La mano e l’anguria

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E’ la mia mano che regge una piccola anguria. Ci ho visto qualcosa di protettivo, come un bambino piccolo e arrotolato su se stesso stare al sicuro nel palmo del padre. Un’anguria che dovrebbe significare un frutto ingombrante invece qui è tenera, quasi indifesa. Anche le cose che nel nostro immaginario assumono proporzioni grottesche cominciano la loro vita in forma dolce. Ho osservato le mie dita. Stanno diventando come quelle di mio padre e dio mio nonno, stanno invecchiando. Sto evolvendo in un frutto meno tenero e più ingombrante al contrario della piccola anguria. E’ la foto delle mie contraddizioni, questa. E’ anche qualcosa di erotico, è mano virile di uomo che tiene un giovane seno di donna, sodo, rotondo, giusto. Da ultimo ho pensato: “E se invece della mia mano che regge una piccola anguria, come fosse un bambino arrotolato o il giovane seno di donna, avessi pubblicato la mano di una ragazza che tiene un qualsiasi ortaggio oblungo, quali pensieri avrei avuto? La volgarità avrebbe vinto, per forza. In certi casi è vero che all’uomo spetta la poesia, suo malgrado. E’ un’altra contraddizione dell’esistenza…”, dopodiché ho messo la foto sul web. E’ piaciuta. Chissà poi cosa ci vede la gente in una mano di uomo che regge una piccola anguria, vallo a capire…

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Libertà e sugo coi peperoni

L’uomo veramente libero è colui che rifiuta un invito a pranzo senza sentire il bisogno di inventare una scusa.
(Jules Renard)

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Sono tornato a casa tardi dal lavoro oggi e stavo per mangiarmi un schifezza cedendo alla stanchezza, al nervosismo, all’incertezza della vita e alla vacuitá del mio frigo.

Poi ho pensato “No, non cedere, uomo!”.

Allora mi sono messo a fare il sugo semplice col pomodoro e basilico, “Ecco, bravo…”, ma poi ho ripensato, con la fame crescente, “Già che ci sei fai anche quello coi peperoni” e l’ho fatto.

Questo per dire che nella vita bisogna credere e non cedere, anche quando sei solo, anche se hai poche cose in dispensa, anche se la sera inizia ad essere fredda qui a Milano.

Almeno fino a quando non ti sposi e allora “Cazzo, ho lavorato fino a mó! Manco un sugo hai preparato?!” potrai dire a lei che ti risponderà “Ma vaffanculo, mica sono la tua cuoca!”, e tu potrai rimpiangere quel sugo coi peperoni che ti facevi la sera e ti restava sullo stomaco, ma almeno la colpa la potevi dare solo a te stesso.

“Ma vedi ‘sto cretino, pure il sugo pronto vuole…” continuerà intanto a dire lei, amandoti con odio #corallino

Per molti, libertà è la facoltà di scegliere le proprie schiavitù.
(Gustave Le Bon)

weinstein e l’argento

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Ok, ormai la notizia ha più di una settimana e nella prospettiva del web é, quindi, vecchia.
Ne parlo lo stesso.
Tutti si sono espressi a proposito del produttore hollywoodiano e delle attrici che hanno ammesso di aver subito abusi e violenze da Weinstein. Tra queste donne, anche Asia Argento ha denunciato il fatto. Ma lo ha fatto dopo vent’anni dall’accaduto sentendosi poi chiamare “troia” dal popolo di internet per non aver parlato chiaro e subito. Lei si é difesa dicendo che tutte le donne coinvolte erano spaventate da Weinstein e proprio come loro ha temuto il suo potere fino ad oggi.
Io sono un uomo, il mio pensiero sarà sempre condizionato dall’esserlo, però ho provato a riflettere.
Molto spesso uomini “di potere” hanno molestato donne promettendo favori e carriere stellari. In un mondo come quello del cinema di Hollywood immagino sia sempre stato all’ordine del giorno, no? Non dico sia giusto, dico sia un fatto. E molte promettenti attrici non avranno accettato e altre ancora sí, chi può dirlo?
La questione però è un’altra: perché tutta questa rabbia contro Asia Argento? Forse perché migliaia di donne, ogni giorno, vengono abusate e molestate, forse perché non tutte loro stanno provando a far carriera nel cinema né sono figlie di un noto regista né tantomeno hanno assunto un’aria da rockstar glamour come lei, é chiaro? Lo ripeto, ogni giorno il genere femminile é sottoposto ad abusi da parte di uomini “di potere”. Ogni giorno il genere femminile subisce violenze. Ogni giorno una donna teme di dire ad alta voce quello che le é accaduto sentendosi assurdamente colpevole nonostante non sia colpa sua.
Ogni giorno, é chiaro?
Il fatto é che Asia Argento non sembra aver denunciato Weinstein per liberarsi da un dolore atroce che la distruggeva nell’intimo o per esortare altre donne a parlare ribellandosi al silenzio. No, sembra  che Asia, la nostra italica strafottente figlia di Dario, ex compagna di Morgan, attrice e regista, modella, monella, tossichella  etc. lo abbia fatto – in fin dei conti – per ricevere tutto il nostro calore, affetto e compassione. Nonché il nostro devotissimo applauso. Un applauso per Asia Argento che mentre frequentava Hollywood e faceva la star in realtá soffriva per colpa del potente produttore di film americani.
Un applauso per Asia, mentre migliaia di altre donne sono rimaste vittime e zitte.
Ecco, forse é questa la sensazione di rabbia che é emersa malamente dal popolo del web che l’ha insultata.
Per quanto mi riguarda, da uomo, ho compreso da vicino il dolore delle donne che han subìto questi fatti e la loro rabbia sia per chi ha parlato sia per chi é rimasto zitta/o. Ho capito che esiste un rancore profondo in entrambe le direzioni e in entrambi i casi. Da uomo, ho capito che il genere umano é miserabile e violento il più delle volte. Ma questa é una cosa che ho capito in generale e abbastanza tempo fa. Però, come dicevo all’inizio, é una notizia di almeno una settimana, perciò é storia vecchia. Fino alla prossima violenza, no?

Il Cinema di Corallo*, Vol.2, “La Sirenetta voleva Sesso e X-factor”

sirenetta piercingLa prima volta che ho visto “La Sirenetta” avrò avuto dieci anni, forse undici. E non al cinema ma a casa, in soggiorno. Sì, per forza in soggiorno, è là che c’era il videoregistratore.
Poi l’avrò rivisto altre mille volte perché mia sorella, la Stellina, era davvero piccola e continuava a ficcar dentro la videocassetta mentre io me ne stavo seduto al tavolo da pranzo, a far finta di studiare. Mia sorella comandava, non c’era un cazzo da fare, e che volessi o meno dovevo vedere la Sirenetta, punto. E’ per questo che, formalmente, posso dire d’aver avuto una relazione con l’adolescente dai capelli rossi e il reggiseno a conchiglia. Per forza ci sono rimasto condizionato.
– Di che cazzo stai parlando?! – fa Corallo* spuntando dalla mia stessa ombra.
– Lo sai benissimo – dico io.
– Devi demolire anche “La Sirenetta”? Non t’è bastato “Titanic”? [ vedi: Il Cinema di Corallo*, Vol.1 ]. A me quella ragazzina è sempre piaciuta, lasciala stare.
– E’ normale che ti sia piaciuta, Corallo. Per un sacco di motivi. Te li dico?
– Sentiamo.
– La Sirenettta è bellina, vive in fondo al mare e ha tanta voglia d’avventura. Anzi sta proprio smaniando, a dirla tutta. E’ piena di sesso, ma è inconsapevole.
– Già, aveva un’aria furba la ragazzina.
Pure io ero un ragazzino. E anche se avevo già dato dei baci con la lingua e toccato qua e là certe mie coetanee, non mi era del tutto chiara l’intera faccenda del sesso. C’era ancora un mondo da scoprire. Così come nella fiaba di Andersen, dove la sirenetta ha quindici anni, il padre è il Re del Mare, e c’è la questione di uscire in superficie a vedere il mondo.
– Certo, anche nel film va così…
– Sì, Corallo, ma ci sono un sacco di differenze con l’originale, perché la Disney è diabolica.
– La Disney?
– Sì.
– E perché cazzo sarebbe diabolica?
Prima di spiegarlo, c’è da dire che al di là del lato corallino ero turbato dalla Sirenetta.
Insomma mi piaceva parecchio, forse più di Lamù (che era più erotica), e forse proprio perché Ariel era mezza nuda ma innocente, umida ma senza mai capire il perché, curiosa ma impedita.
Nel film della Disney la protagonista era come noialtri in preda ad ormoni e pulsioni che spingevano ogni giorno.
– Già, il sesso, la chiave di tutto.
– Sì, Corallo, proprio il sesso.
– Beh?
– Fai conto che se mia madre entrava in soggiorno, mentre quella cassetta continuava a girare nel videoregistratore, mi sentivo una vergogna addosso, come se mi avesse sgamato a fare chissà che…
– Sfigato.
– Eppure era da parecchio che mi facevo le pippe coi giornaletti e fumavo le canne in strada, senza rimorsi, ma mentre passava quel cartone animato mi sentivo allo scoperto…
– Essì.
– Come se mia madre potesse leggermi nella mente.
– Le madri lo fanno.
– Come se potesse capire che provavo una reale attrazione per quella ragazzina dai capelli rossi, capisci? Ariel era là a guardare verso l’alto, oltre la superficie, per capire cosa cazzo stesse succedendo là fuori…
– E per il sesso.
– Esatto, il lato diabolico della Disney.
– Perché Andersen non la faceva pensare al sesso?
– Nella fiaba originale il Re del Mare dà il permesso alla figlia di dare uno sguardo oltre la superficie, perché così dice la tradizione delle sirene, e lei lo fa. Così scopre che gli esseri umani hanno le gambe e un’anima eterna, mentre lei dovrà morire e tramutarsi in spuma di mare. Per questo motivo fa un patto con la Strega: rinunciare alla voce per avere i piedi.
– Beh?
– Invece nel film il padre proibisce ad Ariel di andare in superficie, e rende tutto più eccitante, punto primo. E punto secondo, è pieno di riferimenti sessuali. Dalla forma fallica del granchio che le sta sempre attorno, alla canzone che dice “Under the sea, darling it’s better, down where it’s wetter, take it from me” (In fondo al mare, tesoro è meglio, sotto è più bagnato, prendilo da me), fino alle immagini nella caverna della Strega del Mare.
– La strega è un puttanone.
– Già, è una femmina corrotta, piena di curve, ammicca di continuo. E’ lurida rispetto alla ragazzina. E nel film c’è tutta una motivazione per cui Ursula, così si chiama la strega, vuole corromperla per conquistare il Regno del Mare. Cosa che manca nella fiaba, dove la strega è semplicemente una strega e fa il suo mestiere. Nella versione Disney invece ha il ruolo d’antagonista che cova rancore. In pratica è una terrorista.
– Tipico, no?
– Senza contare che il film è del 1989, anno della caduta del muro di Berlino. Da quel momento in poi l’U.R.S.S inizia a smantellarsi.
– E allora?
– Ursula è un riferimento all’U.r.s.s.
– Mah.
– Comunque, sia nel film che nella fiaba la sirena rinuncia alla propria voce per avere le cosce. Ormai il patto è fatto, e lei si ritrova su una spiaggia, tutta nuda.
– Già.
– E deve conquistare l’amore del solito Principe, altrimenti muore. Come a dire che una ragazzina sta al mondo solo per trovare un fidanzato. Ma è muta, e il tizio non è tanto sveglio.
– E’ proprio un coglione.
– Sì.
– Beh, poi?
– Qui c’è la differenza abissale tra la favola e il film. Nella versione di Andersen la Sirenetta non riesce a fare innamorare il principe e quello va a cercarsi un’altra ragazza nel paese a fianco, stop. Allora le sorelle di lei si fanno tagliare i capelli, li portano alla Strega del Mare e in cambio si fanno dare un pugnale. Se la Sirenetta sgozza il principe e col suo sangue ci si bagna i piedi può tornare in fondo al mare, altrimenti muore.
– E lei?
– Rinuncia ad accoltellare il tizio, che comunque non l’ama, e si trasforma in spuma di mare. Ti rendi conto?
– Cazzo, non me lo ricordavo.
– La versione disneyana va totalmente in un altro modo. Quei bastardi eliminano l’azione più importante della protagonista femminile. E mentre nella fiaba originale lei è un’eroina, nel film ricade tutto sulla Strega del Mare che tenta di sposare il Principe usando la voce della Sirenetta.
– Beh, mica scema.
– E il Principe, che non ha mai fatto niente in vita sua, sale sul relitto di una nave e riesce a farla fuori penetrandola con la punta di legno che sta davanti alle barca…
– Il bompresso.
– Quel coso, sì.
– E’ un altro riferimento sessuale?
– Lo è tutto in questa analisi.
– Vuoi dire che la protagonista è una donna ma a risolvere tutta la faccenda è il bellimbusto che penetra?
– Esatto.
– Beh, ma chi se ne fotte, no? La Sirenetta della Disney ci piace proprio perché è bellina, vuole uscire dai confini di casa del padre, ha voglia di sesso e ha ispirato un bel po’ di fantasie erotiche. Porca puttana eva cazzo, anche tu sei stato fidanzato per anni con una dai capelli rossi, gli occhioni maliziosi e del segno dei pesci, no?
– E’ vero.
– E allora storia chiusa, anche se la Disney manda a puttane il senso delle fiabe, ok.
– Non ho detto che la Sirenetta è sbagliata, ho detto che la versione cinematografica manda a farsi fottere il messaggio migliore. Checcazzo, passa solamente il concetto che Ariel vuole aprire le cosce – e siamo tutti d’accordo -, si innamora di un coglione – va bene pure questo -, e rinuncia alla voce per l’apparenza…
– Come quelle che partecipano ai talent show?
– Tolgono loro una dote per farle sembrare bamboline mute, no?
– Anche a quelle che cantano?
– Anche a quelle che cantano, sì. Non le sta ascoltando nessuno. Le stanno solo guardando, vogliono sapere quanti followers hanno su instagram, se si sono scopate uno dei giurati, quanti tatuaggi hanno addosso. Roba di gossip. Non c’entra niente il talento, solo competizione e chiacchiere.
– Già.
– E allora ‘fanculo, per me la versione della Sirenetta che non accoltella il principe è la migliore. E’ la più nobile tra le donne.
– In effetti, però muore. Vaglielo a dire a quelle che sperano in una felicità a buon mercato! A quelle che partecipano alle merdate televisive e magari ce la fanno a vincere qualcosa! Almeno loro godono…
– Ma c’è sotto la storia del “Dai, è tutto un circo, fai ‘sto gioco e poi torni ad essere seria! Guarda quella, guarda quell’altra, loro ce l’hanno fatta”. Non è deprimente?
– Non mi riguarda. Alla fine ognuno è libero di sprecare la vita come gli pare. E sentirsi re o regina per una notte, perché no?
– Certo, Corallo, capisco il tuo punto di vista. Solamente che provo a vederla anche in un altro modo. Ma a te, in fondo, non importa niente, no?
– So solamente che vorrei farmele tutte. Sirenette e non sirenette. Cazzo ce ne frega?!
– Corallo, e poi?
– E poi non lo so. Ma a ‘sto giro niente episodio corallino?!
– Sì, in effetti, potrei parlare di quella volta della festa in piscina.
– Ah, sì, per restare in tema acquatico.
– Quand’è stato?
– Anni fa.
– Lavoravo da poco per il Programma Tv con i tizi in giacca e cravatta. Un mio amico mi telefona e mi dice di accompagnarlo nella villa di certa gente. Arriviamo nel pomeriggio, fuori città. Una bella casa in campagna, sul retro il giardino con la piscina. Faceva caldo, forse era giugno. Sto là e dopo un po’ mi presentano la fidanzata di uno di quelli che avevano organizzato la festa…
– Sì, la ragazza con la faccetta da furba.
– Già, continuava a girarmi attorno. Si buttava addosso con la scusa di fare gli scherzi in acqua.
– Mmmm…
– Poi s’è fatta sera. Mi ricordo che era pieno di gente in giro, alcool dappertutto. Ad un certo punto me ne stavo sdraiato a bordo piscina con una bottiglia di vodka. Un po’ ne bevevo e un po’ ne sputavo addosso alle tipe in bikini che mi passavano di fianco.
– Eri una fottuta rockstar!
– Erano i tempi in cui scrivevo le avventure di Nelson Corallo* ma non avevo ancora capito che stavo diventando proprio come te.
– Diciamo che agivo nell’ombra.
– Fatto sta che la tipa continua a buttarsi addosso, mezza nuda e sempre bagnata. A un certo punto mi accorgo di essere troppo sbronzo, esco dalla piscina. E quella mi raggiunge sul prato. Solo che c’è sempre il tipo a controllarla a poca distanza. Così non riesco proprio a farmela, anche se è sempre là a portata di mano.
– E poi?!
– Mi vergogno a dirlo.
– Dai, cazzo!
– Ero ubriaco ed esasperato. Le ho dato un morso sul culo, le ho lasciato il segno, c’è stata mezza rissa e mi sono ritrovato a vomitare in una siepe. Il mio amico mi ha portato via di peso prima che mi sbattessero fuori loro.
– Che bellezza, no?!
– Già…
– T’hanno mai più invitato ad una di quelle feste?
– Mai più.
– E la tipa?
– Mai rivista. So soltanto che dopo un po’ ha tradito il fidanzato e l’ha mollato. Lui c’è rimasto sotto, un bel po’ sotto.
– Beh, c’era da aspettarselo.
– Sarà…
– Avere questo ricordo corallino, stai sicuro, ne valeva la pena. Sono i momenti d’ebbrezza che valgono sempre la pena. Eri vivo, Cristo di Dio! Eri vivo e spaccavi!
– Se lo dici tu, Corallo*.
– Beh? Preferiresti essere la versione Disney di te stesso?! Vorresti il buonismo ipocrita?!
– Non credo proprio.
– E allora?
– Magari la versione realistica di me stesso. Intanto ho appena scritto un altro pezzo sul Cinema di Corallo*. Settimana prossima ne scrivo ancora.
– Che film?
– “La vita di Adele”.
– E perché?
– Perché è la versione realistica di un Amore. Dopo l’infantilismo di “Titanic” e l’adolescenza de “La Sirenetta”, manca il capitolo su una donna adulta.
– C’è sesso?!
– Assai.
– E allora mi sta bene, baby.

Il Cinema di Corallo*, vol.1 “Rose di Titanic è solamente una stronza borghese”

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– E’ tornata la primavera, no? – mi fa l’altro giorno Corallo.
– Così pare… – rispondo io guardando gli alberi in fiore fuori dalla finestra.
– Ho voglia di femmine – insiste Corallo.
– Come sempre.
– Più di sempre – dice lui.
– Le femmine sono belle – ammetto io.
– Già.
Nonostante la “Morte di Corallo*”, il mio lato oscuro di tanto in tanto torna a farsi sentire. Soprattutto quando rifletto sull’universo femminile. Cioè spesso e volentieri.
– Arriverà quella giusta – dico io per tenerlo buono.
– Ma tu non fai niente! – s’incazza lui – Stai sempre là a leggere, scrivere, montare video. Non esci quasi mai la sera, che cazzo di vita è?!
– La vita dell’intellettuale del cazzo.
– Bello schifo. Andiamo a spaccare. C’è la luna piena.
– Non adesso, Corallo.
– E quando?!
– Boh, quando capita. Non ho fretta. Ho imparato ad aspettare.
– Non ti riconosco più.
– Ho voglia di sesso anch’io, che ti credi?!
– Menomale, credevo fossi morto da quel punto di vista.
– No, per nente.
– E allora usciamo, partiamo per un’avventura, cazzo-ne-so, andiamo in un posto di mare…
– Corallo e il mare, certo. Non ti ricordi cos’è successo un mese fa?
– Non ho memoria. Io vivo solo nel presente. Cazzo è successo un mese fa?
– Te lo dico io. Sono uscito assieme a un amico per andare in un bar del centro, era il compleanno di un suo collega. Ricordi?
– Niet.
– Arriviamo in zona Porta Romana. Gente sul marciapiede col drink in mano. Altra gente dentro il locale, luci soffuse, musica. Faceva ancora freddo. Fumo una sigaretta, mi guardo attorno, faccio gli auguri al collega del mio amico. Poi prendo un vodka tonic. In effetti c’è qualche ragazza interessante attorno, ma faccio il bravo. Il problema è che hanno iniziato a offrirmi shot di vodka, uno dietro l’altro. E a un certo punto t’ho sentito…
– Chi, io?!
– Già, proprio tu, Corallo. C’è stato un momento che ho sentito la tua presenza farsi strada assieme all’alcool. E mentre me ne rendevo conto stavo già parlando con una tipa appoggiata al bancone, accanto a me. Alta, coi capelli legati a coda, sguardo da birichina. Non ricordo cosa le ho detto, so soltanto che dopo un po’ ho iniziato a provarci, così. E quella faceva la gattina…
– Ora inizio a rivedere la scena, già.
– Ci ho provato di brutto solo per il gusto di farlo. E fino a cinque minuti prima ero serio, giuro. La cosa bella è che la tipa mi dice di avere il ragazzo. “E dov’è?” le chiedo io. “Forse è proprio dietro di te”, fa lei.
– Cazzo sì, mi ricordo!
– Mi guardo alle spalle, nessuno fissa lo sguardo né su di me né sulla gattina in quel momento. Allora mi avvicino un po’ di più, allungo una mano lentamente, e inizio a toccarle il culo.
– E lei?
– Niente, continua a bere il drink succhiando la cannuccia, e ridacchia senza guardarmi in faccia. Si diverte, gioca, ci sta.
– E poi?
– E’ arrivato il ragazzo.
– Porco cazzo, è arrivato sì, ho fatto giusto in tempo a togliere la mano dal culo della tipa. Ricordo di avergli fatto i complimenti al tizio, gli ho detto qualcosa tipo “Ci ho provato ma lei mi ha detto che è occupata con te, scusa zio!”, e quello se l’è bevuta. Ah, ah, ah.
– Ridi, eh?
– Certo, mica è colpa mia se lei era una gattina e lui un coglione.
– Già.
– Godeva a farsi corteggiare e toccare di nascosto.
– E poi mi ha dato un pizzicotto sul sedere, mentre ero girato a parlare col mio amico.
– Le donne sono terribili, no?
– Alle volte, sì.
– Allora partiamo per un’avventura al mare?
– Corallo, sei troppo condizionato dai film di Hollywood. Anche se non li hai visti le persone ne hanno comunque parlato in ufficio, a cena, a casa di amici, in metro, sui social network. E quelle storie ti sono entrate dentro, ammettilo.
– Sei tu quello che passa il tempo a guardare film. Io vorrei vivere “come in un film”. E’ diverso.
– Appunto, è diverso.
– Non capisco…
– Perché tu non capisci un cazzo, Corallo. Saresti pronto a salire sul Titanic pur di vivere un’avventura, no?
– Già, e portarmi a letto quell’attrice, quella pienotta…
– Kate Winslet?
– Lei.
– Vedi, stai già parlando di un film. “Titanic” del 1997, uno tra i più costosi della cinematografia mondiale. Io l’ho visto quando avevo diciassette anni. Mi ricordo ancora i sospiri delle ragazze in sala, appena inquadravano Leonardo Di Caprio quelle mugolavano. Giuro, sospiri e mugolii. Probabilmente erano anche bagnate. E tu, Corallo, l’hai visto assieme a me quel film.
– Certo.
– E poi l’hai sistemato da qualche parte nella tua ombra corallina. T’ha segnato il destino, te ne rendi conto? Vorresti partire sul “Titanic” come fa Leonardo Di Caprio nel film.
– Cazzo c’entro io con Leonardo Di Caprio?
– Niente, perché tu sei solo un’idea, Nelson Corallo*, nulla di più.
– Sono anche il tuo istinto, fratello.
– Sei una parte del mio istinto. E noi non siamo la stessa cosa. Io sono reale, tu no.
– Ma che c’entra Di Caprio?
– Prima di parlare del biondino devo dire un paio di cose su quella stronza di Rose, la borghese sofficiosa.
– Kate Winslet?
– Lei, che nel film si chiama Rose, sì. La benestante che sale sul “Titanic” col fidanzato ricco e bastardo, Bill Zane, e si porta appresso un milione di valige, quadri preziosi e un gioiellone azzurro che alla fine butta in acqua, ‘sta stronza. Rose è la borghese che vuole fare la ribelle, anticapitalista e zozza a letto. E forse un po’ lo è.
– Infatti appena vede il biondino si bagna, è il caso di dirlo?
– Si bagna, sia prima che dopo. Comunque Rose sale sul Titanic, vede Leonardo Di Caprio – che è uno che non ha niente, i biglietti per la nave li ha vinti a carte e solo per caso si trova a viaggiare assieme alla tipa ricca – e s’innamora. Ma lei sta in prima classe e lui in terza.
– Però scatta la seduzione tra i due, no?
– Certo, colpo di fulmine, lei magicamente si sente pronta a mandare a puttane la sua ricca famiglia e anche il fidanzato che le ha appena regalato un gioiellone azzurro che vale un capitale.
– Già, il brillocco.
– Insomma, il proletario e la borghese si incontrano sul “Titanic”. Lui una notte la salva perché lei – poverina – voleva buttarsi in mare, troppo disperata, troppo ricca, troppo sotto pressione…
– E poi iniziano a frequentarsi durante la traversata.
– Giusto. Ti ricordi la scena dove fanno sesso la prima volta? Dopo una cena elegante, lui ha dovuto rubare uno smoking per presentarsi al tavolo coi familiari di lei, e a un certo punto scappano in terza classe. Scendono nel cuore della nave, bevono, ridono, ballano coi poveri. Cazzo, nel film la gente in terza classe è tutta allegra! Coi gilet marroni e le camice bianche, immigrati italiani, irlandesi, e chissà chi altri, sembrano la felicità fatta persona. Probabilmente nella realtà là sotto c’era solo odore di sudore, vomito e colera.
– Già.
– Vabbè, la borghese e il proletario si divertono un mondo ma sono costretti a scappare perché i servi del fidanzato cercano di fermare Rose prima che si faccia portare a letto dal poveraccio…
– Esatto, ma finiscono lo stesso a scopare in una macchina che sta parcheggiata nella stiva del Titanic.
– Capisci? In una macchina. Dettaglio di non poco conto perché rimanda a tutte quelle scene di film americani dove gli adolescenti perdono la verginità sui sedili posteriori delle automobili dei genitori.
– Cazzo, è vero.
– Fatto sta che il Titanic prende un iceberg e tutto si complica. L’ “inaffondabile” inizia a colare a picco. La nave si spezza in due, quelli poveri muoiono, quelli ricchi vanno sulle scialuppe. Il capitalismo alle volte crolla su se stesso ma la borghesia trova sempre un posto dove mettere il culo, e arrivare comunque in America.
– Bastardi.
– Anche Rose, no? S’è divertita a fare la pazzerella su e giù ma poi si sistema su una specie di zattera di legno mentre Di Caprio le tiene una mano e tira le cuoia nell’acqua gelata.
– Cazzo, sì.
– Ma non solo. Quella stronza, alla fine del film, si ritrova il diamantone azzurro in saccoccia.
– Ripetimi la storia del diamante, scusa.
– Allora, c’è ‘sto cazzo di gioiello con una pietra azzurra. Il film parla di un gruppo di ricercatori che lo stanno cercando nella carcassa del Titanic e una vecchia gli sta raccontando tutta la storia. Praticamente è Rose, centenaria, che parla di quel viaggio finito male, dice di quanto amore abbia provato, bla bla bla, e confessa che prima dell’iceberg si era fatta ritrarre nuda proprio con quel diamante addosso.
– Giusto.
– C’è la scena in cui Leo si siede di fronte a lei, perché lei ama l’arte – ‘sta stronza – e con un carboncino la disegna su una pergamena. Lui è l’unico che la vede nuda per la prima volta. Lei è nuda, se stessa, naturale, vera. E ha addosso un gioiello, che poi è il simbolo dell’amore…
– Come il simbolo dell’amore?
– Te lo sto spiegando, cazzo. Tutta la questione del film gira attorno a ‘sto brillocco. Lo stesso che stanno cercando anni dopo i sommozzatori, lo stesso che si ritrova tra le mani Rose dopo che Leo è morto, e lo stesso che lei getta in mare alla fine di tutto. Proprio lei che ha vissuto una vita fatta di viaggi, macchine, cavalli, e ha potuto viverla grazie al sacrificio del pischello di terza classe, che fa? Dona il diamantone ai bambini poveri? Istituisce un fondo per le vittime dei morti in mare? Lo rivende per dare i soldi agli immigrati?
– No, lo butta nel mare, ‘sta stronza!
– Esatto, “Titanic”, transatlantico costoso, film costoso, storia d’amore costosa. Leo perde la vita mentre la borghese campa senza far del bene a nessuno. Quel cazzo di diamante è il simbolo di un amore mai vissuto, tenuto in cassaforte e gettato sul fondo del mare quando si è troppo vecchi e stanchi. Mi ricorda anche la storia triste di Teresa [ vedi “La Morte di Corallo*”, cap. 6, paragrafo 16 ]. E tutti si sono bevuti ‘sta storia come l’apoteosi del romanticismo, ma secondo me è la metafora dell’utilitarismo.
– Ma come cazzo ti viene in mente?
– Parte dell’analisi del film viene da Slavoj Žižek, filosofo e psicanalista sloveno. Quando stavo a Barcellona ho visto il documentario “The Pervert’s Guide to Ideology”, di Sophie Fiennes, che parla di ‘sta roba. Invece la teoria del sesso sul sedile posteriore delle macchine e del diamante come simbolo dell’“amore” è mia.
– Cazzo, che storia.
– Eddai, Corallo, almeno una volta nella vita si incontra la figlia di papà che vuole giocare a fare “la cattiva ragazza” a tue spese ma poi ti molla per mettersi assieme a quelli della sua stessa razza, cioè i ricchi. L’unica cosa che può consolare è che quando lei sarà una vecchia centenaria ripenserà proprio a te, che le hai dato tanta passione, e non al marito che in fondo era un pezzo di ghiaccio che la faceva solo stare tranquilla.
– Che tristezza.
– Non devi essere triste. Sono loro che, in fondo, fanno una brutta fine. Ne abbiamo conosciute diverse così, lo sai. Stanno là ad aspettare che le porti in salvo, come se fosse loro dovuto tutto. Ti guardano e vogliono passione, tenerezza, comprensione, fiducia, forza, fedeltà, ma non fanno nulla, nulla, nulla di nulla. Si sentono al sicuro solamente nel loro ambiente circoscritto di gente fasulla, iper protette, disperate per cazzate immani, mentre altre donne si fanno il culo dalla mattina alla sera. E ce ne fosse mai una che tende la mano e dice “Credo in te”. No, prima si godono la passione, poi tracciano una linea e chiudono il cuore in una cassetta di sicurezza. Fino alla morte.
– La passione è importante.
– La passione non basta, Corallo, l’abbiamo già detta ‘sta cosa.
– E allora?
– Passione e amore. Amore e passione. E l’amore si costruisce in due, in maniera paritaria. Ma con quelle ragazze che sono “innamorate del proprio cappello” [cit. “Titanic”, Francesco De Gregori] non c’è niente da fare. Con i borghesi, in generale, non si può mai parlare né d’amore, né d’amicizia, né d’altro. Proprio non ci arrivano quelli là.
– Ecco, lasciamo perdere.
– Lascia perdere tu, Corallo. Probabilmente moriresti congelato nel mare per salvare il culo a una stronza. No?
– Non sono nemmeno così coglione.
– Certo, ma in passato hai fatto correre a me questo rischio. Se ripenso alle mie passioni, allo squilibrio tra me e loro, a quelle ragazze sempre inchiodate ad una posizione di difesa, senza credere che io potessi cambiare e maturare. Incastrate in quella visione hollywoodiana di sacrificio inutile pur di conservare un luogo sicuro, una relazione sicura, una vita mediocre.
– Le persone orribili vanno comunque avanti. E spesso sono proprio quelle che non credono all’amore, no? Tengono la cosa più preziosa che hanno chiusa in un cassetto oppure in fondo al mare.
– Esatto, e diventano come quelle a cui noi tocchiamo il culo, la notte, di nascosto dai loro fidanzati.
– Già.
– E ora un paio di parole sul buon Leo Di Caprio. Il biondino detiene un record in fatto di film con donne che lo lasciano e lui muore. Oltre “Titanic”, in “Romeo + Giulietta” muore perché quella figlia di Capuleti non lo avverte del veleno, in “The Departed” la psicologa se lo scopa ma preferisce stare assieme al corrotto Matt Demon, capitano di polizia, che poi spara a Leo, in “Inception” il biondino quasi impazzisce appresso a una moglie che vorrebbe vivere in un mondo alternativo e perfetto – ecco che ritorna il sogno borghese -, in “Blood Diamonds” sempre Leo crepa per salvare delle persone che poi si ritrovano in mano dei diamanti, nel “Grande Gatsby” muore per colpa di una stronza ricca e borghese che manco gli fa una telefonata e se ne va col marito ricco e bastardo, in “The Wolf of Wall Street” ha una moglie troia che lo molla e gli porta via tutto…
– Checcacchio.
– Nell’immaginario collettivo Leo Di Caprio ha assunto il ruolo del martire. E anche un po’ del cazzone romantico ad ogni costo. La popolazione mondiale se l’è bevuta fino a ieri ‘sta cosa. Ecco perché non aveva mai vinto un Oscar, almeno fino a “The Revenant”.
– Perché?
– Perché anche là soffre moltissimo, okkei, è comunque la storia di uno che viene fatto a pezzi da un orso e deve tornare a casa a piedi, nella neve, ma nel film non ha né una fidanzata né una moglie e soprattutto, alla fine, resiste. Capisci? Resiste e lascia perdere il rancore, l’eroismo esasperato, le storie d’amore di merda…
– Finalmente.
– Secondo me è per questo che gli hanno dato l’Oscar. Perché per una volta Leo ha detto “Sapete cosa? Voglio provarci anch’io a far la parte di quello che campa invece di sacrificarmi per voi stronzi”.
– Non ci avevo mai pensato.
– Tu, Corallo, non pensi mai a un cazzo. Tu fai danni e basta. Lo sai.
– Già.
– Almeno nella testa della gente sta cambiando qualcosa. E potrei azzardarmi a dire che la rivoluzione è vicina, Corallo.
– Leo vive e lotta assieme a noi?

– Forse sì, Corallo, forse sì.

La Morte di Corallo*, Paradiso, cap. 11

 

 

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1.

 

Milano, luglio 2015.

Giorni di caldo bollente. Già al mattino il sole picchiava forte sull’asfalto, rimbalzando, accecando. Indossavo gli occhiali da sole che avevo rubato alla Liz e andavo ancora a lavorare per l’Agenzia.
Almeno in metropolitana c’era l’aria condizionata. Nel vagone stavamo tutti un po’ meglio al fresco, come cadaveri in un obitorio semovente. Ma quando sbucavamo all’esterno, in zona Stazione Centrale, calava l’afa, e rivedevo l’umanità alla luce del sole. C’erano i manager con la valigetta, gli immigrati con le buste, i turisti con gli zaini e i freelance come me.
C’era il mondo in movimento là fuori. E c’era sempre stata Milano ad aspettarmi. Barcellona era ormai un ricordo assieme a Cagliari e tutto il resto.

– Gesù Cristo, che cazzo di storia assurda… – mi dicevo camminando verso l’Agenzia – Cos’è successo? Perché sono ancora qui?!

[ … ]