distanza da febbraio a ieri. Poi siamo stati assieme. Dopo otto mesi di astinenza, capisci?
– Sei proprio un birbante!
– Mi dispiace solamente che si trasferisca a Genova fra neanche un mese…
– Perché?
– Va via per lavoro. E mi dispiace perché volevo un po’ di tempo, per capire, per conoscerci.
– Genova non è così lontana.
– Infatti, ma prima di mettermi idee romantiche in testa voglio valutare. Piuttosto sto pensando al lavoro e…

A quel punto il mio cellulare si mise a squillare.
Comparve il nome di un amico che viveva a Milano ma che aveva origini nello stesso paesino del sud da cui veniva mio padre. Gli risposi con un tono felice, “Uè, compare! Che si dice?!”, ero contento perché non ci sentivamo da un po’.
Ma il mio tono crollò in un istante.

– Sta male, è in ospedale – disse lui.
– Come?! – domandai.
– Era a Torino con la moglie e la figlia, a casa di Rebecca… Stamattina ha avuto una gran febbre. Pensavano fosse tutto a posto, poi il cuore…
– Il cuore?
– E’ molto grave.
– Domani mattina, alle nove e mezza, sotto casa tua, ok? – dissi in fretta.
– Andiamo a Torino? – domandò lui.
– Per forza, domani mattina, nove e mezza.

Forse finii la birra che avevo davanti forse no.
Salutai l’amico con cui mi ero incontrato quella sera. Guidai verso casa con quell’afa di merda addosso. Ero stanco e sentivo di dover accumulare forze per il giorno dopo. Andai a dormire con l’animo oscuro, cercando di non pensare.
Quando mi svegliai la mattina dopo, agii in fretta.
Guardai fuori, c’era un tempo grigiastro e nuvole di pollini nell’aria.
Decisi di lasciar perdere la mia automobile, troppo vecchia e inaffidabile. Chiamai mia madre dicendole che sarei andato con la sua. Lei disse di sì, uscii e camminai verso il palazzo dei miei.

– Che cazzo, che cazzo, che cazzo… – ripetevo come un mantra.

Nel tragitto vidi una ragazza che conoscevo.
Era la Cerbiatta, dopo quanto tempo? Un anno, un anno e mezzo? Stava andando a lavoro in quel momento. Mi avvicinai e la guardai negli occhi, le dissi che dovevo correre a Torino, mio cugino stava male. Trentanove anni da compiere, padre di una bambina di sei mesi, una moglie, un lavoro all’acquedotto di Avellino. Mio cugino. Avevo anche scritto un racconto dove parlavo del suo matrimonio.
Dovevo andare a Torino, subito.

– Ciao Cerbiatta, spero di rivederti presto – dissi io.
– Ciao Scimmiotto, sii forte! – fece lei.

Guidai e pensai che io non ero forte. Manco per il cazzo, mio cugino era forte, sì, lui sì. Non un ragazzo tanto alto, con quella barbetta crespa, le felpe dell’Adidas, ma è sempre pieno d’energia.

– Già, è forte, no?
– … – Corallo non rispose.
– Se c’è qualcuno che è pieno di vita, energia, voglia di fare, è lui. Lavora, fa attività politica e sociale. Organizza feste di paese e camminate di tre giorni in montagna. Riesce a mettere d’accordo vecchi, donne e bambini con un sorriso. Prende una banda di ragazzi e li porta tutti in cima ad un cazzo di santuario dedicato alla Madonna del Monte solo per vederli cantare e suonare come facevano i contadini cento anni prima. Non è un chiesarolo, lo fa perché gli piacciono le tradizioni…
– Me lo ricordo – ammise Corallo.

Guidai, presi il mio compare al volo e lo vidi più preoccupato di me. Aveva avuto notizie poco rassicuranti. Non era un’influenza, era un virus che aveva intaccato il cuore in meno di ventiquattro ore.

– Ma è forte, capisci? – ripetevo io.

Arrivammo all’ospedale.
Parcheggiai la macchina ed entrammo.
Un altro amico che era già là ci fece cenno dall’alto di una rampa di scale. C’era un atrio immenso in quell’ospedale, con molti dipinti attaccati ai muri. C’era addirittura una giostrina coi cavallucci dipinti per far giocare i bambini che passavano da là. Camminando fissai quel carosello coi cavalli, fermo nell’atrio, immobile, assurdo in quel momento.
Quando fummo abbastanza vicini vedemmo che il nostro amico piangeva.

– Un quarto d’ora fa, il cuore s’è fermato – ci disse.

Ricordo che camminai verso la stanza dove c’erano i miei zii, mia cugina, la moglie e la bambina piccolissima. Ricordo che mossi le gambe in automatico tra i corridoi asettici, e li trovai tutti là, dopo una notte insonne d’attesa. Alcuni di loro dopo un lungo viaggio da sud a nord in treno. C’era quella notizia di morte appesa nell’aria. Il dolore non era ancora sceso a devastare i cuori che avevano appreso la notizia. Sembrava metterci un po’, come un temporale che si prepara. E quello che ricordo era proprio il senso di confusione che pervadeva tutti noi. L’irrealtà della scena tra lo stato di coscienza e il sogno. Ricordo le lacrime che io non piansi ma quelle degli altri, le ricordo. Ricordo gli abbracci forti e disperati di mio zio.
Lo sgomento.
Ricordo il volto scuro dell’infermiera che ci disse se volevamo entrare a vederlo. Ancora una volta i miei passi. Mio zio a fianco, mentre gli toccavo una spalla. E la sensazione di quell’uomo crollare sulle ginocchia dopo aver visto il figlio morto su quel letto. E scesi anch’io verso il pavimento, per reggerlo. Le infermiere attorno a noi. E ancora lo sgomento nel non capire cosa stesse succedendo. Cosa stesse succedendo, in quel momento, nelle nostre vite.

12.

Sentire quell’odore di fiori putrefatti per due volte nel giro di nemmeno quindici giorni, per me, fu troppo.
La Morte di cui avevo sempre parlato riferendomi a Nelson Corallo* era arrivata per colpire qualcun altro. E se per mio Zio aveva avuto una forma di pace al termine di una lunga agonia, per il cugino aveva preso le sembianze di una grande ingiustizia.

– Che senso ha? – feci io rivolto a Giada che la sera dopo era venuta a casa mia.
– Mi dispiace davvero molto.
– Lo so, lo so che ti dispiace.

Andammo in camera da letto.
Facemmo l’amore e ci misi tutto l’impegno, forse anche di più. Mentre Giada dormiva pensai al fatto che ogni volta che veniva a mancare qualcuno della mia famiglia avevo sempre una compagna a fianco, per scacciare l’idea della fine, per allontanare la Morte da me, da lei, da tutto.
Ma nonostante il sesso, la vicenda mi portò verso un territorio buio dell’anima. E anche le cose con Giada presero una piega poco amorevole, aggravate dalla sfiducia per il lavoro e dal suo trasferimento imminente.

– Andiamo a fare l’aperitivo quando esco dal negozio? – chiedeva lei in quei giorni di maggio.
– No, non me la sento, voglio stare a casa – rispondevo io.
– A fine mese mi trasferisco a Genova. Cerchiamo di stare assieme il più possibile mentre sono qui, no?
– Esatto, fra poco te ne vai, a cosa serve frequentarci?
– Ma come?! Non ci tieni a me?
– Certo, ma poi te ne vai in ogni caso, quindi… – dicevo io sentendomi davvero abbandonato – Perdonami, non è colpa tua, mi sento di merda. Non ho voglia di fare niente, non ho forze. Sono anche contento per te, perché ti danno un incarico importante. Anzi, ti invidio un po’…

Giada, sulle prime, cedeva e non insisteva. Anche lei aveva conosciuto l’incertezza e la sofferenza della vita. Immagino capisse la mia situazione. Il problema è che poi scivolava su altri argomenti tentando di farmi gli stessi trabocchetti che avevo già visto altre volte con altre ragazze. Ad esempio una sera mentre eravamo mezzi nudi sul divano.

– Hai ragione tu… – diceva ansimando – Dobbiamo stare tranquilli, essere liberi, non prendere niente sul serio.
– Non ho detto questo, Giada.
– Ma sì… – fece lei proprio mente gliela stavo leccando – E’ meglio godersela e bastaaahhh…

Mi fermai e la fissai negli occhi.

– Che ti è preso? – dissi io.
– Niente, godevo… – fece lei con la faccia da furbetta.
– Sì, ma che cazzo stai dicendo?
– Che hai ragione tu, che dobbiamo stare tranquilli e non prendere niente sul serio…
– Ti rendi conto che stai facendo l’adolescente, Giada? Ti accorgi che vivo una situazione di sconforto abissale?
– Sì, però…
– Quale però? Mi dici ‘ste puttanate come se fossi contento di quello che sto passando. E proprio mentre te la lecco!
– Ma…
– Ma un cazzo, è da giorni che mi provochi! Non è colpa mia se vivere una relazione sentimentale è difficile. Non è colpa mia se sono debole e ti senti insicura per i cambiamenti che stai vivendo. E scusami, ma non riesco ad essere forte in questo momento della mia vita!
– Lo so, dicevo per dire.
– Certo, come se mi stessi facendo un pompino e io iniziassi “Ah, sì, che bello essere frivoli e fottersene di tutto”, che senso avrebbe?!
– Non intendevo questo.
– E cosa?
– Ascolta, se vuoi adesso me ne vado… – fece lei col broncio.
– Ma porco cazzo! “Se vuoi adesso me ne vado”? Cos’è? Un altro test per vedere se ti blocco e ti chiedo di restare? Non ti accorgi che in questi momenti le persone hanno bisogno di comprensione, Giada? Non lo capisci che non è un giochetto da ragazzini, eh. Perché dobbiamo litigare invece di aiutarci? Perché? – urlai io.
– Che discorso del cazzo! Devi sempre farmi arrabbiare, sei irritante quando fai così! – fece lei aumentando lo sdegno per difendersi.
– Mi dispiace Giada, così non va bene… – dissi abbassando il tono.
– Devi reagire! – insistette lei.
– Reagire a cosa? All’esistenza? In questo momento mi pare come se ci fosse un’onda gigantesca là fuori, talmente grande che qualsiasi cosa farò verrà a prendermi e mi butterà sotto in ogni caso. La vita è ingiusta, violenta e crudele, punto. E tu?
– Io cosa?
– Giada, facciamo il riassunto, ok? Ci siamo conosciuti che frequentavi il peggiore tra i miei ex amici del liceo, ci ho provato come un coglione e tu mi hai regalato dei biscotti per poi comunicarmi che scopavi con un altro, giusto? Sei scomparsa nel nulla per farti risentire una volta ogni tre settimane, dopo il primo bacio mi hai detto che ti saresti trasferita a Genova nel giro di un mese togliendomi ogni speranza di cominciare un rapporto in maniera normale, ok? Ora che pretendi?! Eh?! Cosa vuoi che ti dica? Che sono innamorato di te, che faremo avanti e indietro da Genova a Milano per mantenere unita una coppia dove io sono depresso e tu t’incazzi perché sei ancora una ragazzina?!
– Sei uno stronzo! Lo sapevo fin da subito che eri uno stronzo e non dovevo fidarmi di te. Non te ne frega niente di me, non te ne frega niente di niente…
– Fa’ come vuoi.

13.

Dopo quelle discussioni tornavo a starmene per i fatti miei. Poi, passato qualche giorno, mi diceva di aver capito, che non dovevo preoccuparmi.
Una sera mi preparò una torta alla crema. Dopo aver tagliato la prima fetta mi accorsi che all’interno del pan di Spagna aveva inserito una trentina di piccoli biglietti di carta avvolti in altrettanti piccoli fogli di stagnola, e su ognuno aveva scritto qualcosa. Per ogni fetta trovai dalle frasi romantiche alle porcherie giocose che le avevo detto fino a quel momento. Un lavoro minuzioso e amorevole di letteratura impastata al dolce. Mangiai tutta la torta, lessi tutti i biglietti, quasi mi commossi.
E proprio in quei giorni tornò il tale che trafficava in computer e altre cose tecnologiche. Ci incontrammo davanti all’entrata di quella specie di parco giochi internazionale chiamato “EXPO 2015”. Faceva un caldo umido, cielo grigio come il mio umore. Rudi, con la sua aria da hippy, fumava erba che erano le nove e mezzo del mattino. “Cazzo, menomale che ho un passato birichino”, disse Corallo, “Altrimenti avrei potuto giudicarlo male, no?”, “Smettila” dissi io “A me basta che ci siano i soldi e il contratto, e si può fumare tutto il mondo”.
Rudi mi disse che aveva bisogno di qualcuno che ne capisse di roba video, e fin qui tutto a posto. Credevo fosse per documentare l’afflusso di gente al padiglione di cui lui era il responsabile tecnico. Quindi pensai che avrei girato clip giornaliere, fatto un montaggio finale, cose così. E siccome per email s’era parlato di un contratto da giugno a ottobre, una millata di euro al mese e poca fatica, avevo detto “sì”.

– Esattamente cosa dovrei documentare? – domandai io.
– Diciamo che questa è la struttura… – fece lui indicandomi l’intero del capannone in legno e metallo – Ma più che altro ci sarebbero questi grossi schermi lcd da montare, e poi trasmettere il materiale informativo dell’associazione, non stop.
– Ah, ok, quindi è un lavoro di manovalanza… – dissi io, non proprio entusiasta.
– Va beh, prima monti gli schermi sui sostegni, poi ti insegno a far girare i video 24 ore su 24, e poi puoi girare cose tue.
– E il contratto?
– Poi ne parliamo – disse lui sorridendo ebete – Cioè nel senso che io sono il responsabile di tutte ’ste robe ma ho bisogno di uno che stia qui, per ogni evenienza, e poi gli passo qualcosa di quello che danno loro a me…

Col cazzo.
Tutto stava prendendo forma. Nella direzione sbagliata. E la morte mi aveva buttato giù, senz’altro. Solo che avevo ancora il suo sguardo puntato negli occhi, come un monito perpetuo: “LA VITA PUO’ FINIRE OGNI GIORNO. NON PERDERE TEMPO CON LE STRONZATE. NON SACRIFICARE TE STESSO SE NON NE VALE LA PENA. NON REGALARE LA TUA VITA A CHI TENTA DI FOTTERTI”.
Fu allora che guardai Rudi e mi spuntò una specie di sorriso corallino. Lo invitai a prendere un caffè in uno degli stand affollati che stavano là vicino.

– Rudi – feci io mescolando lo zucchero nella tazzina – A parte che lavoravo per un programma televisivo che si occupava di indagini e truffe. Te l’ho detto che prima facevo l’avvocato, no?
– Sì… – disse lui.
– Ecco, adesso mi stai dicendo che dovrei venire qui, ogni giorno, a fare l’operaio che monta i monitor di un capannone, col rischio di spaccarne uno o peggio che mi cada su un piede, e poi starmene davanti a un computer a controllare che i video girino ventiquattro ore su ventiquattro, da giugno fino a ottobre?
– Beh, sostanzialmente sì…
– E mi stai dicendo che il contratto non c’è. O meglio che il contratto l’hanno fatto a te, perché dovresti essere tu a fare tutte queste cose, però non hai voglia di farle, quindi dovrei stare qui al posto tuo. Dovrei prendere la macchina ogni mattina, mettermi nel traffico fino a RHO-Fiera, evitare gli incidenti, arrivare qui all’inferno e poi tu mi paghi in nero alla fine, giusto?
– … – silenzio di Rudi.
– Ascolta, compagno, io non voglio incazzarmi. Davvero non voglio, perché nella vita ci sono cose molto più gravi. E ho scelto di essere umile, di rinunciare a mille pippe che mi sono sempre fatto, però se non firmo un contratto e non mi pagano milleduecento euro al mese per fare l’operaio, allora ti saluto.

Rudi provò a dire qualcosa, imbarazzato, davvero ci provò.
Non gliene lasciai il tempo.
Gli ripetei che senza contratto non se ne faceva niente e me ne andai da quel posto del cazzo.
Provò a richiamarmi al cellulare un paio di giorni dopo. Non gli risposi. Se aveva qualcosa di serio da offrirmi avrebbe inviato un’email con le garanzie che gli chiedevo, ma non lo fece.

– Vaffanculo – dissi io.
– Già, vaffanculo – fu d’accordo anche Corallo.
– Però devo trovarmi qualcos’altro adesso.
– Potremmo chiedere a Dado.
– Dado?
– Sì, ci stava dentro Dado.
– E’ vero. Ma avevo promesso di non frequentare più gli ambienti creativi milanesi, radical chic, pubblicitari di ‘sto cazzo.
– Giusto, però qualcosa la dobbiamo fare, e la stagione televisiva è finita, quindi bisogna macinare soldi altrove. E poi è un test.
– Un test?
– Sì, per vedere se sei cresciuto, se hai imparato la diplomazia, se alla fine sei capace di stare tra la gente. Anche se ti fa schifo.
– Ok, domani chiamo Dado.

Lo chiamai, mi disse che potevo dare una mano fino ad agosto, poi avremmo visto se proseguire o meno.
Fu così che tra giugno e luglio 215 mi ritrovai a lavorare per un’agenzia creativa milanese – una delle tante – capitanata da Dado e altri giovani soci. Era un bell’ufficio in zona centro, dove ragazzi e ragazze si sbattevano come video-editor, copywriter, account manager, responsabili di produzione etc. etc.

– Com’è? – domandò la sorella piccola, la Stellina, una sera.
– E come deve essere? Il solito posto di gente un po’ nevrotica, insoddisfatta, che vorrebbe essere geniale e non lo è – dissi io – Almeno Dado è bravo, si fa il culo, è molto responsabile e scaltro. Qualcuno dei soci è intelligente, altri meno. Insomma, sempre la stessa storia…
– Ma ti pagano? – chiese lei.
– Sì, ma poco – ammisi io – Anche perché con certe cose sto fermo da parecchio tempo. Devo rimettermi in linea coi programmi di montaggio, fotocamere nuove, scrittura…
– Almeno non stai a casa a fare nulla.
– A me viene benissimo stare fermo a fare nulla, lo sai Stellina.
– Lo so, però alla lunga diventa pericoloso, e non guadagni un cazzo.
– Certo, se mi pagassero per scrivere cose mie.
– Magari un giorno qualcuno lo farà.
– E magari no – dissi sorridendo triste – Comunque sto lavorando per loro perché è un test.
– Come un test?
– Già, quell’agenzia mi ricorda molto la Redazione. Stesse dinamiche di potere, invidia, ansia. Praticamente un posto di merda come qualsiasi altro posto di lavoro. Ma ‘stavolta mi pare l’occasione buona per rifarmi un karma, capisci? Saldare i debiti di quando credevo d’essere un gran fico senza esserlo, insomma.
– Non lo so, ma se la pensi così vai e porta a termine il tuo destino, fratello!

14.

Il destino, già.
Quale fosse il mio e quello di Corallo non ne avevo proprio idea in quei giorni. Fosse per me avrei passato il tempo a studiare le grandi domande dell’umanità. Come ad esempio che senso aveva vivere, morire, mettere al mondo figli, qual era la vera natura dell’amore, etc. etc. Ma non potevo, perché c’era da faticare, c’era da campare e c’era da combattere come un cane tra i cani.
Quindi, dopo tante riflessioni, mi ritrovavo ancora una volta nel mondo senza possedere una voce chiara che potesse esprimere le mie idee.
C’erano solamente i soldi, i clienti, le cose…

– Che schifezza – dissi ad Ivano di passaggio a Milano. L’amico punk-comunista si era trasferito a Londra nel periodo in cui ero sul set di Cagliari. Aveva deciso di levarsi dall’Italia per almeno un annetto, come avevo fatto io fuggendo a Barcellona.
– Almeno lavori – disse lui versando la terza birra Moretti da 66 cl. nei nostri bicchieri.
– Sì, però mi accorgo che siamo una generazione di trentenni a cui avevano promesso tutto e non hanno mantenuto niente.
– Perché siamo fuori da ogni logica, troppo giovani per certe cose, troppo vecchi per altre – aggiunse Ivano che stava messo come me.
– E’ tutta colpa di Mtv, “Just do it” della Nike e Disney, cazzo, abbiamo passato il tempo a credere che bastasse avere un sogno e provarci. La vita ci avrebbe dato il resto, giusto? Invece no, non basta provarci, bisogna farsi il culo. E pare che ormai è troppo tardi. La cosa assurda è che se domani domandassi di assumermi in un cantiere come operaio mi direbbero di no. Perché ho una laurea, ti rendi conto? E se andassi in un ufficio legale dicendo di avere una laurea quelli risponderebbero che serve un master, allora potrei dire di avere anche quello, ma loro risponderebbero che mi manca l’esperienza perché ho fatto l’autore in televisione invece che cause in tribunale. Quindi torno al Cinema, ma c’è il figlio del Produttore che comanda il progetto e col cazzo che ascoltano le mie idee. E cosa faccio alla fine? Più o meno l’operaio in un’agenzia che vende fumo negli occhi.
– Che fine faremo?
– Non lo so, davvero non lo so. A parte quelli che hanno scelto una cosa all’inizio e sono stati coerenti, noialtri siamo solo spazzatura. E mi accorgo che senza prospettive non riesco nemmeno a fare un discorso serio con una ragazza, manco per organizzare le vacanze d’estate, figuriamoci fare un figlio… – dissi bevendo ancora birra.
– E’ deprimente – rispose Ivano buttando giù altrettanto alcool.
– Eppure, dico io, i nostri nonni hanno messo al mondo figli mentre c’erano la fame e la guerra. Insomma stavano con le pezze al culo più di noi, no?
– Sì, ma c’era un obbligo sociale a quel tempo. Lo dovevano fare e basta, no?
– Vero, a loro imponevano delle scelte, “Si fa così, punto”. A noi invece hanno detto “Fate un po’ come cazzo vi pare”. Sembra d’essere in guerra, una guerra silenziosa che ammazza gli animi invece dei corpi. Alle volte capisco perché uno arriva a diventare un terrorista…
– In che senso?
– Nel senso che se vivessi anch’io in un paese dove cadono le bombe tutti i giorni, se mi avessero maciullato la famiglia, se non avessi prospettive e riconoscessi nel mondo occidentale la causa di tutti i miei mali, cazzo, non ci metterei molto a prendere un fucile e sparare. Perché è l’esasperazione che rende assassini, non la cattiveria.
– Forse sì.
– E’ così, nessuno si sveglia al mattino pensando “Oggi ammazzo qualcuno”, a meno che non abbia impulsi sadici oppure sia un serial killer. Anzi, diciamo che nessuno si sveglia al mattino pensando “Oggi ammazzo qualcuno” e poi la fa davvero, capito? La gente qui da noi odia con tutto il cuore ma poi non fa nulla, si reprime, odia e basta. Prende la macchina, il treno, la bicicletta e va a lavoro. Piuttosto urla come una scimmia, e odia in silenzio. Ma se uno non ha nulla da perdere, è normale che attraversa il mare, si unisce a un gruppo di fanatici, odia con tutto se stesso e si dà almeno uno scopo nella vita: vendetta.

Dopo quelle parentesi filosofiche da ubriaco tornavo alla realtà con mezzo sorriso in faccia. E per un po’ mi sentivo furbo come il vecchio Charles Bukowski, disilluso su tutto, amaro ma scaltro. Poi, pian piano, iniziavo a intuire l’illusorietà dei miei discorsi e tornavo alla routine che m’ero imposto.
Era giugno ormai.
Nel frattempo Giada si era trasferita definitivamente a Genova, ma era tornata a trovarmi per un fine settimana, al volo. L’andai a prendere in stazione, era contenta e anche stanca. Mi aveva portato un regalo. Mi mise un pacchetto di cartone in mano dicendo “Attento, è fragile!”, lo aprii e dentro ci trovai uno scorpione di vetro.

– Uno scorpione? E’ molto bello, davvero, grazie.
– Sì, quando l’ho visto ho pensato a te… – rispose lei sorridendo.

Uno scorpione, certo.
Affascinante e letale. Ma anche fragile, visto che era fatto di vetro. Era questa l’idea che aveva del sottoscritto? Probabilmente sì, perché dopo quel paio di giorni assieme, la ragazza tornò a sfidarmi coi suoi piccoli trabocchetti per vedere quanto in realtà ci tenessi. Sono convinto che Giada mi considerasse pericoloso fin dal principio, che ci vedesse solamente Nelson Corallo* in me. E il bello è che fallivo di proposito ogni sua provocazione. Se lei restava zitta in attesa che la richiamassi dimostrandole il mio interesse, restavo zitto anch’io. Se mi diceva che ero un bastardo egoista, non le davo torto. Se provava a farmi ingelosire, glissavo. Insomma, non smentii l’idea che si era fatta di me. Non ce l’avevo con lei, solo che non era quella l’idea di amore e rispetto che avevo in mente, tutto qui.

– Non è questo l’amore – dissi una notte a Corallo.
– No, infatti, non è questo.
– Avevamo buone intenzioni ‘stavolta, no?
– Avevamo buone intenzioni, già.
– Non volevo provocare sofferenza a Giada, cioè, non volevo che stesse male…
– No, per niente.
– Eppure lei sta male…
– Già.
– Quindi non bastano le buone intenzioni per far andare bene un rapporto?
– No, le buone intenzioni non sono sufficienti, mi dispiace. Bisogna anche valutare le conseguenze delle proprie azioni. Senza contare che certe donne fanno solamente test, allo sfinimento, perché in fondo hanno paura.
– Merda, quant’è difficile.
– Già, non dirlo a me.

Giada comunicò di non volermi più sentire.
“L’ho sempre saputo che eri uno stronzo!” tornò a ripetermi un giorno al telefono. Mi dispiacque ma non opposi resistenza. Nemmeno per tenermi buona l’opportunità di sesso in futuro, qualora fosse tornata dalle mie parti o mi avesse invitato ad andare da lei. Sarebbe stato squallido e ipocrita, e io avevo smesso di esserlo.
Intanto il lavoro in agenzia proseguì senza nulla di straordinario nel mezzo. Osservavo i colleghi arrabattarsi per un pezzo di pane mentre i soci dovevano continuamente stare dietro ai capricci dei clienti. Guardavo tutto con distacco dicendomi che quella non era roba per me.

– Non solo è difficile realizzare i miei desideri e tutte le cose che avevo immaginato tanto tempo fa… – dissi tra me e me – L’ho capito che è raro emergere, l’ho capito bene.
– E allora? – disse Corallo.
– Il difficile è rendermene conto per davvero. Capisci? Razionalizzarlo a tal punto da mettermi “ko” da solo. Rassegnarmi all’idea di essere uno qualunque, in definitiva.
– Ho capito, ma l’illusione è sempre tanta, eh?
– Sì, perché bisogna nascerci con quella bella illusione. Bisogna crederci, coltivarla intensamente, c’è quel bivio tra te stesso e proseguire a lottare. E non basta. Sai quanta gente di talento ha fallito?
– Tanta, e di sicuro aveva più talento di te, caro.
– Esatto.
– Ah, ah, ah.
– Ma perché fai il sadico adesso, Corallo? Che te ne viene se io mi deprimo?
– A me interessano le emozioni forti, mi conosci, che si tratti di scopare oppure di pensare alla morte.
– Giusto, tu sei quello che gode e io quello che soffre.
– Esatto.
– Alle volte penso che mio padre e mia madre non avrebbero dovuto ostacolarmi tanto con la faccenda dello studiare cinema etc. etc.. Anzi, incoraggiarmi di più, non perché col loro appoggio ce l’avrei fatta, niente affatto. Semmai per schiantarmici prima contro quel muro di disillusione. Non avrei perso tanto tempo a fare finta che fosse diverso…
– Ecco, bravo, deprimiti per bene, e ricorda che alcuni dei tuoi ex colleghi stanno facendo carriera, qualcuno è felice e vive meglio di te, pensaci.
– Sì.
– Di più, di più, ti voglio più depresso!
– Sì, Corallo, cioè me ne sto facendo una ragione. Diventare adulti è anche farsene una ragione, no? Diventare adulti è capire che non esiste solo il bianco o il nero, ma tutte le sfumature dei grigi.
– E’ deprimente, sì.
– Lo so – feci io scrivendo un appunto sull’agendina nera – La faccenda dei grigi me la disse anche Dì, tanto tempo fa, ma non la capii.
– Beh, è ragionevole, lei era avanti e tu no.
– E’ difficile smettere col rock and roll, non pensi?
– E chi ti ha detto che un giorno non accadrà qualcosa di diverso, eh? – fece Corallo inaspettatamente.
– In questo momento è meglio se rallento, se evito di correre alla cazzo di cane, non lo so.
– Va bene, ti lascio un po’ tranquillo, fratello.

15.

Dopo questi discorsetti tra me e Corallo, tutto sommato mi sentivo un attimo meglio.
Gestivo l’ansia.
Mi deprimevo al punto giusto.
E poi, esattamente come ai tempi del liceo, riuscivo a starmene in disparte.

“Si va avanti. E il tempo, anche lui va avanti; finché dinnanzi si scorge una linea d’ombra che ci avvisa che anche la regione della prima giovinezza deve essere lasciata indietro. Questo è il periodo della vita in cui è probabile che arrivino i momenti di cui ho parlato. Quali momenti? Momenti di noia, ecco, di stanchezza, di insoddisfazione. Momenti precipitosi.”, Joseph Conrad, La linea d’ombra.

Fumavo ancora troppe sigarette ma tornavo a fare sport, mangiare bene, leggere roba buona.
Non cadevo negli abissi del lato oscuro, non mi perdevo nelle illusioni, stavo nel mezzo.
Scrutavo il mio cuore e ci rivedevo sempre loro, le donne che avevo avuto, e Dì continuava a regnare su tutte. Perché? Non sapevo ancora rispondere.

– Ma è per questo che sono sempre stato fico – è quel che mi sono detto alla fine di tutta questa storia.
– Fico per davvero.
– Fico al centouno per cento.
– Fico come me stesso.
– Fico come Corallo.

Il fatto interessante è come ci sono arrivato fino a lì, al Paradiso della fichitudine, che poi è il tema del romanzo che state leggendo.
Se prendevo le giuste distanze, appena me ne sbattevo delle dinamiche del mondo, dell’ansia e della nevrosi, appena lasciavo andare le cose, ero libero.
E quando uno è libero, è fico, punto.
Come si fa? Ve lo dico dopo.
Forse è per questo che proprio in quel periodo, dopo anni di silenzio, rispuntò senza alcun preavviso Cloe.
Cloe.
Fu un colpo di scena davvero inaspettato.
Cloe, che ai tempi della scuola mi aveva fatto innamorare come un imbecille senza speranza.
Avevo quindici anni, lei diciassette, Milano 1995.
Era l’epoca antecedente al periodo nichilista e anarchico. Studiavo ancora sassofono al conservatorio e andavo in piscina come un bravo ragazzino. E’ proprio lì che incontrai Cloe. La guardavo entrare in acqua, snella e lucente, quasi tutti i giorni della settimana. La guardavo come fosse una dea dai capelli lunghi e castani, gli occhi belli, le labbra rosse. Probabilmente era ancora acerbo il suo corpo ma lo percepivo già di donna, per via di quei due anni in più rispetto a me.
Mi limitavo ad osservarla da lontano come ogni amore romantico che si rispetti, fino a quanto non andammo a fare delle gare di nuoto in un’altra città.
Cloe, non so perché, mi si avvicinò una sera mentre eravamo tutti in albergo. Non so neanche come mi ritrovai a baciarla sdraiato al secondo piano di un letto a castello. Poi arrivò la compagna di stanza e io dovetti sloggiare.
Avete presente la felicità? Ero felice come un dio.
La stessa Cloe, però, esattamente il giorno dopo finse di non conoscermi, perché doveva far vedere ai suoi coetanei che lei non dava confidenza a uno più piccolo.

– Gesù Cristo, mi snobbava perché ero più piccolo di due anni! Ti rendi conto?! – dissi poi all’amico Ivano – E non mi ha praticamente più parlato. La vedevo in piscina e quella faceva finta di non sapere nemmeno chi fossi. Ho passato anni a ripensare a quell’unico bacio e a quanto ero stupido, senza riuscire a dirle niente. Poi l’altra sera è comparsa dal nulla…
– Cazzo! – fece lui sorridendo.
– Cloe, ti rendi conto, dopo quanto tempo? Vent’anni.
– Incredibile.
– Mi ha trovato sul social network e si è messa a leggere i racconti di Nelson Corallo*…

E leggendo le mie storie, Cloe aveva scritto: “Nel tuo essere ombroso c’è una certa linearità. E sembra sempre che ci sia lucidità e tormento, dolcezza e crudezza, consapevolezza e smarrimento, tentazione e monito, fascino e paura, fame d’amore e paura d’amare, trasparente e labirintico”, “Grazie” le avevo risposto io, ancora incredulo.
La vita era davvero sorprendente quando ci si metteva, no?
Dopo esserci scambiati poche parole sul web, Cloe mi trascrisse una poesia intitolata “Era estate” di Prevert, che trovai tra i miei messaggi il giorno seguente.

“Ero nuda tra le sue mani
sotto la gonna alzata
nuda come non mai
il mio giovane corpo
era tutta una festa
dalla punta dei miei piedi
ai capelli sulla testa
ero come una sorgente
che guidava la racchetta
del rabdomante
noi facevamo il male
il male era fatto bene”

Rilessi la poesia più volte, per esserne sicuro.
Un me stesso antico ma ancora giovane fece un gran sorriso. Insomma non avevo ottenuto granché nel presente però dal passato stava arrivando una ricompensa.

Naturalmente invitai Cloe a uscire.
Le diedi appuntamento nel parcheggio della piscina della nostra adolescenza.

– Sei sempre tu – le dissi mentre mi camminava incontro.
– Tu invece sei diverso – fece lei.
– Diverso come?
– Più oscuro – disse alla fine.

Dopo due vodka tonic e molte chiacchiere sulle nostre vite, ci ritrovammo a baciarci nello stesso parcheggio dove c’eravamo visti un paio d’ore prima. Le mie mani percorrevano i suoi fianchi e i suoi seni, quasi arrivando a spogliarla in mezzo alla strada.

– Vieni a casa mia – le dissi.
– Non so se… – rispose Cloe.
– E’ passato abbastanza tempo, non credi?
– Sì.

E nel mio letto, finalmente nudi, facemmo quello che da adolescenti non avevamo saputo fare.

16.

– Ah, quindi ti sei fatto pure lei? – domandò lo Svezio dopo che gli riportai la notizia parlando tramite Skype.
– Non si dice “ti sei fatto”, è volgare – dissi io, sorpreso dal modo in cui me l’aveva chiesto – Sono il primo ad essere un porco, però ci vuole un certo stile nel dire le cose.
– Beh, avete scopato?
– Sì che abbiamo scopato, cazzo. Ma è diverso, cioè è tutto assieme, il passato e il presente, l’emozione di un tempo lontano e quella di essere entrambi adulti.
– Ma ti piace ancora?
– Non ho più quindici anni, le cose sono cambiate, per forza.
– Ora che lei è una trentenne… – disse lo Svezio – Non è più come riuscire a farsela quando ne aveva sedici, no?
– Ma che discorso è?
– Che è diverso portarsi a letto una donna rispetto a una ragazzina, non credi?
– Amico mio, non ho capito cosa t’è preso – feci io con un’espressione seria – Non era una sfida, né nel 1995 né nel 2015. Non è una questione di riuscire o non riuscire a scopare. Semmai è l’ultimo barlume di romanticismo che m’è rimasto fino ad oggi. E poi, forse, dovresti semplicemente dirmi qualcosa tipo “Wow, hai fatto l’amore con la ragazza di cui eri innamorato ai tempi del liceo!” o roba del genere.
– Vabbè, devo andare, ciao – fece lui lasciando Skype.

Rimasi sorpreso da quel comportamento.
Pensai che lo Svezio non aveva molto tempo da dedicare alle faccende sentimentali. Lui era sposato, aveva una figlia e un lavoro. Per quanto fosse un caro amico aveva preso una strada diversa dalla mia, e col fatto che viveva lontano avevamo perso un po’ di confidenza su certe cose. Solo non capivo perché quell’astio nei confronti della vicenda.

– Perché tu vivi ancora in mezzo alle avventure erotiche e lui ha delle responsabilità da adulto – fece Corallo.
– Si diventa così quando si mette su famiglia?
– Diciamo che certe cose assumono un tono meno importante rispetto alle altre.
– Ho capito, ma per me Cloe è sempre stata importante. Ed è una boccata d’ossigeno in mezzo a mille cose storte.
– Magari allo Svezio dà fastidio.
– E perché dovrebbe dargli fastidio?
– Perché tu sembri un fringuello senza pensieri che scopa a destra a manca, mentre lui è un padre di famiglia, no?
– Ma passo più tempo a deprimermi, senza soldi, sull’orlo dell’ansia, e non a stare bene!
– Sempre meglio che pensare a un mutuo, una scrivania, e portare la mocciosa all’asilo…
– Gesù Cristo, non c’è mai una cosa che stia nel mezzo?!
– Te l’ho già detto che a me le cose che stanno nel mezzo non piacciono, io vivo agli estremi – sibilò il lato corallino.
– Sì, Corallo, tu sì.
– E tu? – chiese lui.
– Troverò una soluzione – feci di rimando.
– Ah sì?
– Si, porca puttana eva cazzo!

Fatto sta che iniziai a frequentare Cloe.
E giuro che per un attimo credetti d’essere arrivato alla fine delle mie avventure e alla Morte di Corallo* annunciata nel prologo.
Invece no.
Se questo fosse un manoscritto cartaceo, proprio ora, sentireste la consistenza delle ultime pagine sotto le dita. Vi accorgereste di quante ne avete sfogliate finora sgualcendole coi polpastrelli, e di quante poche ne restano. Magari affiorerebbe quella piccola ansia di sapere come l’autore concluderà la faccenda e vi dirà la morale della favola.
Beh, abbiate pazienza, ci stiamo arrivando assieme, manca un capitolo.

continua

“A day of summer in the park”

[…]

– Che intenzioni hai ora? – mi aveva chiesto il Dottore.

– A parte togliermi di mezzo!? – avevo risposto per fare il simpatico.

– Sì. A parte quello.

– Vorrei solamente riposare. E fare qualcosa di mio, tipo un documentario sui parchi in cui ci sono le fontane. Vicino casa mia ce n’è uno pieno d’acqua. Ci sono pure i getti che escono da terra, e i bambini ci vanno a giocare, tutti là a farsi il bagno. Sembra il Bronx, quando aprono quei cosi a cui si attaccano i pompieri, ha presente dottore?

– Sì.

– E allora? – avevo domandato io.

– E allora, cosa? – aveva risposto lui.

– No, dico, che faccio? Vado a fare i video ai mocciosi nell’acqua?

– E perché no? Intanto puoi valutare se tornare o meno al lavoro. Mi pare che abbia iniziato a non motivarti più quell’ambiente. E forse alimenta una parte di te piuttosto distruttiva. Almeno da quel che mi racconti.

– MA POI? Eh dottore?! MA POI??? Già una volta ho mollato la carriera d’avvocato, e non sapevo che fine avrei fatto! M’è andata di culo, ho trovato lavoro in televisione. E ora che dovrei fare? Mollare anche questo e ricominciare tutto daccapo? Ho trentatré anni e non so che cazzo devo fare…

– Ci rivediamo dopo l’estate.

– COSA?!?

– Sì, dopo l’estate – aveva detto guardandomi sempre fisso negli occhi – Avrai tempo per riflettere e valutare cosa è meglio fare.

– Oh porco cazzo, ma io sto male adesso!

– La vita è anche stare male adesso – aveva concluso lui.

 

Estratto da “La Morte di Corallo*”, cap. 1, par. 3., https://nerocorallino.wordpress.com/2016/03/30/5/

“Ipocrisia” shortmovie di Nelson Corallo*

A short movie directed and interpreted by Nelson Corallo* with Franki Bravo and the Ecib crew [see final credits], Barcelona, 2014.
In a hypocritical world, every day, we act as poker players but – inside – we want just to fight for what we desire. If is bad or good, I don’t know. I just know human beings are – often – hypocrites and violent.
Shot with Black Magic camera.
Music from Vivaldi “Le quattro stagioni – Inverno”.

La Morte di Corallo*, cap.5